20 Gennaio Gen 2016 1525 20 gennaio 2016

«Bad bank “leggera”? Così non si va da nessuna parte»

Banca Ifis, importante player nel factoring e nel mercato degli Npl, presenta risultati record. L'Ad Giovanni Bossi attacca: «I mercati stanno esagerando. Le banche italiane sono sane. Ma non fanno margini»

Bad Bank
JOEL SAGET/AFP/Getty Images

Nei giorni in cui le banche sono sotto attacco della speculazione finanziaria a causa delle numerose sofferenze che hanno in pancia, c'è una banca che i crediti deteriorati se li compra e che anche nel 2015 ha visto crescere il proprio utile netto del 69% e il totale dei crediti verso la clientela del 22%. Si tratta di Banca Ifis, piccola realtà con sede a Venezia che da anni, in realtà, sta macinando utili a doppia cifra in anni in cui il resto del mondo bancario arranca. E, cosa ancora più importante, che lo sta facendo prestando soldi alle piccole e micro imprese, con progetti innovativi come Fare Impresa Futuro, un progetto in collaborazione con la Maker Faire di Roma di racconto e contaminazione atto a supportare le imprese italiane con un percorso che porterà a divenire artigiani digitali.

La presentazione del risultati di bilancio è l'occasione per l'amministratore delegato Giovanni Bossi per rispondere a un po' di domande sulla situazione in cui versa il sistema bancario, con Montepaschi in caduta libera e tutte le altre che arrancano: «Le banche italiane sono sane - è convinto Bossi - I mercati stanno esagerando». L'attacco dei mercati però è frontale e Bossi non esclude che, passata la buriana, il suo istituto non possa cominciare a crescere per linee esterne: «Di certo non ci compreremo una delle quattro banche - precisa -, ma magari linee di prodotto complementari a quelli che già stiamo sviluppando».

«Io non so cosa avessero in pancia le quattro banche salvate dal governo, ma una svalutazione al 17% mi sembra eccessiva».

Lo dice, tuttavia, dopo aver rimarcato tutte le differenze tra il suo istituto e il resto del credito tricolore: l'assenza di sportelli, innanzitutto, e la raccolta effettuata interamente online. Il factoring, attraverso cui Ifis sconta le fatture alle imprese, anticipando loro i soldi di pagamenti dilatati nel tempo, anche quelli fiscali o quelli che la pubblica amministrazione deve alle multiutility. E poi, l'acquisto di crediti al consumo deteriorati, per poi recuperarli.

E proprio questi ultimi - qualcuno le chiama sofferenze, altri, più prosaicamente, non performing loans - sono oggi al centro del dibattito: «Noi compriamo crediti al consumo a un prezzo che oscilla tra il 3 e il 6 per cento del valore di portafoglio - premette Bossi -, ma ogni credito è diverso: ci sono anche immobili, ad esempio, la cui svalutazione dovrebbe essere meno marcata. Io non so cosa avessero in pancia le quattro banche salvate dal governo, ma una svalutazione al 17% mi sembra eccessiva».

Un regalo a chi se li comprerà? Bossi non lo dice. Ma dice, ad esempio, di farsi poche illusioni sulla tanto agognata bad bank pubblica di sistema: «Non si è fatta e non si farà - è la previsione di Bossi -. Quella che emerge oggi è una soluzione ibrida e costosa, che tuttavia non lede gli equilibri di mercato. In questo modo però non si va da nessuna parte. E non si risolve il problema principale delle banche italiane, la loro incapacità di fare margini».

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