29 Dicembre Dic 2015 1420 29 dicembre 2015

E traduci come mangi! Da Moby Dick in poi le migliori (e le peggiori) versioni italiane

Einaudi manda in libreria una Moby Dick in un italiano del 1850. Tanti (ottimi) scrittori quando traducono violentano i capolavori sovrapponendo la loro lingua a quella del testo. Ecco le migliori e le peggiori traduzioni, e i capolavori di cui ancora si aspetta una versione italiana

4391369048 F50db03aca O
José María Pérez Nuñez/Flickr

Traduttori o balenieri? A forza di chiamarlo, ci siamo rotti le scatole. L’incipit più celebre della storia della letteratura occidentale detiene anche il record di brevità. "Call me Ishmael". Chiaro, nitido e rotondo come il sole. “Chiamatemi Ismaele”. Macché. I traduttori nostrani, ramponieri di lemmi astrusi, balenieri nell’oceano dei vocabolari, se ne sono inventate di ogni. Se Nemi d’Agostino, Pina Sergi e Cesarina Minoli non si scostano da Madama Grammatica (ma si tratta di traduzioni da gettare in soffitta), Ruggero Bianchi (per altro autore, per Mursia, di una delle più belle traduzioni di Moby Dick) inverte l’ordine dei fattori (“Ishmael – chiamatemi così”), tanto il risultato non cambia; il più esagerato, tuttavia, resta Bernardo Draghi che per la collana Frassinelli diretta da Aldo Busi, "I classici classici", s’inventa un “Diciamo che mi chiamo Ismaele”.

Nella nuova traduzione Einaudi di Moby Dick Ottavio Fatica tromboneggia in un italiano del 1850. La migliore versione del capolavoro di Melville? Quella di Alessandro Ceni

Ottavio Fatica, invece, traduttore infaticabile (battutaccia) e bravissimo (il “suo” Rudyard Kipling per Adelphi, compresi i commenti, è straordinario) approda a un neutrale “Chiamatemi Ishmael”. Certo, Fatica, in un tempo in cui l’editoria scodinzola appresso alla cinematografia (è in sala il nuovo film di Ron Howard, passato da tempo e con un certo successo da Fonzie alla macchina da presa, s’intitola Heart of the Sea. Le origini di Moby Dick, che non racconta le mitologiche imprese del Pequod, ma Il naufragio della baleniera Essex, fonte decisiva per Herman Melville, che voi potete leggere, secondo il verbo ottocentesco del primo ufficiale Owen Chase presso le edizioni Se), è riuscito in una impresa pazzesca, da vero Achab della traduzione: la sua edizione Einaudi di Moby Dick, pubblicata quest’anno (vi costa la bellezza di 30 ghinee, pardon, euro), l’ultima, è più vecchia della prima, quella mitica del 1932, griffata per Frassinelli da Cesare Pavese e continuamente ripubblicata da Adelphi.
Fin dal primo capitolo si capisce che c’è poca trippa per lettori ignorantelli come noi: “quando l’anima s’intride di uggia novembrina” è un marchio di fabbrica Fatica, 2015; mentre l’italiano di Pavese, 80 anni fa, fa “ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso”;
“A spiccare soverchiante tra i motivi è l’idea stessa della grande balena”, tromboneggia Fatica, mentre Pavese si sfa, omerico e beato, “Essenziale tra questi motivi era la travolgente idea della grande balena in carne e ossa”.

Fatica vuole fare il calco della lingua torta, tormentata e inquieta di Melville, utilizzando un italiano vintage, per così dire (arcaici giri di frase come “in ragione di tutte queste cose”), Pavese, invece, ha a cuore il lettore, gli semplifica la vita (“per tutte queste cose”), per questo l’astruso detto “con filosofico panache” (Fatica) è reso da Pavese (forse più bravo come traduttore che come scrittore) come “con un bel gesto filosofico”, chi non lo capisce?
Esito: dal 1932 in qua si contano 16 traduzioni di Moby Dick, per non contare le riduzioni (orride) per bambini. La più bella traduzione di quel libro, pardon, di quel “fuoco infernale” (così Melville all’amico Hawthorne, il 29 giugno del 1851) l’ha stampata Feltrinelli nel 2007 e l’ha fatta Alessandro Ceni, il quale, per capire “la lingua di Melville in Moby Dick”, confessioni sue, ha consultato “la versione di Chapman di Omero”, “Montaigne e Hazlitt”, “Carlyle”, “Shakespeare”, “Dickens”, e ovviamente la Bibbia, “in particolare la King’s James Bible”, Dante, Coleridge e Hawthorne, per consegnarci una versione del romanzo depurata da contorsioni retoriche, filologicamente accurata, splendida. Ceni, traduttore di platino (da Joseph Conrad, Coleridge, Walt Whitman, Stevenson, Oscar Wilde…), soprattutto, però, quasi nessuno lo sa, è uno dei poeti più importanti di questo poco importante Paese (quest’anno l’editore Effigie ha pubblicato la placca Combattimento ininterrotto). Insomma, è un portatore sano di linguaggio – capace di fare un servizio alle opere che traduce, senza bisogno di farci vedere quanto è bravo.

Paolo Nori è un bravo scrittore che come traduttore paolonoreggia troppo. Tutto il contrario di Luciano Bianciardi, che ha tradotto tantissimo (da William Faulkner a John Kennedy, Aldous Huxley, Henry Miller), senza che si avvertisse alcun puzzo di autorevolezza autoriale

​Alchimia rarissima: le traduzioni dell’immenso Tommaso Landolfi, per dire, sono bellissime per chi vuole leggere Landolfi ma non per chi sta leggendo Tolstoj, Dostoevskij, Puskin. Anche Paolo Nori, per restare nel ring dei russi, è un bravo scrittore che come traduttore paolonoreggia troppo. Tutto il contrario di Luciano Bianciardi, che ha tradotto tantissimo (da William Faulkner a John Kennedy, Aldous Huxley, Henry Miller), senza che si avvertisse alcun puzzo di autorevolezza autoriale (forse la traduzione più bella è Il re della pioggia di Saul Bellow).
Perché il punto – da cui scaturiscono tutte le eresie – è sempre quello: garantire originalità all’originale, senza smarrire la comprensione banale del testo (due esempi quasi gemellari: Alberto Savinio e Ezio Savino). Sul tema, il poeta Valerio Magrelli (per altro ottimo traduttore dal francese) sa tutto, avendo curato la straordinaria collana “trilingue” per Einaudi, che ha prodotto capolavori assoluti (William Blake tradotto da Georges Bataille e da Giuseppe Ungaretti, ad esempio, o l’Humpty Dumpty di Lewis Carroll nella versione di Antonin Artaud e di Guido Almasi e Giuliana Pozzo), e per questo è stata abortita, da 15 anni è morta.

De Il piccolo principe di Saint-Exupéry sono uscite quest’anno una trentina di traduzioni, anche in veneziano, piemontese, milanese, reggiano. Lo si traduce per far soldi, per fregare il lettore

​Di certo, questo è il problema, siamo in un Paese dominato da strategie editoriali a dir poco assurde: de Il piccolo principe di Saint-Exupéry sono uscite quest’anno una trentina di traduzioni, anche in veneziano, piemontese, milanese, reggiano, eppure, francamente, a differenza di Moby Dick, non è di certo un testo così complesso da richiedere così tante traduzioni. Lo si traduce per far soldi, per fregare il lettore. Così, siamo inondati da una grandinata di traduzioni di un’opera inessenziale, mentre mancano nel mercato opere determinanti e dimenticate da un Paese da terzo mondo culturale come Il ponte di Hart Crane, I nostri padri di Allen Tate, Paterson di William Carlos Williams; ci manca Dersu Uzala di Arsen’ev a 40 anni dall’Oscar assegnato al film omonimo di Akira Kurosawa, ma ci manca anche l’opera di Wyndham Lewis, e ci manca pure Ceneri, epopea storica del polacco Stefan Zeromski, e ci manca tanto altro. Non più abituati ad avventurarci nell’Atlantico letterario a bordo di baleniere improvvisate, preferiamo la banalità delle navi da crociera. Che noia.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook