1 Marzo Mar 2016 0807 01 marzo 2016

Cattaneo: «Ma quali scandali, le Regioni salveranno l’Europa»

Parla il presidente del Consiglio Regionale lombardo: «Gli Stati nazionali sono troppo piccoli per risolvere i problemi che hanno scala globale e sono troppo grandi per risolvere i problemi che hanno scala locale»

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PHILIPPE HUGUEN/AFP/Getty Images

«Giù le mani dalle Regioni». Nonostante il recente scandalo toccato in sorte proprio a un assessore regionale lombardo, il leghista Fabio Rizzi, per Raffaele Cattaneo il regionalismo è tutto fuorché da rottamare. 53 anni, già assessore alle infrastrutture durante le giunte Formigoni ed esponente del Nuovo Centrodestra, Cattaneo è uno dei più agguerriti sostenitori degli enti regionali. E contemporaneamente uno dei più attivi nel sostenere che debbano autoriformarsi: «Devono passare da venti a nove - spiega -, ma soprattutto devono diventare l'architrave della nuova Europa. Quella stessa Europa che gli stati nazionali stanno distruggendo».

Eppure il regionalismo italiano pare fare acqua da tutte le parti. Prova ne sono le dieci sanità commissariate nel giro di poco più di dieci anni, simbolo di un sistema, quello che uscito dalla riforma del titolo V della Costituzione, che pare proprio non riuscire a trovare una sostenibilità, al punto da spingere il Governo a varare una contro-riforma costituzionale e a riprendersi un bel po' di competenze. Giusto? Sbagliato? «A questa domanda si può rispondere in due modi», chiosa Cattaneo.

Il primo?
La prima risposta è quella che danno Renzi e Boschi, per intenderci: le Regioni sono quelle degli scontrini, dei rimborsi pazzi e delle mazzette. Sono un fallimento e vanno spazzate via. Non le hanno ancora colpite come avevano fatto con le Province, fino ad abolirle, ma con la riforma costituzionale le svuoteranno e le snatureranno.

In che senso?
Nel senso che la riforma costituzionale toglie loro competenze legislative, che lo Stato centrale si riprende. E le riempie delle competenze amministrative che un tempo erano delle province. Le Regioni diventeranno delle maxi-province.

Ed è un problema?
Certo che lo è.

Perché?
Perché finora erano organi legislativi che indirizzavano le politiche di un territorio in funzione di una legittimazione democratica fortissima. Scusi, chi in Italia prende i tre milioni di voti che prende il governatore della Lombardia?

Nessuno.
Esatto, nessuno. E allora, forse, dovremmo trovare un’altra risposta alla nostra domanda.

Quale?
Che forse, per la via che sta prendendo il mondo, una risposta regionalista è fondamentale.

«Gli Stati nazionali sono troppo piccoli per risolvere i problemi che hanno scala globale e sono troppo grandi per risolvere i problemi che hanno scala locale»

Ok, però gli scandali rimangono. Così come la percezione che il regionalismo, in Italia, non abbia funzionato...
Mi scusi, ma lo stesso si potrebbe dire per la democrazia parlamentare. Siccome non funziona perfettamente, allora dobbiamo abolirla? Tutti noi ci rivolteremmo, di fronte a un’affermazione del genere, pur essendo perfettamente logica. Perché la democrazia è portatrice di una valore più grande della sua efficienza.

Vale un ragionamento del genere anche per il regionalismo?
Io credo di sì. La popolazione europea vive per il 70% nelle aree urbane e nelle aree metropolitane che le circondano. Da lì viene il 75% del Pil, percentuale che nel giro di dieci anni lambirà l'85%. Cosa sono queste aree? Non sono le città e basta chiedersi se Milano si riduce ai suoi confini amministrativi per rendersene conto.

Beh, però adesso c’è l'area metropolitana…
Sì, però Malpensa è fuori dall'area metropolitana milanese, così come Orio al Serio. La stessa fiera e l’area Expo sono sul confine. Se guardiamo la foto dal satellite, l'area metropolitana di Milano va da Torino al Veneto e si allunga a sud verso l’Emilia e Bologna. Va oltre la Regione. La dimensione regionale è la dimensione minima con cui si può affrontare il tema dello sviluppo futuro. Gli stessi provvedimenti europei, del resto, sono implementati a livello regionale - o comunque locale - sette volte su dieci. Se questa analisi è vera, svuotare le regioni per riportare le competenze a livello nazionale è il modo più stupido di affrontare i problemi.

Perché?
Perché gli Stati nazionali sono troppo piccoli per risolvere i problemi che hanno scala globale e sono troppo grandi per risolvere i problemi che hanno scala locale. Pensi ai servizi per l'impiego, che il governo vorrebbe riportare in capo a Roma. Secondo lei come si fa a gestire allo stesso modo le politiche per l'occupazione della Lombardia e quelle di Calabria e Basilicata?

D’accordo: però non ha senso nemmeno che Lombardia, Veneto e Piemonte gestiscano a compartimenti stagni questi servizi…
Vero. E questo è un altro tema: i confini attuali delle Regioni sono adeguati? Io credo di no.

Come mai?
Perché sono troppo disomogenei, innanzitutto. Abbiamo regioni come il Molise o la Val d’Aosta, che non sono nemmeno quartieri di Milano e altre come Lombardia e Lazio che hanno milioni di abitanti e che potrebbero essere dei piccoli Stati europei come quelli che oggi siedono al Consiglio o in Commissione Europea. E che, non va dimenticato, hanno potere di indirizzare le politiche dell'intera unione, come sta accadendo in questi giorni nell'emergenza profughi. Olanda, Belgio, Cipro, Malta, gli stati della ex Jugoslavia, le repubbliche baltiche.

«Il ventunesimo secolo è e sempre più sarà il secolo delle grandi potenze continentali. Se non avrà identità politica, l'Europa non avrà alcun ruolo. E mentre l'Europa si muove su questo livello, sui territori rinasceranno sempre più identità storiche e territoriali che non coincideranno più con gli stati nazionali»

È già un’Europa di regioni, quindi?
Al contrario. È vero che l'allargamento a est ha portato in Europa molti piccoli Stati regionali. Ma sono loro stessi i primi a temere il protagonismo di regioni come la Lombardia, la Catalogna o la Baviera. Sono loro, per primi, che spingono alla costruzione di un Europa delle nazioni. Così le regioni rischiano di rimanere senza voce.

Però anche alcune regioni la stanno alzando, la voce. Pensiamo al referendum in Scozia o alla questione catalana, che sta tenendo in stallo la formazione del nuovo governo spagnolo…
Dietro alla Scozia e alla Catalogna ci sono fatti millenari, che prescindono dalla contingenza politica. La Scozia vanta un parlamento antecedente a quello del Regno Unito. E dietro la Catalogna c'è la corona di Aragona che ha fatto la storia dell'Europa. E dietro la Lombardia c'è il Granducato di Milano. Dobbiamo renderci conto che la storia dell'Europa non è una storia di grandi stati nazionali. Gli stati nazionali sono una storia che è figlia di Westfalia prima e della seconda guerra mondiale poi. Noi potremmo descrivere tutta l'Europa coi nomi degli stati regionali del passato: la Borgogna, l'Aquitania... La nostra identità viene da lì. E dove è più forte, viene fuori di più, fisiologicamente.

Come se ne esce?
Io credo che la sovranità si dovrà sempre più spostare verso una dimensione federale europea, perché il ventunesimo secolo è e sempre più sarà il secolo delle grandi potenze continentali. Se non avrà identità politica, l'Europa non avrà alcun ruolo, in questo scenario. E mentre l'Europa si muove su questo livello, sui territori rinasceranno sempre più identità storiche e territoriali che non coincideranno più con gli stati nazionali. E finiranno per deflagrare.

Gli stati nazionali si trovano tra incudine e martello, quindi…
Sì, e infatti stanno reagendo con un’operazione di potere. È successo in Francia col riordino delle regioni, sta succedendo in Italia con la riforma costituzionale. E siccome oggi hanno ancora il pallino, stanno provando a riappropriarsi di competenze e funzioni per sopravvivere e avere ancora potere. Io credo di no. E le regioni, aggiungo, ci stanno mettendo del loro per dargli una mano, difendendo lo status quo, il loro piccolo orticello.

Questo è il punto: quali sono le colpe delle regioni in questi anni? Perché è indubbio che qualcosa è andato storto…
Il regionalismo ha vissuto anni di vacche grasse e non ha usato quegli anni per consolidare le ragioni di buon governo, nell'assecondare dinamiche di sviluppo. Al contrario, ha prevalso una logica feudale, di presidio di potere. Forse era inevitabile che accadesse. Dovremmo consentire al regionalismo italiano di migliorare e di evolversi.

Nel frattempo, però, ci tocca vedere casi come quello che ha coinvolto l'assessore regionale alla sanità della Lombardia...
Questi sono difetti connaturati alla politica italiana, non al regionalismo. È stato messo il cono di luce sulle regioni perché era funzionale sputtanarle per poi colpirle. Una tattica vecchia come il mondo. Ma la classe politica nazionale non è immune dai medesimi difetti e dai medesimi opportunismi. Eppure nessuno ne parla. La questione, lo ripeto, è che scegliendo un modello di governo incentrato sullo stato nazionale ci faremo molto male.

Perché?
Faccio un esempio: poniamo che si realizzi ciò di cui solo qualche giorno fa ha parlato il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble, l'ipotesi di euro a due velocità. Dovesse avvenire, pensiamo che questo problema si possa risolvere dentro una costruzione nazionale? Milano rifiuta l'Euro di serie B, mentre Palermo ne ha bisogno per tornare competitivo. Se la risposta è nazionale, per qualcuno sarà una camicia di forza.

«Oggi il nostro Paese lo salvi lasciando spazio al protagonismo della società, non drenando potere dalla periferia al centro. Al demiurgo consegni le tue paure, ma i problemi li risolve la società»

Facciamo gli avvocati del diavolo, però: le Regioni che non riescono a chiudere i piccoli ospedali di provincia come fanno a reggere una dimensione complessa come quella dei vincoli di bilancio europei? Difficile immaginare un presidente di regione che rispetta i dettami del fiscal compact…
Se per noi chiudere un piccolo ospedale è difficile, per lo Stato centrale è quasi impossibile: è molto più facile issare il vessillo dei piccoli ospedali contro Roma, che contro Milano. Il governatore è legittimato dal voto popolare, l'araldo dell'imperatore no. Oggi il nostro Paese lo salvi lasciando spazio al protagonismo della società, non drenando potere dalla periferia al centro. Al demiurgo consegni le tue paure, ma i problemi li risolve la società.

C’è un altro problema, però. Che il regionalismo, tutto interno agli stati nazione, finisce per legittimare le regioni stesse. Come si fa a “rottamare” gli Stati nazione, se non riesce a collaborare tra regioni di Stati diversi. Le euroregioni, forse, sarebbero il vero grimaldello per spaccare gli Stati nazionali…
Io sono presidente di una delle sei commissioni del comitato delle regioni, quella che si occupa, tra le altre cose, di politiche trasfrontaliere. Le euroregioni sono già una realtà. Penso all'area del Danubio, o all'area baltica. Sono realtà che hanno sempre vissuto le frontiere come una prigione. L’Europa è piena di frontiere che uniscono e che non dividono. Come dicevano i padri fondatori l'Europa o sarà delle regioni o non sarà. L'Europa concepita come somma di ventotto Stati nazionali non sta in piedi. E sta producendo il rifiuto di se stessa. Sono i dati dell'eurobarometro che lo confermano. La fiducia in questa Europa è ai minimi termini.

Quindi?
Quindi va trovata una forma nuova per questo percorso. Io a suo tempo ho proposto la riduzione delle regioni italiane, da venti a nove. Il tema tuttavia andrebbe posto a livello europeo: quante regioni servono in Europa? Il nuovo regionalismo andrebbe costruito lì.

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