7 Marzo Mar 2016 1404 07 marzo 2016

Licenziamenti in massa e proteste: il prezzo della svolta cinese

Per cominciare ad attuare il nuovo piano quinquennale, fondato su più servizi e meno export, il il partito comunista cinese ha annunciato un taglio di ben 1,8 milioni di lavoratori impiegati nelle aziende di Stato. Ma è solo l’inizio

Congresso Cina
(WANG ZHAO/AFP/Getty Images)

Fra il 3 e il 5 marzo si sono tenute a Pechino le due sessioni dell'Assemblea nazionale e della Conferenza Politica Consultiva del Popolo, l’annuale appuntamento legislativo della Cina Popolare. Lo scopo è stato ratificare quanto già deciso dal Consiglio di Stato, dal Governo e, soprattutto, dal Partito Comunista Cinese. In questo caso si tratta di attuare il 13º piano quinquennale, che porrebbe le basi per la “nuova normalità” cinese: minor crescita ma di qualità superiore al passato e soprattutto il raddoppio del reddito pro capite entro il 2020, puntando allo sviluppo del mercato interno, e a una crescita del 7 per cento annuo.

Per fare tutto questo, il segretario Xi Jinping, che da una parte impone una gestione collegiale del Pcc, ma dall’altra sfiora il “culto della personalità” in stile Mao Zedong – ha lanciato parole-chiave come “frugalità”, “rafforzamento del Partito” e “anticorruzione”; in un contesto economico difficile caratterizzato dal crollo delle borse, da fughe di capitali, dalla svalutazione dello yuan e da riforme che vanno a singhiozzo, creando non poche frizioni con l'apparato burocratico e coi vertici dell'Esercito Popolare di Liberazione, che temono una perdita di potere. Ma, mentre il Pcc sembrerebbe spostarsi “a sinistra” (su Global Times, inserto del Quotidiano del Popolo, il segretario è arrivato a invitare i quadri a studiare Mao) la linea economica pare andare da tutt'altra direzione.

Infatti il partito ha annunciato giorni fa un taglio di ben 1,8 milioni di lavoratori impiegati nelle aziende di stato. La Reuters, però, ha rilanciato la notizia secondo cui il governo avrebbe in mente tagli più consistenti: 6 milioni di licenziamenti in settori quali l’acciaio e il carbone, per contenere inquinamento, produzioni e crediti bancari. Per mantenere la stabilità, e per fare in modo che i tagli non comportino disordini, la dirigenza cinese spenderà quasi 150 miliardi di yuan (23 miliardi di dollari) per ammortizzare i licenziamenti nei soli settori del carbone e dell’acciaio nei prossimi 2–3 anni.

Il partito comunista ha già affrontato in passato ristrutturazioni ben più complesse, come nel quinquennio 1998-2003, col licenziamento di ben 28 milioni di lavoratori in esubero, che comportarono a Pechino un costo di oltre 11miliardi di dollari in fondi di “reinserimento”.

Nonostante i precedenti, all’annuncio dell’ultima tornata di tagli non sono mancate proteste, per di più in luoghi “simbolici” per il movimento operaio cinese: all'inizio della settimana, ad Anyuan – città mineraria simbolo, dato che nel 1922 i lavoratori, guidati dal Mao Zedong e i vertici del Pcc, insorsero per le pessime condizioni lavorative – è partita la protesta del minatori. Una sorta di contrappasso.

Xi Jinping è stato un protagonista assoluto della modernizzazione cinese, capace di dare del filo da torcere all'Occidente e di rafforzare la presenza della Cina nei Brics, mantenendo in vigore l'asse coi rimanenti Paesi socialisti del sud-est asiatico, come il Laos e il Vietnam. Ora ha di fronte, in questo suo barcamenarsi fra tradizione maoista e modernità di mercato, lo snodo del consenso fra la popolazione tutta, non solo la borghesia emergente, ma anche, fatalmente, la classe lavoratrice.

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