8 Marzo Mar 2016 1428 08 marzo 2016

Libia, dal Foglio a Panebianco a Ricolfi, ecco gli interventisti da poltrona

C'è il comando supremo offerto all'Italia su un piatto d'argento, c'è una "dottrina della sicurezza" inventata non si sa dove. E c'è uno stuolo di intellettuali che inneggiano al conflitto. Dalle loro scrivanie

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E’ arrivata la nostra guerra, come ha titolato “Il Foglio”, e c’è tutto un rinfocolarsi militarista, un rullo di tamburi, un “Tripoli bel suol d’amore”, che sembra - a leggere Angelo Panebianco, ma anche il solitamente mite Ricolfi oltrechè la solita truppa dei fan delle guerre americane – che sì, stia per scoccare il momento di riprendersi l’Impero. L’ora delle decisioni irrevocabili, come si diceva una volta. Petrolio e faccette nere a cui dare “un’altra Patria e un altro Re”, o quantomeno un club di garanzia occidentale.


Nelle pause delle fanfare ci si attrezza a gestire la guerra che non si deve chiamare guerra, spostando la catena della responsabilità da Montecitorio a Palazzo Chigi. Così fan tutti, spiega Maurizio Molinari, perché anche in Usa, Gran Bretagna e Francia ci sono missioni Codice Blu (quelle normali e normalmente approvate) e Codici Rossi guidati dall’intelligence. Cioè dai Servizi Segreti, che meglio possono accompagnare i combattenti di terra, di mare e dell’aria verso la “nuova dottrina della sicurezza” che serve al mondo.

Dunque c’è il contesto, c’è lo scivolo legale e c’è persino il comando supremo, offerto su un piatto d’argento dai generali di oltreoceano. Il profumo di napalm muove la legione straniera degli analisti militari. E di rincalzo si svegliano gli interventisti di tutti gli interventi, una nobile tradizione italiana, perché non si deve dimenticare che nel nostro Paese, su altre guerre e in altri tempi, si rimescolò fino in fondo il crogiolo della politica, della cultura e persino delle arti figurate.
Erano i tempi in cui scrivere non bastava. L’elmetto si metteva sul serio, per riprendersi l’Istria, per salvare la Spagna, per difendere l’onore d’Italia , da una parte e dall’altra, con equanime suddivisione di rischi ed entusiasmi, seguendo Malraux e Orwell coi Repubblicani, oppure Ortega Y Gasset coi franchisti, Marinetti a Vittorio Veneto, in Etiopia e in Russia, Fenoglio nelle Langhe, Calvino sulle montagne liguri, Burri in Abissinia.

Il profumo di napalm muove la legione straniera degli analisti militari. E di rincalzo si svegliano gli interventisti di tutti gli interventi

E però questo interventismo post-novecentesco è più sicuro. Lo si può fare alla scrivania, con comodo. Evitando pure l’imbarazzo di render conto della carne da cannone, perché gli eserciti sono volontari e insomma: l’hanno scelto loro questo mestiere, non è che possono lamentarsi se una tantum la Patria li spedisce in prima linea.


L’interventismo post-novecentesco ha una certa età. Intona marce militari ma può prendere il thè senza disturbo e senza render conto a nessuno: le piazze arcobaleno non ci sono più e lo stigma sociale delle “guerre di Bush” è cancellato ora che le guerre sono di Barack Obama, liberal, nero e bravo ballerino. Uno capace di cantare Ray Charles senza stonare, figurarsi se andiamo a fargli le pulci per cinquemila uomini, o cinquecento, o quel che è.


L’interventismo post-novecentesco, come tutti i mestieri da scrivania, può regolare l’altezza della fiamma a seconda delle necessità: si farà scoppiettante dopo le dichiarazioni dell’ambasciatore Usa in Italia John R. Philips che detta i compiti alla nostra Difesa, più cauto se Renzi dice “non è un videogame”, cautissimo nel giorno dell’arrivo a Fiumicino delle bare di Fausto Piano e Salvatore Failla, prova provata delle implicazioni di questo tipo di guerra: si muore spesso senza sapere chi e perché.

“La nostra guerra” – ancora una volta – sembra piuttosto la guerra degli altri: Parigi che l'ha dichiarata, Londra che gli è andata dietro, Washington che cerca di rafforzare il suo traballante paternage.

L'interventismo post-novecentesco, per mancanza di contraddittorio e controparti, potrà fingere di ignorare le cose troppo difficili da giustificare. Ad esempio, che a vigilare questa nuova catena di comando di questa nuovissima dottrina della sicurezza c'è una struttura, il Copasir, presieduto da un qualsiasi sen. Giacomo Stucchi, perito tecnico, nominato in quota Lega come ricompensa al ritiro della sua candidatura in un Congresso del Carroccio piuttosto combattuto. Insomma, non proprio un Bismarck che possa fare scudo con la sua reputazione agli interrogativi dell'opinione pubblica.

Si andrà così avanti a voce spiegata. Cercando di dimenticare, oltre al resto, che l'Italia è il solo Paese che, nonostante tutto, attinge ancora attraverso l'Eni al bottino petrolifero libico, con massimo scorno di francesi e inglesi nonché dei supervisori americani. Insomma, “la nostra guerra” – ancora una volta – sembra piuttosto la guerra degli altri: Parigi che l'ha dichiarata, Londra che gli è andata dietro, Washington che cerca di rafforzare il suo traballante paternage. Ma l'interventismo se ne frega, e canta dalle sue stanze ben riscaldate le suggestioni dell'Italia in armi. E' il nostro mare, dice. Il cortile di casa nostra. Dove s'annida più florido il suol. Dove sorride più magico il sol. Tripoli bel suol d'amore. Sarai italiana al suono del cannon. Putipon putipon.

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