31 Dicembre Dic 2015 1625 31 dicembre 2015

Sette grandi film che non avete visto nel 2015

Ma forse ne avete sentito parlare: sono alcuni dei film più belli usciti nell’anno appena trascorso, ma che dal punto di vista di clamore e incassi non hanno ottenuto quello che meritavano

Film

Forse ne avete sentito parlare, forse no. Sono alcuni dei film più belli usciti nell’anno appena trascorso, ma che dal punto di vista del clamore mediatico o degli incassi al botteghino non hanno avuto ciò che meritavano. Travolti dai veicoli cyberpunk di Mad Max, eclissati dall’orgoglio patrio per il maestro Sorrentino, fagocitati dal colosso Star Wars sono passati nelle nostre sale quasi in sordina, o alcuni, come Behemoth, non hanno nemmeno avuto una distribuzione italiana. Parlano di fondamentalismo islamico, di Stati Uniti alla deriva, del mondo dei non udenti, di bande femminili nelle banlieue parigine, della Mongolia selvaggia schiacciata dall’industria cinese. Anche quest’anno abbiamo spulciato tra i film più belli e sottovalutati dell’anno cinematografico e questo è ciò che ne è venuto fuori.

Timbuktu di Abderrahmane Sissako


Un doppio sguardo sull’Islam: da una parte la milizia jihadista, composta da uomini che cercano di ricostruire a fatica le proprie radici intorno alla lingua araba e finiscono solo per imporre norme sempre più arbitrarie, che si accaniscono sulla vita quotidiana, specialmente delle donne. Dall’altra una tranquilla famiglia che vive tra le dune del deserto, sotto un’ampia tenda, nel pieno rispetto delle armonie parentali e in accordo profondo con la divinità. Non è difficile intuire che il primo mondo, quello fondamentalista e violento, irromperà nel secondo, interrompendone la pace e invadendo i grandi e pacifici spazi del deserto. A ricordarci chi sono veramente le prime vittime del fondamentalismo.

Behemoth di Zhao Liang


Il regista cinese Zhao Liang documenta la devastazione di una piccola comunità della Mongolia Interna, schiacciata dal progresso industriale cinese che l’ha trasformata in un’enorme miniera, una sorta di bolgia infernale di carbone e acciaio. È un documentario e insieme un viaggio lirico (come dimostrano i contrappunti simbolici come l’uomo in posizione fetale), che si ispira in parte al viaggio di Dante nell’oltre mondo. «Attraverso lo sguardo contemplativo del film», spiega il regista: «analizzo le condizioni di vita dei lavoratori e l’insensato sviluppo urbano. È la mia meditazione critica sulla civiltà moderna, in cui si accumula ricchezza mentre l’uomo perisce». Tra la cenere e il frastuono i pascoli si riducono e i pastori sono costretti a emigrare; le miniere di ferro sono illuminate a giorno e i minatori sembrano anime dannate, come i loro compagni intrappolati in fonderia.

Dopo decenni a respirare la polvere di carbone gli ospedali sono pieni come un purgatorio. «Il comportamento umano si contraddistingue per follia e assurdità», spiega Zhao Liang: «Non siamo mai riusciti a liberarci dall’avidità e dall’arroganza, così il viaggio a spirale della civiltà si viene a riempire di deviazioni e regressioni. Sembra di essere posseduti da una forza mostruosa e invincibile, invece siamo noi a creare questa bestia invisibile». Passato in concorso a Venezia ma ancora senza distribuzione italiana, è forse il più bel film del 2015.


Diamante nero di Céline Sciamma

Diamante nero (il titolo originale Bande de filles, tradotto più fedelmente in inglese con Girlhood) chiude la trilogia sull’adolescenza della regista Céline Sciamma, già autrice di Naissance des pieuvres e Tomboy. Il percorso di crescita della protagonista Marieme, una giovane donna nera – «un tipo di volto che non si vede spesso sullo schermo», spiega la regista – passa attraverso la violenza, il sesso e lo spaccio, ma soprattutto attraverso l’amicizia con altre tre ragazze (Lady, Adiatou e Fily), suggellata sulle note di sulle note di Diamonds di Rihanna (che ha concesso gratis i diritti della canzone). Quindi si tratta sì di un film sulle bande femminili nelle banlieue parigine, ma soprattutto di una freschissima storia di amicizia tra ragazze.

La periferia raccontata non è esattamente quella dell’Odio di Kassovitz: è meno grigia e senza speranza. L’adolescenza di Marieme è certamente difficile e marginale, ma anche fiera e scintillante. Shine bright like a diamond.

Louisiana – The Other Side di Roberto Minervini

Insieme a Non essere cattivo di Claudio Caligari è probabilmente il miglior film italiano del 2015, anche se di italiano, a ben guardare, c’è solo la regia, perché la storia è tutta americana. Qui siamo agli antipodi dell’american dream, di cui ci viene raccontata l’altra faccia (the other side), quella sconfitta, che si annida nel ventre molle degli USA, nel profondo sud. Bianchi poveri, adolescenti sbandanti, veterani di guerra e junkies che si arrabattano ai margini della società o si organizzano in raffazzonati gruppi paramilitari composti da ex soldati con idee eversive confuse. Ne parlavamo in modo più diffuso già a giugno, e se i protagonisti del film sono i figli bastardi del sogno americano, non ci resta che confermare come Louisiana sia il figlio bastardo di Cannes.

The Tribe di Miroslav Slaboshpitsky

Altro figlio bastardo di Cannes (dell’edizione 2014, ma approdato nelle nostre sale solo a maggio 2015) è questo disturbante gioiellino del regista ucraino Miroslav Slaboshpitsky. Un film straordinario e sui generis innanzitutto perché recitato unicamente con il linguaggio dei gesti – è ambientato in un istituto per sordomuti, un microcosmo silenzioso e spiazzante dove, come nel film di Minervini, a dominare è la lotta per la sopravvivenza – e in secondo luogo perché si tratta di una storia di formazione in cui ogni pietismo è completamente bandito. È uno di quei film che chiedono allo spettatore uno sforzo, che in questo caso è pienamente ripagato. Qui la recensione più approfondita.

Forza maggiore di Ruben Östlund

Una tragedia scampata innesca una crisi di coppia reale e, come una valanga, il climax narrativo investe la famiglia protagonista e tutti coloro che le stanno intorno. Questo film trattenuto e minimale ci dice molto di più sulle dinamiche familiari di tanti altri esempi più concitati e didascalici. Ci parla dei rapporti sociali, dannatamente primordiali anche nell’illuminata alta borghesia svedese, ma anche delle pulsioni individuali, come l’egoistica quanto fisiologica esigenza di sicurezza. Qui ne abbiamo parlato più diffusamente.

Fuori d’artificio in pieno giorno di Yinan Diao

Vincitore dell'Orso d'oro al Festival di Berlino 2014, questo film – il cui titolo inglese Black Coal, Thin Ice, non è meno strano e appropriato di quello italiano – è un poliziesco con venature noir che riesce a rispettare tutti i canoni del genere (il detective dal passato difficile, la donna misteriosa, l’inverno, i cappotti, l’alcol) allo stesso tempo creando qualcosa di radicalmente nuovo. Le ambientazioni la fanno da padrone, tra i fumi della lavanderia, le luci al neon dei locali e il nero del carbone. L’atmosfera è morbosetta, i volti dei protagonisti imperturbabili. Notevole – e raccapricciante – la scena in cui i poliziotti mangiano l’anguria sbrodolando sulla cartina che stanno consultando. A tratti troppo onirico e autoindulgente, ha però ricevuto ottime critiche che non sono state accompagnate da un’accoglienza proporzionata.

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