3 Marzo Mar 2016 0823 03 marzo 2016

Intervento in Libia? Siamo già in guerra con l’Isis da due anni

Tutto parte da un carico di armi inviato dall’Italia agli oppositori dello Stato Islamico in Siria. I nostri interessi economici nel mirino dei jihadisti libici. Intanto, l’intervento della coalizione internazionale sembra sempre più vicino

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STRINGER/AFP/Getty Images

L’Italia è in guerra con l’Isis nell’agosto del 2014. No, non avete letto male. È in quel mese infatti, che dalle gallerie bunker scavate sotto la base della Marina Militare sull’Isola di Santo Stefano in Sardegna, sono partiti decine di container carichi di armi. Queste armi erano frutto della confisca di un’intera nave che nel 1991 il miliardario russo Alexander Borisovich Zhukov – uno degli oligarchi della nuova Russia – stava cercando di portare dall’Ucraina alla Croazia, durante il conflitto dei Balcani.

Per la cronaca, parliamo di un arsenale sufficiente per armare un esercito: 400 missili Fagot con 50 postazioni di tiro, 30 mila mitragliatori AK-47, 5 mila razzi katiuscia, 11 mila razzi anticarro, 32 milioni di proiettili per gli AK-47, tutti di fabbricazione ex sovietica, confiscati dall’autorità giudiziaria a seguito del sequestro in mare di venti anni fa». Un imbarazzante fardello di cui ci siamo liberati usandolo per armare i Peshmerga a Erbil nel Kurdistan iracheno, impegnati proprio contro l’Isis.

È un dettaglio non irrilevante, questo. Se non altro perché depotenzia una delle principali obiezioni all’intervento armato in Libia: la paura di ritorsioni dell’Isis contro le infrastrutture e il personale italiano in Libia e, ancora di più, atti di terrorismo sul nostro stesso territorio. Molto banalmente, perché, a sua volta, l’Isis - o meglio, le tribù di predoni cui è stato concesso in franchising il proprio marchio - ha già messo gli interessi italiani in Libia nel mirino.

Ci stanno riuscendo, peraltro: il 2015, secondo il World Oil and Gas Review, è stato l’anno peggiore per l’industria energetica libica dalla guerra civile del 2011: solo 400mila barili di petrolio prodotti al giorno - mentre le potenzialità produttive potrebbero toccare i 2 milioni - e solo 250mila esportati.

Secondo il World Oil and Gas Review, il 2015 è stato l’anno peggiore per l’industria energetica libica dalla guerra civile del 2011: solo 400mila barili di petrolio prodotti al giorno - mentre le potenzialità produttive potrebbero toccare i 2 milioni - e solo 250mila esportati

All’Italia non resta che difendersi. A terra, le infrastrutture petrolifere - specialmente nell’area tra Zuwara e Sabratha - sono da mesi presidiate da forze speciali. E di fronte alle coste, la Marina Militare si trova già in azione con le navi dell’operazione Mare Sicuro a protezione delle piattaforme offshore e del gasdotto Greenstream.

Intanto, i droni Predator della base pugliese di Amendola sorvolano da mesi il territorio libico “esclusivamente per compiti di ricognizione”, mentre la sezione sotto controllo americano della base navale di Sigonella è autorizzata a fare decollare droni armati statunitensi. Ma il governo italiano dovrebbe dare avere il diritto di autorizzare ogni missione armata e limitarne l’azione “solo a scopo difensivo”. Non bastasse, da mesi i tornado italiani partono da Trapani e dal Kuwait per illuminare i bersagli in Siria e in Iraq che poi vengono colpiti da aerei di altre nazionalità.

Nel frattempo, in Italia, i paracadutisti della Folgore e le forze speciali Comsubin e Col. Moschin, da tempo si stanno addestrando per un’emergenza in Libia. Dovesse accadere, sarebbero supportati da cacciabombardieri AMX, aerei C130 per il trasporto di mezzi e truppe sotto la protezione dei nostri elicotteri.

La piattaforma che autorizzerebbe un intervento a terra parte dalla Legge 198 approvata a novembre 2015, che permette alle unità speciali di agire con le stesse regole di ingaggio dei servizi segreti, ma solo per missioni militari con ruolo di supporto, su richiesta delle autorità libiche. O meglio, su richiesta del governo di unità nazionale libico che, appena insediatosi, dovrà chiedere formalmente l’intervento delle Nazioni Unite per stabilizzare il Paese. Il Consiglio Supremo di Difesa il 26 febbraio ha definito la strategia di intervento sulla base di questa legge. L’ex ministro della Difesa Arturo Parisi ha inquadrato l’intera situazione con un efficace epigramma: «L’Italia non è in guerra ma è dentro una guerra. Per essere in guerra bisogna almeno avere una visione comune del nemico e di come combatterlo». Noi per ora ci stiamo limitando a combatterlo. In futuro, si vedrà.

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