24 Dicembre Dic 2015 1204 24 dicembre 2015

Chi aiuta i nostri expat? Non le istituzioni, ma le associazioni di connazionali

Lo Stato pare dimenticarsi dei giovani che varcano la frontiera. Ad accogliergli però, ci sono altri migranti che ne conoscono i bisogni e sanno dare risposte.

Expat
Consequences (Aaron Guy Leroux/Flickr)

BOLOGNA - «Il Consolato Italiano è agli ultimi posti della nostra classifica». Alessandra Giannessi, interviene nei lavori di MeeTalents, l'annuale assemblea organizzata dall'Associazione Italents per far incontrare expat italiani e istituzioni. Quest'anno, l'evento si tiene a Bologna. La ricerca che Alessandra presenta è stata fatta dalla Comune del Belgio, un'associazione nata a Bruxelles per facilitare l'integrazione dei nuovi migranti italiani: sono expat che danno informazioni ad altri expat. «Molti arrivano sprovveduti e con poche informazioni sul luogo di arrivo», spiega Giannessi.
Intervistando un campione di 500 italiani tra i 18 e i 35 anni, hanno scoperto, tra le altre cose, l'incapacità delle istituzioni italiane all'estero di soddisfare i bisogni concreti degli expat. Se infatti quasi 60 tra loro indicano il Consolato come l'istituzione cui si è rivolto per affrontare un problema, solo 30 rispondono che il Consolato è in grado di risolverlo. Al primo posto di chi davvero dà aiuto schizzano amici e conoscenti.

Chiamata all'Italia
Seduti attorno ad Alessandra, allo Urban Center di Piazza Nettuno, ci sono i rappresentanti di altre associazioni, dai Bellunesi nel Mondo a Expatclic. A turno, evidenziano tutti il forte bisogno di supporto in chi emigra e la necessità, per il paese, di mettere in campo servizi adeguati. La rete creata dai vecchi migranti non funziona o non basta più, comprese le forme di rappresentanza come Comites, Cgie e Parlamentari eletti all'estero. Mettere dei form online con le indicazioni utili, non è sufficiente. Serve maggiore presenza sul territorio e ascolto dei variegati bisogni di questa categoria peculiare di cittadini.

La proposta di politica locale più votata dagli expat che vogliono tornare è la creazione di uno strumento che agevoli l’incontro tra domanda e offerta di lavoro.

Aiutare nella ricerca di lavoro chi vuole tornare
Marco Crepaz è il giovane presidente di una associazione di antica data, i Bellunesi nel Mondo. È una rete di migranti nata nel 1966 tra la sciagura di Mattmark in Svizzera e la tragedia di Robiei-Stabascio in Canton Ticino, nelle quali persero la vita molti operai emigranti della provincia di Belluno.
In tutti questi anni l'associazione ha saputo rinnovarsi per stare al passo coi tempi e mantenere il suo obiettivo centrale: offrire supporto ai migranti qualora le istituzione non riescano a farlo. Marco racconta di espatriati che si rivolgono oggi ai Bellunesi nel Mondo per avere informazioni su un'Italia di cui hanno perso i contatti: servono aggiornamenti sulle normative fiscali italiane, ad esempio per gestire una casa o un bene ereditato dai genitori. Ma l'associazione si prodiga anche nel caso in cui un bellunese voglia rientrare in Italia: «Ho raccolto tante volte curricula dagli espatriati per trasmetterli alle aziende del territorio con cui ho contatti», spiega. Per chi è fuori Italia da anni, cercare lavoro in un contesto che nel frattempo è mutato e con cui non si mantengono più legami, non è facile. Non è un caso che la creazione di servizi pensati per agevolare la ricerca di lavoro per gli expat di ritorno è una degli interventi più richiesti da chi sta fuori e immagina di tornare. Così spiega lo studio sulla nuova emigrazione presentato da Italents durante il convegno di Bologna, e incentrato sui migranti romagnoli. Per la maggior parte degli intervistati, la proposta di politica locale più utile per favorire il rientro in patria è la creazione di una borsa lavoro che agevoli l’incontro tra domanda e offerta.

«Bisogna vivere il presente e stare con la mente dove si è con il corpo», spiega Barbara, couselor di donne expat.

La riqualificazione professionale di chi emigra
Ci sono poi problemi psicologici o di riqualificazione professionale. Expatclic è un portale che nasce dall'idea di Claudia Landini, 52 anni, che da Giacarta coordina un team di 10 persone. Oltre a pubblicare articoli informativi in tutte le lingue, Expatclic organizza gruppi di supporto attraverso Skype per affrontare i “danni collaterali” dell'essere expat: non solo solitudine ma anche rimorso per i genitori lasciati soli ad invecchiare in Italia, ad esempio, e le enormi diversità culturali con gli amici o i fidanzati trovati in loco. Dopo 26 anni vissuti tra un continente e l'altro al seguito del marito dipendente di Croce Rossa Internazionale, Claudia si definisce oggi “trainer intercuturale”. È una coach che aiuta donne giovani o meno giovani a ricostruirsi una vita nel nuovo paese di residenza, soprattutto quando sono state “costrette” a lasciare l'Italia dopo un'offerta di lavoro vantaggiosa ricevuta dal marito (questo tipo di emigrante costituisce l'80% circa delle seguaci del portale di Claudia). L'idea le è venuta anni fa a Gerusalemme, dopo aver vissuto per otto anni tra Sudan, Angola, Guinea Bissau e Congo, e poi in America Latina, tra Honduras e Peru. Tutti gli incontri, anche se di gruppo, avvengono online.
A Bologna, Claudia ha incontrato per la prima volta Barbara, una sua collaboratrice di base a Melbourne (dopo anni trascorsi tra Francia e Thailandia). Barbara è una counselor di professione e aiuta le migranti ad affrontare gli alti e bassi del loro trasferimento. «La serenità si acquisisce quando si smette di pensare all'Italia quando si è all'estero e al Paese di emigrazione quando si torna a casa», racconta durante il suo intervento. «Bisogna vivere il presente e stare con la mente dove si è con il corpo», spiega.

«Più che informazioni pratiche, i giovani cercano un confronto umano per capire se intraprendere una strada oppure no»

L'importanza della testimonianza diretta
Cristina appartiene a ExBo, la rete di bolognesi nel mondo. È tornata in Italia dopo un'esperienza professionale in Cina, dove ha cercato metodi per studiare scientificamente i benefici dell'agopuntura. Ora trasforma la sua esperienza in fonte di preziosi consigli per chi vuole trasferirsi nello stesso Paese. «Le persone che mi contattano, più che informazioni pratiche, vogliono sapere la mia opinione, il mio punto di vista sulle cose. Cercano un confronto umano per capire se intraprendere una strada oppure no». Si tratta di fornire consigli o restituire emozioni che difficilmente un forum online o un opuscolo saprebbero dare.

L'associazionismo nato spontaneo tra i nuovi expat segnala nuovi bisogni, nella speranza che qualcuno colga l'appello

Le seconde generazioni attratte dall’Italia
Tra 1998 e 2014, il programma Boomerang del Movimento cristiano lavoratori (MCL) ha portato in Italia 267 giovani dal Sud America. A ciascuno di loro è riuscito ad offrire uno stage finanziato dalla Regione Emilia Romagna tra le aziende e gli enti locali. Presente all'incontro di Bologna, il rappresentante del progetto Nicola Busi spiega come MCL sia riuscita ad intercettato il senso forte di identità italiana che ancora vive nei nipoti dei romagnoli emigrati anni fa in Sud America. «Ho accompagnato uno di loro nella chiesa del paese del nonno», racconta Nicola. «Gli ho mostrato il fonte battesimale, dicendogli che probabilmente è lì che il suo antenato era stato battezzato. E lui è scoppiato a piangere».

In un contesto italiano in cui l'emorragia di studenti e freschi professionisti non è compensata dall'arrivo di giovani stranieri, far leva sull'attaccamento verso l'Italia delle seconde e terze generazioni di italiani nel mondo è un'iniziativa da incoraggiare a livello istituzionale. E questo è uno tra i tanti “bisogni” che l'associazionismo nato spontaneo tra i nuovi expat segnala oggi al sistema paese, nella speranza che qualcuno colga l'appello.

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