15 Febbraio Feb 2016 0815 15 febbraio 2016

Migranti: fermarli in Turchia significa dirottarli sulle nostre coste

l'Italia spende 200 milioni di euro per sostenere una misura che va a favore dei paesi nordeuropei, e a sfavore nostro

Tunisia Rifugiati

Le fondamenta stesse dell’Unione europea sono state scosse, in questi ultimi anni, dall’emergenza migranti. La risposta, tuttavia, dietro una parvenza di unitarietà continentale si sta caratterizzando per il consolidato gioco di ogni Paese a difendere il proprio interesse nazionale a discapito degli altri Stati membri. Le recenti mosse della Ue, in particolare circa l’accordo con la Turchia per fermare le ondate di migranti, sembrano più dettate dall’interesse di alcuni - non a caso i Paesi più forti - che non da quello dell’intera collettività.

L’instabilità regionale in Medio Oriente e in particolare la guerra in Siria – che ha causato un esodo di oltre quattro milioni di persone – hanno riversato centinaia di migliaia di profughi in Europa. In particolare i Paesi del centro, Germania in testa, e nord Europa sono stati investiti da questo flusso. Costretti tra brutti fatti di cronaca (come il caso del capodanno di Colonia) e una xenofobia in aumento nella popolazione, alcuni governi nazionali hanno iniziato a mettere in discussione il principio della libera circolazione delle persone garantito dal diritto comunitario e dal trattato di Schengen, quando non a innalzare muri alle frontiere.

Mettere un tappo in Turchia, questo è il dubbio che circola in ambienti diplomatici italiani a Bruxelles, non impedirà ai profughi di trovare altre rotte per arrivare in Europa

Per evitare la spirale dello sfaldamento della costruzione europea e per fronteggiare questa situazione, gli Stati membri riuniti nel Consiglio Ue hanno varato a inizio febbraio un piano di aiuti di 3 miliardi alla Turchia – non senza qualche mal di pancia, vista la condotta ambigua del presidente Erdogan in politica estera e la piega autocratica in quella intera - perché blocchi la fuoriuscita costante di profughi siriani (e non solo) verso la Grecia e l’Unione europea. L’Italia, dopo una iniziale contrarietà, ha votato a favore. A Roma è infatti stato promesso che nel calcolo del deficit non verranno conteggiati i costi sostenuti per fronteggiare l’immigrazione dall’inizio della crisi in Libia. Ora siamo il quarto Paese contributore, con 224,9 milioni di euro versati sul totale dei 3 miliardi.

Mettere un tappo in Turchia, questo è il dubbio che circola in ambienti diplomatici italiani a Bruxelles, non impedirà ai profughi di trovare altre rotte per arrivare in Europa. Finora la rotta balcanica è infatti stata privilegiata perché – come spiega un funzionario di uno dei Ministeri coinvolti nella questione, dietro garanzia dell’anonimato - «i costi sono inferiori rispetto a quella mediterranea, così come i rischi. Inoltre è possibile muovere molte più persone contemporaneamente, e la criminalità organizzata che gestisce il traffico è più “affidabile” di quella libica».
Ma se l’accordo con la Turchia – e ancor di più la missione che la Nato si appresta a organizzare nel Mar Egeo per contrastare la criminalità organizzata che sfrutta la tratta di esseri umani – restringesse questo varco, i migranti probabilmente verrebbero dirottati sulla rotta mediterranea, che dalle coste del Nord Africa porta all’Italia meridionale e alla sponda sud dell’Europa. «La mafia turca difficilmente perderà l’intero business», prosegue il funzionario. «Ma una quota molto importante del flusso migratorio sicuramente verrà deviato verso la Libia».

L'Italia paga centinaia di milioni di euro per sostenere una misura che probabilmente le si ritorcerà contro

In questo caso il rischio è cadere dalla padella alla brace. La Libia è infatti ancora in una condizione di anarchia e guerra civile e, se la Turchia non riesce a controllare adeguatamente il flusso di profughi, meno che mai potrebbe farlo uno Stato inesistente come quello libico.
Inoltre qui l’Isis controlla un lungo tratto di costa nei pressi di Sirte e proprio il traffico di esseri umani è una delle sue principali fonti di guadagno. Portare persone disperate e in fuga dalla guerra nelle mani degli uomini dello Stato Islamico, gonfiandone il portafoglio e potenzialmente il bacino in cui pesca i suoi adepti, non sembra una scelta dettata dalla tutela dell’interesse generale.

Chi trarrebbe vantaggio dall’eventuale chiusura della frontiera tra Turchia e Ue (Grecia e Bulgaria) sono sicuramente i Paesi del centro e nord Europa, in particolare la Germania, che si troverebbero parzialmente fuori – o almeno più lontani - dalla traiettoria dei migranti. Non è casuale allora che la cancelliera Merkel nella sua recente visita al presidente Erdogan abbia nuovamente sollecitato questa misura (prendendo anche duramente posizione sui bombardamenti russi in Siria), né che la missione Nato nel Mar Egeo si preveda sarà guidata da Germania, Turchia e Grecia.


Meno evidenti sono le ragioni dell’Italia, che paga centinaia di milioni di euro per sostenere una misura che probabilmente le si ritorcerà contro e che, anche da un punto di vista dell’interesse collettivo, non sembra la migliore possibile. Il timore è che si sia ragionato nel breve termine – quando qualche punto di sconto sul calcolo del nostro deficit può far comodo al governo – senza valutare fino in fondo le conseguenze.

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