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Aim Monitor
9 Marzo Mar 2016 1527 09 marzo 2016

“Quotare in Borsa mille imprese, per far ripartire l’Italia”

A frenare lo sbarco delle imprese in Borsa è la burocrazia, non le dimensioni, dice Lukas Plattner di Nctm: «Ci sono quindicimila imprese che potrebbero essere quotate. Servono incentivi e procedure più snelle»

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PACO SERINELLI/AFP/Getty Images

«Perché non in Borsa?». In un momento storico - ormai lungo quasi un decennio - dominato dalla perdurante assenza di credito e dalla necessità che le piccole e piccolissime imprese italiane crescano, o perlomeno abbiano l'opportunità di provarci, lo sbarco sui mercati finanziari rappresenta una delle poche vie alternative. Soprattutto se si ha a disposizione un mercato di capitali dedicato alle piccole e medie imprese.

Lo è in Germania, dove l'MTF ha quotato sinora 170 imprese, lo sono l’Alternext e il Marchè Libre francesi che quotano rispettivamente 265 e 260 imprese, lo è Sme Market Canada che ne quota circa 2260. Lo è Aim Uk, che a Londra ne quota circa 1100. Non lo è, ahinoi, Aim Italia, che finora ne ha quotate 72. O forse sarebbe meglio dire che non lo è l’Italia, visto che abbiamo a malapena 350 imprese quotate.

Il risultato? Un mare di occasioni sprecate: «Noi abbiamo contato 15mila impresa che hanno requisiti per andare sul mercato - spiega Lukas Plattner di Nctm, studio internazionale di avvocati che si occupa di agevolare lo sbarco di imprese in Borsa -. In realtà, già se riuscissimo a quotarne mille, come ad esempio accade nel Regno Unito, l'impatto economico su Pil, occupazione e gettito fiscale sarebbe rilevante».

I numeri del confronto li ha forniti una recente ricerca dell’Università Bocconi: in vent'anni, le quotazioni delle imprese in Aim Uk hanno prodotto una raccolta di circa 90 miliardi di sterline, generando una crescita della capitalizzazione da 10 a 50 miliardi, 800mila posti di lavoro e un punto e mezzo di prodotto interno lordo: «Peraltro, si tratta di imprese più coraggiose, più brave, che innovano dal basso il sistema produttivo - spiega Plattner -. Gli effetti si riverberano su tutto il sistema produttivo e, a mio avviso, sono ancora maggiori».

«Che il mercato finanziario italiano abbia dei problemi di crescita è quasi un’ovvietà - commenta Plattner - Gli scandali e la crisi hanno il loro peso, certo, ma la crisi ha colpito anche altri. Manca più che altro un quadro amministrativo e finanziario che dovrebbe dare una spinta ulteriore».

«Abbiamo chiesto un’autorizzazione ad aprile del 2015 per aprire una società d’investimento a capitale fisso per investire su Aim: è arrivata febbraio del 2016. In altre paesi, sotto i 500 milioni, basta un certificato di inizio di attività»

In poche parole, quotarsi in Italia costa tanto, troppo. Sia in termini di risorse economiche, sia in relazione al tempo necessario a quotarsi e a un quadro autorizzativo quantomeno bizantino: «È difficile immaginare uno sviluppo, se non riesci a creare investitori. E per creare investitori i tempi autorizzativi sono lunghissimi - continua Plattner - Abbiamo chiesto un’autorizzazione ad aprile del 2015 per aprire una società d’investimento a capitale fisso per investire su Aim: è arrivata febbraio del 2016. In altre paesi, sotto i 500 milioni, basta un certificato di inizio di attività. Se i tempi di approvazione si allungano, si perdono finestre di mercato. Ci vuole rapidità di azione».

Snellire è necessario, ma non sufficiente, però: «Gli incentivi fiscali sono un passo fondamentale, non fosse altro per il fatto che negli altri paesi europei li hanno adottati tutti - spiega Plattner - Solo noi non diamo incentivi fiscali a chi investe in piccole imprese. Bisogna premiare chi investe in una scommessa imprenditoriale che ha una realizzazione in tre, cinque anni»

E le imprese?«Basterebbe abbattere i costi di quotazione - riflette Plattner -, dar loro un incentivo inferiore ai 200mila euro, per non incorrere sulla normativa degli aiuti di Stato. Basterebbe questo, per avere una spinta». E invece si continua sperare nelle banche: «Le banche non hanno mai finanziato le imprese, in realtà - spiega Plattner - Un business plan di una piccola impresa non credo sia mai stato finanziato. Le banche offrono fidi, ma in cambio di garanzie personali. È tutto capitale di debito, non c'è equity, né rischio. Mi creda: la crisi delle banche può essere la nostra grande finestra di opportunità»

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