Autonomi
5 Gennaio Gen 2016 0820 05 gennaio 2016

Partite Iva: nello Statuto mancano salari e previdenza

Il disegno di legge dovrebbe arrivare in Parlamento entro fine gennaio. Ci sono tutele per la maternità e la malattia. Le associazioni degli autonomi: “Ora serve l’equo compenso e una decisione definitiva sull’aliquota previdenziale”

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(Getty Images/Mario Tama)

Tira un vento nuovo per il lavoro autonomo. Salvo ripensamenti, lo Statuto delle partite Iva sembra ormai un obiettivo centrato, con nuove tutele per la maternità e la malattia. «Ma molto altro resta ancora da fare», dice Andrea Dili, portavoce di Alta Partecipazione, una delle associazioni protagoniste della lotta delle 3 milioni di partite Iva italiane insieme ad Acta, Confassociazioni e Conprofessioni. «Dopo decenni in cui non siamo stati considerati, sono stati fatti passi avanti, ma non è tutto: manca l’equo compenso, il discorso sulla previdenza è rimasto di nuovo sospeso, con il blocco dell’aliquota al 27% per il 2016, e non è stato affrontato il capitolo pensioni. Saranno queste le nostre prossime battaglie».

Il nuovo disegno di legge che regola gli autonomi (esclusi commercianti e artigiani iscritti alle Camere di commercio) dovrebbe essere approvato in uno dei primi consigli dei ministri dell’anno per poi arrivare in Parlamento entro la fine di gennaio. L’iter di approvazione dovrebbe avere tempi brevi. Il testo, vergato da Maurizio Del Conte (consigliere economico di Palazzo Chigi) sembra mettere d’accordo maggioranza e opposizione. A meno che qualche forza politica non voglia intestarsi la responsabilità di stravolgerlo.

L’obiettivo è importante: regolare il mondo delle partite Iva non più solo in termini fiscali, ma anche di diritti. «È la prima volta che i lavoratori autonomi non vengono considerati “diversamente dipendenti”, ma nella loro specificità», spiega Andrea Dili. «E molto si deve al salto culturale da parte dei tecnici di Palazzo Chigi».

Nel corso del 2015, dopo il dietrofront del governo sull’aumento dell’aliquota del regime dei minimi nella legge di stabilità, le associazioni degli autonomi si sono compattate. Riuscendo nel difficile obiettivo di mettere insieme professioni ordiniste e non ordiniste. Su alcune questioni restano delle divergenze (dall’aliquota contributiva alle pensioni), ma il “pacchetto” di proposte che ne è venuto fuori è confluito, almeno in parte, nel futuro Statuto dei lavoratori.

«Dopo decenni in cui non siamo stati considerati, sono stati fatti passi avanti, ma manca ancora l’equo compenso e il discorso sulla previdenza è rimasto sospeso. Saranno queste le nostre prossime battaglie»

Andrea Dili, Alta Partecipazione

COSA C’È

Tra le novità del testo, l’indennità di maternità senza l’obbligo di astensione per tutti i cinque mesi (questa clausola poteva andare bene per una dipendente ma non per un’autonoma che, se rimane a casa, perde clienti e commesse); la sospensione dei versamenti contributivi in caso di gravi malattie (questa è una battaglia su cui ha puntato molto Acta); l’estensione dei congedi parentali da tre a sei mesi e anche ai papà. Fin qui la parte sul welfare. «Anche se», dice Anna Soru, presidente di Acta, l’associazione dei freelance, «sulla malattia, oltre al dilazionamento del pagamento dei contributi, si potrebbe fare qualcosa in più: innalzando l’indennità, che al momento resta molto bassa, e considerando anche altre malattie, oltre a quelle oncologiche».

Poi ci sono le novità di carattere fiscale: la possibilità di dedurre le spese per la formazione (finora era più facile scaricare il costo di un nuovo telefono che quello di un corso di aggiornamento); le tutele contro il rischio di non essere pagati («ma questa parte», dice Anna Soru, «non è ancora chiara»); l’accesso agli appalti pubblici.

A queste vanno aggiunte le novità della legge di stabilità: la possibilità di accedere ai fondi europei, salvata in extremis da un emendamento che voleva cancellarla; e il nuovo regime dei minimi, che fa un passo indietro, riportando il limite dei ricavi da 15mila a 30mila euro, come due anni fa. In questo modo la platea dei potenziali beneficiari aumenta, considerato che potrà accedervi anche chi ha aperto la partita Iva da tanti anni.

«Sulla malattia, oltre al dilazionamento del pagamento dei contributi, si potrebbe fare qualcosa in più: innalzando l’indennità, che al momento resta molto bassa, e considerando anche altre malattie, oltre a quelle oncologiche»

Anna Soru, Acta

COSA MANCA

«Sono tutti aspetti positivi, ma non è tutto», dice Anna Soru. «Mancano misure per favorire aggregazioni di professionisti che possano favorire la crescita imprenditoriale degli autonomi». E soprattutto manca l’equo compenso, il salario minimo per professionisti. Che oggi guadagnano ancora troppo poco: lo stipendio medio delle partite Iva iscritte all’Inps supera di poco le 700 euro.

«Intervenire su questo punto non è facile», spiega Soru. «Ma si potrebbero almeno introdurre delle tariffe di riferimento, a partire proprio dalla pubblica amministrazione. Una norma di questo tipo servirebbe sia alla pa per stabilire un range di prezzo per il pagamento delle consulenze, di solito pagate troppo o troppo poco, ma servirebbe anche al singolo professionista per muoversi nel mercato». Ma resta «il nodo della concorrenza del lavoro gratuito. Ecco perché l’introduzione di un salario minimo orario - anche se molto del lavoro autonomo non si misura in termini di ore - potrebbe essere la soluzione». Ma ai sindacati italiani solo a sentire la parola “salario minimo” viene l’orticaria. Eppure, dice Andrea Dili, «introdurre un compenso minimo equo potrebbe servire anche a smascherare le false partite Iva, che a questo punto potrebbero non essere più convenienti per il datore di lavoro». Ma niente di tutto questo sembra esser presente nel futuro Statuto.

«Si potrebbero almeno introdurre delle tariffe di riferimento, a partire proprio dalla pubblica amministrazione. Una norma di questo tipo servirebbe sia alla pa per stabilire un range di prezzo per il pagamento delle consulenze, di solito pagate troppo o troppo poco, ma servirebbe anche al singolo professionista per muoversi nel mercato»

Anna Soru, Acta

Così come manca una soluzione definitiva sulla previdenza. Dopo il rinvio del 2015, anche nel 2016 l’aumento dell’aliquota contributiva dal 27% al 33% è stato sospeso. Per la quarta volta. «Non si sa ancora cosa succederà dopo», dice Dili. «Ma al di là della questione dell’aliquota, resta il problema pensioni: bisognerà pensare a un meccanismo di equità intergenerazionale. Oggi versi nelle casse professionali il doppio di quanto versava uno con il sistema retributivo e avrai una pensione che è un terzo. Dobbiamo approfittare di quest’anno di tregua, con l’aliquota bloccata, per dedicarci alla questione previdenziale». I tecnici delle associazioni delle partite Iva stanno già lavorando a una soluzione. E sono pronti a recapitarla sulla scrivania del presidente dell’Inps.

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