Criminalità
2 Marzo Mar 2016 1423 02 marzo 2016

Il mio grosso grasso matrimonio di ‘ndrangheta

Nozze e funerali per i boss delle cosche sono occasioni per incontrarsi, fare affari e stringere alleanze. Gli invitati possono anche essere 1.500-2.000, divisi tra due o tre ristoranti. E la sposa neanche li conosce, perché non sono lì per lei

Wedding Ndrangheta
(Flickr/Rodrigo Pizarro)

Un’auto percorre da Sud a Nord la costa ionica reggina, da Palizzi a Monasterace, fermandosi quasi in ogni paese. Il motivo: consegnare ai capi delle locali di ‘ndrangheta l’invito al matrimonio della figlia di un boss. Il “galateo” mafioso funziona così. Per gli ‘ndranghetisti i matrimoni non sono solo matrimoni. Esserci è una questione d’onore, e d’affari.

Capi e capetti si siedono attorno allo stesso tavolo non per celebrare gli sposi, ma per stringere alleanze, ufficializzare l’ingresso di nuovi affiliati, decretare condanne a morte o mettere fine alle faide. A volte sono presenti persino i latitanti. Millecinquecento-duemila invitati per matrimonio, che arrivano a occupare anche due o tre ristoranti. La sposa non li conosce neanche: sono tutti amici del padre e non sono lì per lei. Il lieto evento è il pretesto per riunirsi. Ecco perché i matrimoni, ma anche i funerali, da tempo sono occasioni ghiotte per gli investigatori per svelare gerarchie e strategie mafiose. Tanto che gli stessi affiliati, se in odore di arresto, a volte evitano di partecipare alle cerimonie. «Non ci sono andato per evitare servizi fotografici delle forze dell’ordine», racconta il collaboratore di giustizia Antonino di Dieco a proposito di una festa di nozze.

«Come è noto», si legge in una recente inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano, «eventi lieti o infausti come matrimoni e funerali assumono una valenza ben precisa all’interno del contesto associativo ‘ndranghetistico in quanto rappresentano altrettante occasioni di incontro tra gli affiliati per così dire “giustificate dalla partecipazione alla cerimonia”». Momenti che sono anche, dicono gli investigatori, «occasioni d’incontro per scambiarsi ‘ambasciate’» e «per dirimere controversie».

Matrimoni e funerali sono occasioni d’incontro per scambiarsi “ambasciate” e per dirimere controversie

Fino agli anni Settanta, l’ingresso dei nuovi affiliati nella ‘ndrangheta veniva di regola celebrato nella riunione del locale che si teneva ultimo sabato del mese. Ma gli assembramenti di auto attorno a un casolare non passano più inosservati. E anche le tecnologie per le intercettazioni hanno fatto molti passi in avanti. I boss preferiscono perciò approfittare di nozze, cresime, battesimi, funerali, e persino delle feste per l’uccisione del maiale, che in Calabria sono tra i principali eventi dell’anno, per incontrarsi, prendere decisioni e celebrare riti di affiliazione.

Nelle carte della famosa operazione “Crimine”, la ricostruzione della gerarchia mafiosa ruota attorno un matrimonio. Quello tra Elisa Pelle, figlia di Giuseppe Pelle detto “Gambazza”, e Giuseppe Barbaro, figlio di Pasquale Barbaro “U castanu”, avvenuto il 19 agosto del 2009. Un classico matrimonio combinato interno alla ‘ndrangheta, tipico della mafia della provincia di Reggio Calabria, per rafforzare le alleanze tra le cosche. Già nel gennaio 2009, esponenti della ‘ndrangheta lombarda si preparavano all’evento. Tutti parlavano del «giorno 19».

Gli invitati al matrimonio furono talmente tanti che il ricevimento si svolse non in uno ma in due ristoranti diversi, il Parco D’Aspromonte di Platì e l’Euro Hotel di Marina di Ardore. Tra i monti e il mare, con gli sposi costretti a fare la spola. Ed è proprio durante questo «matrimonio/summit» (definizione degli inquirenti) che viene data la carica di capocrimine all’80enne Domenico Oppedisano. Gli investigatori hanno seguito il matrimonio da lontano. E grazie al lieto evento, scrivono, sono riusciti ad accertare la composizione della provincia, ossia il governo centrale della ‘ndrangheta. Mentre gli sposi brindavano, i mafiosi facevano le nomine, poi ratificate durante la festa della Madonna di Polsi.

Estratto da un verbale del 6.5.2004 del collaboratore di giustizia Antonino di Dieco

Gli invitati al matrimonio erano talmente tanti che il ricevimento si svolse non in uno ma in due ristoranti diversi, il Parco D’Aspromonte di Platì e l’Euro Hotel di Marina di Ardore. Tra i monti e il mare, con gli sposi costretti a fare la spola

«Hanno voluto fare un matrimonio di potere, per dimostrare che sono forti, che sono venuti da tutte le parti, hai capito che cosa hanno voluto fare?», dice Raffaele Oppedisano, spiegando che i Pelle-Barbaro hanno usato il matrimonio anche per misurare la loro caratura. Più affollati e fastosi sono i banchetti, più un locale è potente.

Perché le nozze sono strumenti di consenso. L’invito simboleggia la riconoscenza che un capolocale ha verso un altro. È quando l’invito non arriva che bisogna cominciare a preoccuparsi. Come successe a Carmelo Novella. Il boss lombardo, che aveva in mente un piano di secessione della ‘ndrangheta lombarda dalla terra madre calabra, prima di essere ucciso a colpi di pistola fuori da un bar di San Vittore Olona (Milano) nel luglio del 2008, non era stato invitato al matrimonio della figlia di Rocco Aquino, boss di Marina di Gioiosa Ionica. «Compare Nunzio è stato licenziato», si sente in una intercettazione. Alle nozze c’erano i rappresentanti delle locali di Milano e Cormano, ma non Novella.

Fa parte del “lavoro” di ‘ndranghetista andare ai matrimoni. Michele Oppedisano, considerato ai vertici della ‘ndrangheta, racconta in una telefonata che in una settimana ne ha «fatti sei». Anche due in un solo giorno, uno a pranzo e uno a cena. D'altronde, «sono cose di cui non si può fare a meno». Per onorare gli altri inviti, dice, al massimo si fermerà qualche giorno in più in Calabria. Sono talmente importanti, i matrimoni, che mentre se ne festeggia uno vengono distribuite le partecipazioni per un altro, e si fissano gli appuntamenti per vedersi in altri ricevimenti. Tutto all’ombra dell’abito bianco della sposa.

Fa parte del “lavoro” di ‘ndranghetista andare ai matrimoni. Michele Oppedisano, considerato ai vertici della ‘ndrangheta, racconta in una telefonata che in una settimana ne ha «fatti sei»

Le stesse dinamiche si trovano nelle locali di ‘ndrangheta distribuite in tutta Italia. Come avvenne a giugno 2010 per le nozze Antonio Maiolo, nato a Oppido Mamertina (Reggio Calabria), ma residente in provincia di Alessandria. Nel corso di una riunione con i capi delle cosche piemontesi, Maiolo dice che avrebbe gradito la partecipazione di tutti gli appartenenti al locale.

I matrimoni possono servire anche a mettere fine a una faida o a creare unioni più forti. Come avvenne nel 1992 tra il figlio di Paolo De Stefano e la figlia di Franco Coco Trovato, uno dei boss più potenti della ‘ndrangheta in Lombardia. Matrimoni combinati come nel Medioevo. «Stavo tanto bene con l’altro e mi hanno fatto sposare con te», dice al marito una ragazza di Platì costretta a sposare un calabrese emigrato in Lombardia.

In una inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria è emerso addirittura un fidanzamento combinato in cui la futura sposa aveva solo tredici anni. Un incrocio che avrebbe dovuto legare le famiglie Commisso e Coluccio. A forzarla, come ha riportato una puntata della trasmissione Storiacce su Radio 24, «sono i genitori della ragazza, a cominciare dalla madre. La forzatura psicologica a tale fidanzamento emergeva dalle conversazioni tra la madre e la zia della bambina, che tentavano di convincere Cosimo Commisso a non desistere dal pressare la ragazza per giungere al tanto agognato fidanzamento».

Un altro incrocio dinastico, in nome del crimine e del business, è quello tra i Valle e i Lampada in Lombardia. Un matrimonio combinato che ha rafforzato i rapporti tra le famiglie e aperto la strada a nuovi traffici illeciti e non. I Valle-Lampada, non a caso, hanno detenuto nel milanese un fiorente business nel settore delle videolottery e delle slot machine.

Un altro punto di contatto fondamentale per le famiglie di 'ndrangheta sono i funerali. Piangere davanti a una bara è l'occasione di ritrovarsi e discutere degli assetti delle famiglie

Fotto scattata dagli investigatori al funerale di Rocco Cristello, capo della locale di Seregno, assassinato nella faida con la famiglia Stagno a Verano Brianza il 27 marzo 2008

I matrimoni, però, sono anche occasioni per avvicinarsi agli imprenditori da “mettersi nelle mani”. Come è successo nel 2009, quando un imprenditore lombardo nel settore immobiliare è stato invitato al matrimonio calabrese di un esponente della famiglia Papalia, molto radicata nell’hinterland milanese.

Altra strada via è quella dei battesimi. Sempre al nord, a Busto Arsizio, provincia di Varese, gli investigatori nel corso delle indagini dell'operazione “Tetragona”, riprendono il battesimo della figlia di Rosario Vizzini, ritenuto dagli inquirenti il capo della “filiale” del clan gelese in città. Dalle riprese effettuate dalla Polizia si vede la limousine bianca con cui Vizzini entra al ristorante di Orta (estraneo alle indagini) per poi mostrare la neonata ai 200 invitati, per un ricevimento costato la bellezza di quasi 40mila euro fanno sapere gli inquirenti.

Dagli sposi e nascituri ai morti, quando si tratta di affari la ‘ndrangheta non guarda in faccia nessuno. Un altro punto di contatto fondamentale per le famiglie di 'ndrangheta sono i funerali. Piangere davanti a una bara è l'occasione di ritrovarsi e discutere degli assetti delle famiglie. E gli investigatori lo sanno, monitorando le cerimonie funebri per carpire nuovi assetti e dinamiche criminali.

Una recente inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano, ad esempio, ha documentato la presenza di più affiliati alle 'ndrine nel corso del funerale di Rocco Cristello, capo della locale di Seregno, assassinato nella faida con la famiglia Stagno a Verano Brianza il 27 marzo 2008.

Nell’inchiesta “Infinito” sono ben sei i funerali monitorati dagli inquirenti tra il 2007 e il 2009. Nel 2013 un altro funerale è stato determinante nei rapporti tra le famiglie di ’ndrangheta del Nord: nelle carte dell’inchiesta “Crociata”, che ha portato all’arresto di alcuni componenti del locale di Mariano Comense, Como, si legge che si «intendeva approfittare della cerimonia funebre per ricomporre il conflitto esistente». Con buona pace del morto.

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