14 Dicembre Dic 2015 1420 14 dicembre 2015

Non solo banche in crisi: nel 2016 il problema si chiama export

Finora hanno tenuto in piedi la nostra economia, ma i guai di Cina e Brasile preoccupano. Le analisi degli economisti Barba Navaretti, Goldstein e Tinagli

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New Zealand Defence Force via Getty Images

«Segno più? Sì ma per le incertezze, forse, non per il Pil». Potrebbe essere questa, in una frase - o, se preferite, in un tweet - la conclusione di una tavola rotonda organizzata dalla società di consulenza finanziaria per le pmi Kt&Partners, a margine di un evento di presentazione di piccole realtà imprenditoriali che si sono quotate in Borsa.

Protagonisti della discussione su dove e come andrà l'economia italiana nel 2016, Giorgio Barba Navaretti, professore di economia industriale all'università statale di Milano, Andrea Goldstein, da poco nominato managing director di Nomisma, storico centro studi bolognese vicino a Romano Prodi, e Irene Tinagli, economista e parlamentare del Partito Democratico.

Lo scenario di Barba Navaretti ha più luci che ombre: «Ci sono elementi che frenano il processo di crescita e generano incertezza dalle ombre sulla crescita cinesi al dieselgate, fino agli attentati di Parigi. Tuttavia - continua -, a meno che la situazione non degeneri, non vedo come tali eventi possano minare il trend positivo dell'economia italiana». Cita, Barba Navaretti, un indicatore, quello dei caffè consumati nelle aziende, che di solito segnala piuttosto precisamente i trend sulla quantità di lavoro degli addetti, indicatore «che è calato, e di poco, solo nell'ultimo mese».

La questione, insomma, non è legata a quel che abbiamo fatto nell'ultimo periodo - in cui le cose si sono messe piuttosto bene - ma da dove partivamo, dopo la crisi continua dei quattro anni precedenti: «La produzione industriale in Germania è oggi ben al di sopra dei livelli pre crisi - spiega - quella italiana è ancora sotto di 25 punti percentuali».

Il motivo? Il crollo della domanda interna: «Una buona notizia, forse l'unica, di questi anni di crisi è stata la nostra capacità di compensare la crisi dei consumi interni con un forte aumento dell'export - spiega ancora Barba Navaretti -. Oggi abbiamo una bilancia commerciale con un surplus superiore di quasi il 3% del prodotto interno lordo. Certo, dobbiamo stare molto attenti, perché i Paesi in cui esportiamo, soprattutto il Brasile e la Cina, sono in una fase di contrazione che potrebbe risultare molto pericolosa per il nostro Paese. E il quantitative easing di Mario Draghi e della banca centrale europea ha aiutato molto più la Germania di noi, che esportiamo beni ad alto valore aggiunto».

«Dobbiamo stare molto attenti, perché i Paesi in cui esportiamo, soprattutto il Brasile e la Cina, sono in una fase di contrazione»

Giorgio Barba Navaretti

Su questo, Andrea Goldstein è ancora più scettico: «Sfatiamo un mito: noi non siamo un grande paese esportatore - esordisce - Certo, almeno nelle esportazioni siamo riusciti a tornare ai livelli pre crisi, ma siamo ancora indietro rispetto alla Germania e alla media dei Paesi europei. A pari a noi c'è la Francia, che però ha grandi imprese che hanno delocalizzato la produzione altrove. Pensiamo ai marchi del made in Italy che ha comprato in Italia, per dire» Non solo: «Il nostro surplus nella bilancia commerciale è figlio soprattutto del calo dei consumi, dei prezzi delle materie prime, della domanda energetica. La verità, piuttosto, è che le nostre quote di mercato all'estero stavano diminuendo già prima dell'inizio della crisi e sono diminuite ancora».

Risultato? C'è poco da stare allegri se la domanda interna non riparte e cominciano a scricchiolare i paesi in cui vendiamo i nostri prodotti. Soprattutto uno: «Il grande punto interrogativo del 2016 è la crescita cinese - spiega Goldstein - Se la Cina non arriva nemmeno al 6,5% di crescita, e molti pensano non accadrà, che il rallentamento sia molto più consistente, questo chiaramente metterebbe altri punti interrogativi sulla ripresa italiana. Teniamo conto che il nostro principale partner commerciale, la Germania, cui vendiamo semilavorati, ha come principale mercato di sbocco proprio la Cina».

«Sfatiamo un mito: non siamo un grande paese esportatore. Il nostro surplus nella bilancia commerciale è figlio soprattutto del calo dei consumi, dei prezzi delle materie prime, della domanda energetica»

Andrea Goldstein

Tanti interrogativi, insomma, per il 2016. Cui Irene Tinagli, economista pure lei, ma “prestata” agli scranni parlamentari, ne aggiunge uno: «Il fatto che quest'anno si sia tornati al “segno più” non dovrebbe essere banalizzato, anche perché credo che il lavoro fatto è molto e molto buono - spiega -, ma c'è ancora molto da fare, soprattutto sul lato della spesa pubblica, e sull'attuazione della riforma della pubblica amministrazione, di cui in questi giorni stanno arrivando i decreti attuativi. Per le piccole imprese, stiamo cercando di far passare in Legge di Stabilità due emendamenti che, al pari di quanto accade in Francia, favoriscano la nascita di fondi di finanziamento per le piccole e medie imprese, per i quali vi siano sgravi fiscali molto forti».

Su una cosa non ci sta, però, Irene Tinagli: «Io ho passato una vita all'università a occuparmi di analisi delle politiche e quel che ho trovato in Parlamento è la totale assenza di valutazione e analisi delle riforme e dei provvedimenti che vengono varati. Le mie interrogazioni, molto spesso, sono fatte per richiedere dati ai ministeri. Senza quei dati, legiferiamo al buio, cambiando leggi che non sappiamo che effetti hanno prodotto». E tra tante incertezze, forse questa è quella più inquietante.

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