16 Febbraio Feb 2016 1042 16 febbraio 2016

Caro Renzi, ascolta Draghi e fa’ alla Germania un’offerta che non può rifiutare

È ora che il premier lasci perdere i tatticismi e offra alla Germania un progetto europeo di lungo respiro

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ALBERTO PIZZOLI/Getty Images

L’assist, inatteso, ma fino a un certo punto, è arrivato dal presidente della Banca Centrale Europea, durante l’audizione al parlamento europeo: «Diventa sempre più chiaro che le politiche di bilancio debbano sostenere la ripresa attraverso investimenti pubblici e tassazione bassa» ha detto Draghi. Difficile non leggere in queste parole un implicito sostegno al premier italiano, che da tempo domanda meno austerità e più spazio di manovra per far ripartire l’economia italiana, sebbene i documenti ufficiali di Governo parlino un'altra lingua, fatta di investimenti pubblici al palo, con la Cassa Depositi e Prestiti a far da volano, lontano dal disastrato bilancio consolidato dello stato italiano.

L’assist di Draghi, peraltro, arriva a qualche giorno di distanza da quello di Martin Schulz, presidente del parlamento europeo ed esponente di spicco del partito socialdemocratico tedesco, che lo scorso 12 febbraio, in visita a Roma ha spezzato una lancia nei confronti di Renzi e della sua battaglia contro l'austerità europea: Non è «né guastatore, né profeta - ha detto -: è un capo di governo che parla chiaro, con idee chiare e un forte istinto politico. L'Europa ha bisogno di uno slancio in avanti perché lo status quo non è sostenibile».

Per Renzi, tuttavia, l’assist di Draghi e Schulz rischia di diventare un boomerang, in assenza di una chiara strategia negoziale

Sono due ottime notizie, queste. Perché la credibilità di Renzi, dalle parti di Bruxelles, fino a qualche giorno prima, sembrava essere sottoterra, soprattutto in relazione alle richieste di maggior flessibilità sui parametri di bilancio da rispettare. Rispedite al mittente, in sequenza, dal presidente della commissione europea Jean Claude Juncker, dal commissario europeo per gli affari economici Pierre Moscovici e dal capogruppo del Partito Popolare Europeo Manfred Weber.

Per Renzi, tuttavia, l’assist di Draghi e Schulz rischia di diventare un boomerang, in assenza di una chiara strategia negoziale . Perché oggi, nel mezzo di una tempesta finanziaria - non ancora perfetta, ma quasi - contro le banche europee, è obbligato ad andare oltre la sua sterile, ancorché accorata, critica all’Europa: «Prima di parlare di superministri - scrive Renzi in una lettera aperta al fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari - dobbiamo forse chiarirci fra noi sulla linea di politica economica». Peccato che nel resto della lettera aperta Renzi, al di là di qualche fumosa frase fatta su crescita e investimenti - non dica quale politica economica abbia in mente. E soprattutto, di quali assetti istituzionali debba dotarsi l’Unione Europea per perseguirla.
Un ministro economico per quale contropartita? Se fosse l'abbandono delle regole di risoluzione basate sul bail-in sarebbe inaccettabile, dato che tutti i commentatori, non ultimo gli economisti riuniti attorno al CEPR, che nei giorni scorsi hanno pubblicato un volume sulle mancanze della costruzione della casa unica europea. Nel libro edito dal nostro Giavazzi e da Baldwin, il messaggio è molto chiaro: il meccanismo di risoluzione è indispensabile mattone dell'Unione bancaria necessaria a tenere in piedi la moneta unica. Cosa vuole fare Renzi? Distruggere una delle poche conquiste duramente ottenute nella lunga fase di crisi alle spalle?

Il tempo per decidere è molto poco. Perché i venti di recessione globale soffiano ormai piuttosto forti. Perché l’instabilità crescente della situazione siriana rischia di aumentare la pressione dei profughi sui confini del Continente. Perché è sempre meno il tempo per disinnescare i 17 miliardi di clausole di salvaguardia

Ecco perché è un boomerang: perché ora la palla ce l'ha lui, tra i piedi. E il tempo per decidere cosa farne è molto poco. Perché i venti di recessione globale soffiano ormai piuttosto forti e, come ha scritto Danilo Taino sul Corriere, è a loro attribuibile l'attacco speculativo alle banche europee. Perché l’instabilità crescente della situazione siriana rischia di aumentare la pressione dei profughi sui confini del Continente. Perché è sempre meno il tempo per disinnescare i 17 miliardi di clausole di salvaguardia che hanno finanziato alcune manovre espansive e che rischiano di mandare all'aria il prossimo bilancio e la credibilità del governo italiano. E perché, soprattutto, le scadenze elettorali tedesche, francesi, italiane, nonché il referendum britannico si avvicinano e il muro contro muro tra i paesi leader dell’Unione rischia di rivelarsi un formidabile assist per i partiti anti-europei.

Tocca a Renzi, quindi. Che di fronte ha due strade: quella di continuare di disseminare il percorso di pillole di veleno, di istanze non chiare e fumose, come fa un fidanzato che vuole farsi lasciare. Oppure quella di spingere in avanti il processo di integrazione europea, ponendo le condizioni affinché esso avvenga. Volete il fiscal compact e il superministro europeo delle finanze? Bene, dateci gli Eurobond che servano a sostenere gli investimenti pubblici di cui parla Draghi e dateceli subito. Volete assegnare un valore di rischio ai titoli di stato detenuti dalle banche? Bene, dateci la garanzia europei sui depositi. Volete un’ Europa che assomigli sempre più a una federazione di Stati? Bene, dateci la possibilità di eleggere direttamente il presidente della Commissione Europea.

Volete il fiscal compact e il superministro europeo delle finanze? Bene, dateci gli Eurobond che servano a sostenere gli investimenti pubblici di cui parla Draghi e dateceli subito. Volete assegnare un valore di rischio ai titoli di stato detenuti dalle banche? Bene, dateci la garanzia europei sui depositi. Volete un’ Europa che assomigli sempre più a una federazione di Stati? Bene, dateci la possibilità di eleggere direttamente il presidente della Commissione Europea

Beninteso, sono richieste che Renzi fa da tempo, sebbene in modo fumoso è pieno di tatticismo. È sempre mancata una cornice di riferimento in cui collocare la negoziazione: quella degli Stati Uniti d'Europa, in una prospettiva di lungo termine, in questo caso.
Le richieste continue di flessibilità, basate su pochi decimali di punto di deficit aggiuntivo, sembrano non essere all'altezza della sfida.
L’unica via per evitare l’implosione dell’Unione o, molto più banalmente, per uscire da un impasse come quello attuale, che non serve a niente e non conviene a nessuno, è quella della trattativa paziente, che raccolga consensi al di là del proprio campo. Questo è quel che farebbe un leader ambizioso come lui ritiene di essere. El che non farebbe, invece, un’arrivista, desideroso solamente di lasciar passare la nottata, di monetizzare a livello elettorale l'euroscetticismo, di dare ad altri le colpe dei nostri guai. Il momento è adesso, come diceva qualcuno verso la fine del 2012.

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