Brexit
8 Febbraio Feb 2016 1900 08 febbraio 2016

Il ricatto della City per restare in Europa

Mentre i sondaggi danno in vantaggio i sostenitori dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, la finanza londinese vorrebbe restare, ma alle sue condizioni: sì al Ttip, integrazione dei mercati finanziari ed Europa a due velocità

Londra City
Dan Kitwood/Getty Images

Liverpool street, Londra. È da qui che si espande in meno di due chilometri quadri la principale piazza finanziaria europea, la City. Quasi una città a se stante in quella che è la vera e unica metropoli d'Europa, con le sue leggi, i suoi codici e il suo peso politico. Un peso che il Governo Cameron ha sicuramente ben presente in queste ore in cui gli sherpa sono a Bruxelles per negoziare e limare la bozza di accordo sulla riforma delle relazioni tra Unione europea e Regno Unito. Perché se questa settimana i sondaggi danno in lieve vantaggio i sostenitori dell'uscita dall'Ue, al 42% contro i 38% a favore della permanenza, la City resta per ora silenziosa. Nessuna dichiarazione ufficiale dalle principali banche di investimento, né dagli uomini chiave a capo di agenzie di consulenza o hedge funds. Sulla Brexit, il mondo finanziario preferisce aspettare per esprimersi.

Una media annuale di 65 miliardi di sterline versate in tasse e un contributo all'occupazione pari al 7% del totale della forza lavoro britannica. Sono queste le cifre che spiegano l'importanza della City nel Regno Unito. Un contributo prezioso, che Londra ha tutto l'interesse a tutelare. Sulla Brexit, però, i punti di vista tra Governo e City al momento divergono.Nonostante l'assenza di dichiarazioni ufficiali, infatti, è noto lo scetticismo con il quale il mondo finanziario guarda a una possibile uscita del Regno Unito dall'Ue.

Non certo per amore del progetto comunitario, o per il desiderio di veder fondati i cosiddetti "Stati Uniti d'Europa", ma per semplice interesse. La finanza è un settore liquido, non conosce confini e soprattutto non conosce il significato della parola "fedeltà". Ecco perché tra gli scenari che Londra deve considerare c'è anche la possibilità del settore finanziario di dirigersi verso le piazze di Francoforte e Parigi, mantenendo così l'accesso al Mercato Unico, che nel caso di un Regno Unito fuori dall'Ue dipenderà dal tipo di accordo che sarà firmato con Bruxelles. Le incognite sembrano, dunque, al momento tali da non aver esaltato gli uomini della City davanti la possibilità di vedere affrancate per sempre le regole della finanza londinese dalla burocrazia comunitaria.

Secondo un sondaggio realizzato dal Center For Study on Financial Innovation lo scorso aprile soltanto il 12% degli uomini della City sarebbe a favore dell'uscita dall'UE, mentre il 73% è a favore della permanenza. Non in maniera incondizionata, però. È noto che la City è a favore, e da tempo, di una maggiore integrazione dell'Unione del Mercato dei Capitali. Un progetto sul quale, peraltro, l'esecutivo Juncker, sta lavorando alacremente in questi anni, mostrando di voler procedere verso un ragionato riavvicinamento della Commissione al settore finanziario.

Nonostante questo, però, sempre secondo il sondaggio del CFSI, il 31% degli intervistati ritiene che Bruxelles agisca spesso contro gli interessi della City. Un'eco rimasta dai giorni dei negoziati di fuoco sull'adozione della famosa tassa sulle transazioni finanziarie o quella per l'introduzione di un tetto massimo di guadagno per i banchieri. La City chiede a Bruxelles di procedere al completamente del Mercato Unico per i servizi finanziari, ma anche la necessità di procedere alla salvaguardia degli interessi di quei Paesi (come il Regno Unito appunto) che hanno deciso di restare fuori dalla moneta comune. Per questi il mondo finanziario chiede, e in linea con quanto richiesto all'Ue da David Cameron, di procedere a quella che per anni è stata definita la creazione di un'Europa a due velocità. C'è poi la richiesta alla Commissione Ue di procedere velocemente alla ratifica di tratta di libero scambio con i Paesi terzi. Non soltanto Stati Uniti, ma soprattutto la Cina ed altri Paesi asiatici.

Il mondo della finanza, però, non è un monolite. Molto cambia tra banche di investimento e commerciali, tra gestori di hedge fund e asset manager. Questi ultimi sono, infatti, meno connessi alla geografia delle transazioni ed esposti a un contesto di transazioni globali, tendono a guardare con meno accanimento le sorti del futuro referendum sulla permanenza di Londra nell'Ue. Uno scenario che interessa, invece, moltissimo le cosiddette banche tradizionali, fisicamente operanti in un Paese e in un territorio specifico. In entrambi i casi, però, c'è una convinzione comune che una volta fuori dall'Ue la City attraverserebbe una fase di instabilità la cui risoluzione appare a molti troppo nebulosa per poter fare valutazioni concrete allo stato attuale.

Se la City non esulta, ma non sembra neanche entusiasta di schierarsi per il partito dei "Leave" (Uscita dall'Ue), è probabile che nei prossimi mesi anche David Cameron lancerà la sua campagna a favore del "Remain" (Restare nell'Ue). I negoziati serrati tra gli sherpa dell'esecutivo britannico e quelli delle altre 27 cancellerie europee e della Commissione Juncker sembrano aver trovato diversi punti in comune su come rielaborare la relazione tra Londra e il progetto comunitario. Se il 19 e 20 febbraio, in occasione del prossimo vertice tra i Capi di Stato e di Governo europei, Cameron dovesse ottenere l'ok definitivo alla bozza di accordo, il Premier britannico non potrà più dichiararsi "Pro-Brexit", ma dovrà invece impegnarsi per far trionfare i voti dei "Remain".

In caso contrario, infatti, Bruxelles potrebbe reagire inasprendo le condizioni del negoziato su quella che potrebbe essere la forma futura delle relazioni tra Regno Unito e resto dell'Unione. Uno scenario questo che preoccupa molto la City, ma anche il resto degli imprenditori britannici. Se le grandi banche di investimento internazionali possono scegliere di ricollocarsi altrove, infatti, per chi opera ancora nell'economia reale la scelta appare molto meno semplice. Il Think Tank OpenEurope ha ipotizzato perdite e guadagni per il Pil britannico sulla base di possibili modelli di interazione futuri tra Londra e Bruxelles. Dalla perdita del 2,2% di Pil a seguito di un'uscita dall'Ue senza nessun accordo commerciale privilegiato si passa alla possibilità per il Paese di veder crescere il proprio Pil dell'1.5% nel caso di stipula di relazioni privilegiate tra Regno Unito e Mercato Unico.

Del futuro di Londra, della City e della sua fama mondiale molto si deciderà nei prossimi mesi. Dai grattacieli dello Square Mile per ora si resta in attesa, con lo sguardo fisso verso l'orizzonte. La Brexit, vista da quassù, sembra soltanto un'altra delle tante variabili che incidono ogni giorno su mercati e investimenti. Per il settore finanziario non si è ancora arrivati al momento di scendere in trincea.

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