Dossier
E adesso sesso
23 Gennaio Gen 2016 1030 23 gennaio 2016

Donne che (di tanto in tanto) amano le donne

Lei è italiana, l'altra è musulmana, non beve alcolici e sa fare l'amore con tutto il corpo. Le differenze maschio/femmina stancano, l’amicizia amorosa donna-donna apre a diversi scenari erotici

Laura And Kitty
Dal film The Hours di Stephen Daldry (2002)

Leggete il titolo e se avete il cazzo vi viene duro. Vi vengono in mente scene di pornografia con bionde lucide, tette finte e lubrificante, tanto lubrificante, che si leccano tra di loro. E siete intellettuali: ancora pensate a quella scena di amore con schiaffi sul culo della Vita di Adele. Partiamo da qui: questa può essere una delle ragioni per cui le donne a un certo punto si rompono degli uomini e decidono di prendersi una pausa e avere delle amiche donne con cui condividere assorbenti tassati al 22%.


Parigi. Un giorno ero nel Marais con una mia amica, Giulia. Io abitavo a Rambuteau, lei andava alle manifestazioni contro una leggina sul première embauche (primo impiego, un po’ come la nostra legge Biagi) e veniva da me a rendicontare. Passava da casa mia, uscivamo a berci una birra, mi diceva quanti fumogeni erano stati lanciati, io mi sentivo informata, lei si sentiva raccontata. Dopo l'appuntamento politico con me se ne andava all'appuntamento pornografico col mio vicino di casa, Manu.
«Così, è grosso così». Mi indicava la circonferenza di una bottiglia di Becks che ci eravamo prese nel bar del marais. Non parlava di fumogeni ma del cazzo di Manu, che era nero. Io mi guardavo intorno per vedere se c’era qualcuno.

Non parlava di fumogeni ma del cazzo di Manu, che era nero. Io mi guardavo intorno per vedere se c’era qualcuno

Eravamo giovani, non eravamo ancora Sex & the city, e a causa dei tempi e di Lena Dunham non lo saremmo mai diventate. Mai. Dispiace deludere un certo parterre di lettori ma non abbiamo tutti la weltansicht dei quarantenni. Provavamo l’amore, quello vero. Quello che vai a letto con qualcuno una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, ma alla ottava, dico alla ottava, vuol dire qualcosa. Tipo che stiamo insieme? Tipo che abbiamo una relazione non esclusiva? Tipo che siamo amici di letto? Ecco, no: questo è sex and the city.
Noi a 21 anni alla ottava scopata eravamo cotte, sentimentalmente coinvolte, innamorate. Alla seconda birra la disperazione di Giulia esplodeva come l’odio teatral-borghese di Carnage: si prendeva il cazzo di Manu anche se lui non amava lei (e lei non amava lui, ma la retorica prevedeva le lacrime).
Alla terza birra arriva un vecchio francese, in questo bar che si chiamava La perle e mi chiede: «Est-ce que vous aimez bien les femmes?» (amate le donne?). Sul momento la trovo veramente una bella domanda. Mi dico: ma è meraviglioso, un vecchio ubriacone che ci pone al tavolo un interessante dibattito di genere. Io lo guardo e gli rispondo: «oui, surement» (sicuramente). Lui allora ci chiede se io e la mia amica ci amiamo. Io rispondo: «oui» (sì). Poi Giulia mi guarda - ancora in lacrime per Manu - e mi dice, ridendo: «Sei scema, siamo in un locale lesbo, vuole sapere se scopiamo».
Non sono scema, e rido anche io. Prendiamo le birre e ci incamminiamo verso casa di Manu dove lei andrà incontro a una delusione amorosa. Io invece ho un appuntamento con Sarah, la coinquilina lesbica di Manu, andrò incontro a un’agnizione.

I suoi baci sono come la pelle del budino (e altre volte mi è capitato di baciare un budino quando pensavo a lei)

E’ musulmana e non beve alcol, ma ho preso per lei del succo d’arancia, ha una forza incredibile, occhi bellissimi. Charlie Hebdo sarebbe successo dieci anni dopo. Bataclan undici anni dopo Le torri gemelle però ci sono già state, ed è l’anno in cui in periferia bruciano i cassonetti.
Proust con molta delicatezza e con la dovuta ironia racconta di una lesbica che se i genitori avessero saputo cosa succedeva dietro quella porta, sarebbero morti di crepacuore: i genitori non lo sapranno mai. Mamma chiudi la porta.
E il mio fidanzato è lontano e non risponde mai al telefono, deve laurearsi con 110 e lode e non viene a trovarmi a Parigi. E Sarah mi bacia. Io mi eccito. Ma non lo accetto. Sarah mi prende a pugni perché non vado fino in fondo, faccio per tornare a casa. Poi mi dico «chissenefrega» e torno. I suoi baci sono come la pelle del budino (e altre volte mi è capitato di baciare un budino quando pensavo a lei). Insalivati, caldi e morbidi e profumano. Ma allo stesso tempo è l’esempio migliore di rough sex. Altro che il maschio che tira i capelli. Lei è dolce, forte, mi prende e mi butta sul tavolo. E’ tutto come la vita di Adele, ma non esistono solo le pacche sul culo. C’è sempre tutto il corpo. Frottage, foliage, sforbiciate.

Giulia sparisce perché soffre d’amore per Manu. Mi chiama dopo qualche mese e mi dice che ora convive con una donna. Io non indago molto, ma le chiedo se è felice: e mi dice di sì. Le chiedo anche come abbia fatto senza quella irrinunciabile caratteristica di Manu. Mi dice che è tutto ok, che è contenta, che si amano. Ci vediamo ancora, ma non più nel mio quartiere.

SPOILER ALERT

E’ il 2016 e ho visto The Lobster. In questo film come nella vita gli esseri umani si innamorano per motivi stupidi, e il primo è la condivisione. Due persone si innamorano perché condividono l’essere zoppi. L’amore finisce perché uno dei due non è veramente zoppo, ed erano quindi sbagliate le premesse. Proprio come quando si esce con qualcuno e si condivide la passione per American Psycho, a eccezione fatta che lui non ha mai letto quel libro, o non gli è mai veramente piaciuto: ha mentito. Nel film i due protagonisti finiscono per affrontare una crisi dovuta al fatto che uno dei due diventa cieco, e non c’è più condivisione. Ma l’amore, anzi, una relazione, è eternare questa condivisione, anche con il sacrificio (quello con la vista si cava gli occhi per tornare a vedere quello che vede l’amata).

FINE SPOILER

Ecco che, in questo caos delle relazioni, la mia amica Giulia trova la migliore e la più facile delle condivisioni al mondo: le mestruazioni. La natura. E non nascondiamolo: per una femminista come lei, si tratta di condividere ogni giorno anche la stessa percezione di genere da un punto di vista sociale. Si tratta di non fare la fatica di competere ogni giorno con un uomo che si impone a livello sociale perché fa un lavoro in cui guadagna più soldi. Si tratta di non sentire ogni giorno il peso di un ruolo, e di esserne fuori. Si tratta di partire da un punto di partenza molto rilassante: la parità. E in un’epoca di giochi di ruolo non è poco.

Non l’ho mai più vista. E con Sarah, per me, è finita. Mancava “ce mur” - quel muro - mancavano quelle differenze che rendevano ogni giorno la relazione una scoperta. Lei era un facile approdo, così come lo sarebbe stato un altro uomo in una relazione a distanza, ma lei era più dolce. Io non volevo arrivare. Ero terribilmente vicina, ed eravamo una sola cosa. Dopo qualche mese la relazione è diventata soffocante, ed è finita.

Ed è diventato un racconto d’amore. Moravia, qualche anno dopo, scrivendo la prefazione di L’eterno marito avrebbe detto che la differenza tra il romanzo dell’ottocento e del novecento sta nel senso del pudore. Ripensandoci avrei chiarito che tutto è diventato molto pudico nei confronti dei sentimenti, ma che di questi tempi abbiamo fatto un ulteriore scatto in avanti. Viviamo tempi cui finalmente i sentimenti sono separati dalla retorica del sentimento e la retorica del sesso, al punto che i sentimenti sono distaccati dal genere. E i sentimenti sono puri, idealmente distaccati dal possesso: mai come ora, romantici.
Poi la parità, la vicinanza, la condivisione così intima la si prova solo con una donna. Ma l’amore finisce per la stessa ragione per cui è iniziato. Perché la retorica dell’amore, citando De l’amour di Stendhal, prevede che l’amore regga finché c’è idealizzazione. E l’idealità è lasciare degli spazi di ignoranza, non conoscere troppo. E se uno ha lo stesso sesso, finisci per conoscerlo come un tuo dito, anche solo perché socialmente si vivono gli stessi problemi. Proprio perché si condividono gli assorbenti (tassati al 22%).

Non l’ho mai più vista. E con Sarah, per me, è finita. Mancava “ce mur” - quel muro - mancavano quelle differenze che rendevano ogni giorno la relazione una scoperta

«Sono una femminista, e come tale davo un senso politico alle mie emozioni». E gennaio 2016. Eliana ha 24 anni, vive a Bologna e tiene un laboratorio di “autocoscienza sessuale” che si chiama Sessfem. E’ un laboratorio mututato e riadattato da uno stesso che è stato concepito dall’università di Berkley. «Fino a 18 anni sono stata eterosessuale. Ora ho un’idea fluida del sesso. A 18 anni ho conosciuto una donna, al tempo ero fidanzata con un ragazzo al quale raccontavo la mia passione (saffica, ndr) ma lui non capiva e ci rideva sopra. Questa passione mi ha fatto accendere delle riflessioni». Eliana non si definisce né eterosessuale né bisessuale né lesbica. «L’unico discrimine è l’attrazione. E il laboratorio di autocoscienza mi è servito a capirlo».
Le chiedo, ricordandomi di quella enorme bottiglia di Becks a La perle, quale sia la differenza tra il sesso con un uomo e una donna (per lei) «Gli uomini si focalizzano su una sola parte, che è quella (il pene ndr). Il sesso con una donna, quando l’ho scoperto, era con tutto il corpo». Ci penso, e le dico - a difesa di quei 2-3 che mi sono capitati nella vita…- che ci sono uomini che utilizzano tutto il corpo quando fanno sesso. Pochi. Lei conferma che è così, ma che lasciare entrare nella sua vita il sesso con le donne e il laboratorio di autocoscienza l’hanno aiutata a capire che cosa è il piacere nel sesso.

«Tutto sta nell’emanciparsi da una certa educazione sessuale». Che è quella culturale, pornografica di cui si parla all’inizio. Quella scena in cui bionde piene di lubrificante si leccano. Un percorso sessuale che si basa esclusivamente sull’attrazione, su quello che si sente, e non su come ci vediamo in società. Un sesso che non sia esclusivamente focalizzato sull’esistenza di un pene in una coppia (le dimensioni, la durezza, la bellezza). Quanto alle dimensioni, a dirla tutta, anche la pornografia “mainstream” sceglie come pornostar attori con un pene normale. Ormai.

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