Berlino 2016
22 Febbraio Feb 2016 1000 22 febbraio 2016

Non solo Fuocoammare: cosa resterà del Festival di Berlino 2016

Lo sconfitto è il filippino Lav Diaz, beniamino dei festival e dei festivalieri. Tra le rimarchevoli pellicole passate a Potsdamer Platz, campeggia senza alcun dubbio “Le fils de Joseph” di Eugene Green

Getty Images 511504022
(ODD ANDERSEN/AFP/Getty Images)

L'Italia porta a casa l'ultimo dei suoi Orsi (anagrammando vien fuori Rosi, col che tutto torna) ma "Fuocoammare" trova proprio in Italia un'opinione discorde, a fronte di un quasi unanime consenso fuori: la Streep, peraltro, già lo ha lanciato per gli Oscar. Perché? Forse per un eterno sospetto che intesse l'abito del nostro cinismo di cittadinanza: l'idea che la bontà in fondo non esista, e chi la racconta è un rètore mistificatore. A Rosi non viene in fondo perdonata la fiducia nella bontà, quella di Lampedusa, quella del soccorso nella tragedia delle migrazioni bibliche, quella dell'inquietudine che non diventa indifferenza ma buona azione. La grande vittoria del film è aver portato il più grande dramma continentale in uno dei maggiori festival mondiali tra le star e il glamour senza ricorrere ad estetismi e piagnistei: senza trasformare insomma Lampedusa in una Loungedusa. Ma sarebbe ingiusto esaurire la lista dei meriti di questo film nella sua pura testimonianza politica, perché esso offre l'ennesima prova della notevole bravura formale e narrativa del nostro maggiore documentarista. Viva Rosi!

Lo sconfitto (era dato per l'oro, si accontenta del terzo premio per importanza) è il filippino Lav Diaz, beniamino dei festival e dei festivalieri, del tutto sconosciuto al grande pubblico. Il suo film, "A lullaby to the sorrowful mystey", racconta la lotta filippina per l’indipendenza dalla Spagna, il tutto per una disumana durata di 482 minuti e vagamente ricattatoria (“se un maestro decide di andare così per le lunghe, ci sarà un motivo, no?”). Sicché, già in via preventiva, la parola che correva era “capolavoro”. Tra i capolavoristi, al termine delle 8 ore vissute non del tutto da vigili, qualcuno già proponeva di almeno rivedere la definizione. Anche perché le parole sono importanti: se questo è un capolavoro, allora “Fat city” di John Huston, gloriosamente restaurato per la Berlinale Classics, che cos’è? L’apparazione della madonna?

Lo sconfitto (era dato per l'oro, si accontenta del terzo premio per importanza) è il filippino Lav Diaz, beniamino dei festival e dei festivalieri, del tutto sconosciuto al grande pubblico.

Spericolato esercizio di putinismo del gigantesco Gerard Depardieu in conferenza stampa che per un suo incontenibile sentimento anche fiscale dice di essere più russo che francese. Eppure giganteggia in un’adorabile commedia come “Saint Amour” che più francese non si potrebbe, tutta fatta di bovi e gran vini. Per fortuna si giudicano le opere e non le opinioni ("come le palle, ognuno ha le sue", sostiene giustamente Clint Eastwood), per cui Depardieu va annoverato tra i pochi, veri mattatori di questa Berlinale.

Alla borsa balneare dell’anno scorso che faceva assomigliare i giornalisti a schizofrenici tipi da spiaggia calati nel gelo del febbraio berlinese, quest’anno si è sostituita una più adeguata, grigia e funzionale borsa di brandeburghese austerità. Ma l’oggetto in assoluto più bello è stato - omaggio del Luce - il quadernetto in ricordo di Ettore Scola e al suo “Ballando Ballando”, premiato a Berlino nel 1984 per la miglior regia e riproposto in suo omaggio.

Tra le rimarchevoli pellicole passate a Potsdamer Platz, campeggia senza alcun dubbio “Le fils de Joseph” di Eugene Green, un regista che se fosse orientale sarebbe un mito della cinefilia contemporanea e invece, essendo americano da tempo stabilito in Francia, non entra nemmeno nei concorsi principali. Essendo un appassionato e fruttifero studioso dell’età barocca, ha fatto uno dei massimi film degli ultimi anni su Roma, si intitola “La Sapienza” e viaggia tra il Tevere e Borromini in un equilibrio quasi miracoloso. Stavolta invece siamo tra Parigi e la Normandia e Green compone una spericolata riscrittura della Trinità con una ragazza madre, il suo figlio adolescente, un padre naturale ributtante e uno “adottivo” di grande umanità. Spiritualmente iconoclasta e stilisticamente perfetto, “Le fils de Joseph” è assolutamente da non perdere.

Ben assestato è il colpo che il cinema afroamericano sferra con due opere particolarmente toste. La prima è "Chi-Raq" di Spike Lee, la Lisistrata di Aristofane ambientata nell'inferno metropolitano della Chicago contemporanea dove l'aria è piena di piombo e hip-hop. Il cinema di Lee è sempre più arrabbiato e militante, al confronto le Black Panthers sembrano un'accolita da oratorio. Eccessivo, logorroico, fondato sulla più bella colonna sonora degli ultimi tempi, forte di una formidabile scoperta come la protagonista Teyonah Parris, vera mangiaschermo, "Chi-Raq" colloca, come "Fuocoammare" ma con altro e anzi opposto stile, la costruzione drammaturgica sull'impianto di grandi questioni sociali, con un esito inevitabilmente politico, cogliendo pienamente il centro pur con una sovrabbondanza di tiri. Meno raffinato, ma convincente è invece l'omaggio a Miles Davis fatto dall'attore e regista Don Cheadle in "Miles Ahead". Si narra di un periodo della biografia del Re Leone del jazz (ma lui preferiva chiamarlo "social music"), il più cupo, quello della fine degli anni Settanta, in cui viveva segregato in casa tra gli strumenti e la cocaina, provando a smaltire la solitudine per il grande amore naufragato nel mare delle proprie infedeltà e a ritrovare la vena creativa: flashback illuminano il suo passato, quando era un elegantissimo gentleman sartoriale, grazie all'intervento di un giornalista ficcanaso che prova a intervistarlo. Seguono avventure tra il musicale e il gangsteristico, dove ben presto si perde il numero delle note e dei "motherfucker" che escono dalla bocca del Genio.

Ben assestato è il colpo che il cinema afroamericano sferra con due opere particolarmente toste.

Che fosse "antipatico", Danis Tanovic, lo si sapeva almeno dai tempi del dopo Oscar per "No man's land": solo che passare quasi senza salutare, con il Gran premio della giuria in mano, davanti a un presidente di giuria come Meryl Streep che è stata candidata 19 volte alla vincendo tre statuette, ti espone quanto meno al rischio di essere incenerito dal suo sguardo: e infatti. Il suo "Death in Sarajevo" fa i conti con i cento anni dal colpo di pistola che accese i cannoni della Grande Guerra: prova a essere altmaniano - sfida improba - ma non tocca nemmeno i livelli di "Bobby" di Emilio Estevez sull'omicidio di Bob Kennedy (lo stesso principio: una giornata in un grande albergo dove sta per passare la Storia): comunque non male, per quanto sopravvalutato. Più che altro è un segno di attenzione verso l'ottimo cinema balcanico che ha dato belle prove a Berlino. Soprattutto con "S one strane" del croato Zrinko Ogresta: una donna riceve dopo vent'anni la telefonata di suo marito ex militare che si nasconde da qualche parte o forse è morto, dopo essersi macchiato di varie infamie nella guerra jugoslava. Ma è davvero lui? E perché si ripresenta proprio adesso? Gran film, di grande precisione stilistica, abile nell'indagare nel mistero insolubile della colpa e della perdita. Da segnalare anche il serbo "Humidity" di Nikola Ljuca, storia ambientata nella dolce vita della giovane e affluente borghesia imprenditoriale di Belgrado.

Naturalmente restano fuori da questo sommario excursus berlinese molti dei film visti, e soprattutto moltissimi di quelli non visti: ma i festival dopotutto sono fatti non tanto per vedere i film, ma per perderne il meno possibile.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook