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2 Gennaio Gen 2016 1000 02 gennaio 2016

«Dai Foo Fighters a Cesena in poi, con l’entusiasmo si può fare tutto»

Parla Fabio Zaffagnini, la mente di Rockin1000, l’evento che ha fatto suonare a mille persone la stessa canzone, per far suonare l'ex Nirvana Dave Grohl in Romagna: «Negli Usa ci chiedono idee e progetti, in Italia discorsi motivazionali»

Foo Fighters
Un fotogramma del video di Rockin1000

Non sarà stato l'evento dell'anno del 2015, ma è una gigantesca ispirazione per il 2016, un piccolo miracolo che racconta come l'entusiasmo e la forza di volontà possano andare oltre a ogni limite oggettivo, questo sì. Parliamo di Rockin1000, il flash mob organizzato da mille musicisti che si sono radunati a Cesena per formare la più grande rockband della storia, ma soprattutto per suonare “Learn to fly’ dei Foo Fighters. Scopo del gioco: convincere la band americana a tenere un concerto nella stessa Cesena, non esattamente una delle classiche tappe di un tour mondiale.

Il bello è che è successo. Che 28 milioni di persone hanno visto il video della performance su YouTube. Che i telegiornali di tutto il mondo hanno fatto rimbalzare le note di “Learn to Fly” ai quattro angoli del pianeta. Che i Foo Fighters hanno risposto all'appello. E che il 3 novembre Dave Grohl, Taylor Hawkins, Chris Shifleft, Pat Smear e Nate Mendel hanno davvero suonato al Carisport, il palazzetto della città romagnola, di fronte a tremila persone entusiaste e incredule.

«Rockin1000 è la dimostrazione che è davvero possibile, con l'entusiasmo, influenzare dinamiche molto più grandi di noi», spiega Fabio Zaffagnini. Non ancora quarantenne, capelli lunghi da rockstar indie, un passato da geologo e da ricercatore scientifico e un presente da startupper - la sua creatura si chiama Trail me up ed è, in estrema sintesi, una specie di google street view dei sentieri di montagna - Zaffagnini è la mente cui si deve l'intuizione e la realizzazione di Rockin1000.

Dicci la verità, Fabio. Davvero volevate portare i Foo Fighters a Cesena o è stata una specie di esperimento sociale?
Il punto di partenza è che i Foo Fighters sono una delle mie rock band preferite e che la pazza idea di cercare di capire come portarli a suonare a Cesena nasce da proprio da questo. Certo, sapevamo anche che sono una band particolarmente ricettiva a questo tipo situazioni anomale e non convenzionali, abbastanza folli per darci ascolto.

Ok, ma perché avete scelto di far suonare a mille persone la stessa canzone?
Nel film “School of Rock” c'è una scena in cui Jack Black implora i Led Zeppelin di poter utilizzare la loro canzone Immigrant Song per il film. Dietro a lui, ci sono mille persone che gli danno manforte, urlando. Siamo partiti da lì e siamo arrivati all’idea di realizzare il più grande tributo possibile a una rock band, convinti che di fronte a uno spettacolo del genere non avrebbero potuto rifiutare. E qui finisce il sogno e inizia il progetto, l'esperimento.

In che senso?
Ci interessava capire se fosse possibile fare una cosa del genere, che nessuno aveva mai nemmeno immaginato, e come. Ho coinvolto un gruppo di amici, a loro volta grandi professionisti. Ognuno di noi era responsabile di una divisione: l'esperto di eventi, il fonico, il responsabile commerciale. Abbiamo lavorato per più di un anno alla progettazione. E poi siamo passati all'azione.

Qual è stata la cosa più difficile, l’ostacolo più grande?
Partivamo senza budget, quindi direi l'assenza di risorse. Ci servivano 40mila euro e abbiamo organizzato un crowdfunding per raggiungere la cifra necessaria a organizzare l'evento e a girare il video da mandare ai Foo Fighters.

È stata dura?
Sì, perché in Italia il crowdfunding è uno strumento che poche persone conoscono. Non solo, ma a differenza di quanto accade solitamente, non c'era alcuna ricompensa. In altre parole, non potevamo promettere che i Foo Fighters sarebbero poi realmente venuti a Cesena. Non che il resto fosse un passeggiata, intendiamoci. Dovevamo selezionare ogni musicista, dargli una parte in funzione della sua abilità, dovevamo chiedere a ciascuno di portare casse e amplificatori di un certo tipo, affinché uscisse un certo tipo di suono. E poi c'erano da gestire le defezioni, spesso dell'ultimo minuto, e le liste dei musicisti che avevamo messo in attesa, come fossero riserve. Se mi guardo alla spalle, direi che gestire l'evento del 26 luglio è stata la cosa più semplice. E bella. Quando mille persone suonano assieme la terra trema davvero.

Quand'è che avete capito di avercela fatta?
Quando il giorno dopo l'evento i Foo Fighters ci hanno risposto con un loro video. Ci siamo incontrati negli Stati Uniti, prima di un loro concerto: abbiamo parlato di rock, delle nostre famiglie, di mountain bike, di dove diavolo era Cesena. Perché sì, sarebbero venuti a Cesena.

Parliamo di quel che è successo dopo: un evento del genere deve averti cambiato la vita…
Ho ricevuto trentamila mail, dagli insulti ai complimenti, dalle proposte di lavoro e quelle di matrimonio. Il picco di popolarità è stato clamoroso: mentre entravo negli Stati Uniti, il poliziotto del controllo immigrazione, in aeroporto, mi ha chiesto un selfie…

Proposte di lavoro?
In Italia, nulla di serio. Tanti complimenti, discorsi abbozzati, ma nulla di serio. Abbiamo avuto molte più opportunità e molti più contatti concreti negli Stati Uniti.

Eppure le aziende italiane forse avrebbero bisogno di progetti di comunicazione innovativi e virali come il vostro...
In Italia mi chiedono più che altro discorsi motivazionali, di raccontare la nostra storia, ma nessun azienda ha voluto investire su un esperienza simile per comunicare, per fare qualcosa assieme. Peraltro, a livello di comunicazione non abbiamo inventato nulla. Abbiamo applicato la lezione di qualunque corso di social media.

Come mai ha funzionato così bene?
A me piace coinvolgere le persone. Radunarle, far fare loro cose straordinarie, tutti insieme. Li in mezzo non c'erano numeri uno, primi tra i pari, protagonisti. Eravamo una comunità.

È un’idea replicabile nel 2016?
Non così e non da noi. Non fosse altro per il fatto che puoi far lavorare gratis le persone solo una volta. Però chi ha visto quel che abbiamo fatto - e magari ha abbandonato un idea perché la riteneva troppo difficile e complessa - può trarre ispirazione dal nostro entusiasmo e dalla nostra follia.

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