15 Marzo Mar 2016 0820 15 marzo 2016

Così Berlusconi vuole uscire di scena

Vendere quote di maggioranza dei gioielli di famiglia, prendere tempo in politica, sistemare gli eredi: ecco perché quella che abbiamo sotto gli occhi è l’exit strategy del Cav

Berlusconi Saluta
(Dan Kitwood/Getty Images)

Una volta che il polverone su Mediaset Premium sarà finito, converrà tenere gli occhi su tutta Mediaset, o su quel che ne rimarrà. L’interesse di gruppi internazionali, dagli arabi ai cinesi, verso le società occidentali di entertainment sta aumentando. E un gruppo come Mediaset, acciaccato, ancorato a una tv generalista dal futuro incerto ma con i ricavi in ripresa e con una redditizia filiale in Spagna, è sotto osservazione. Se un’offerta arrivasse, per la prima volta questi interessi troverebbero un Silvio Berlusconi disposto a mettere in discussione un tabù: la vendita di quote di controllo delle aziende e non più solo di minoranza. Vale per Mediaset come, con molte resistenze, per il Milan.

Cominciamo da Mediaset: le acquisizioni di società di entertainment da parte di gruppi orientali si stanno moltiplicando. I qatarioti di BeIn Media Group a marzo hanno comprato Miramax Films, già ceduta da tempo al fondo sovrano di Doha, mentre negli stessi giorni il cinese Dalian Wanda Group acquistava gli studi Legendary per 3,5 miliardi di dollari. Al Jazeera, che di BeIn è editore, è stata considerata a lungo un possibile acquirente di una quota di Premium. Ma in molti, anche dentro Mediaset, parlano di offerte più ad ampio raggio, che sarebbero state viste con distacco perché il gruppo qatariota avrebbe previsto un pagamento in trance troppo dilazionate nel tempo. Se si deciderà a vendere, l’ex Cavaliere vorrà chiudere la partita in fretta. A pochi mesi dagli 80 anni, vorrebbe essere lui a gestire la liquidità che ne deriverebbe e distribuirla tra i litigiosi figli, in modo da semplificare la successione. Sarebbe proprio questa la motivazione che spingerebbe a un cambio di strategia rispetto ai punti fermi del passato. Ancora nella biografia di Alan Friedman, My Way, chiusa la scorsa estate, Berlusconi era apparso sicuro: «Certo che terremo Mediaset». La prospettiva di un ruolo dei figli più come investitori che come manager si starebbe invece ora rafforzando.

(GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images)

L’interesse di gruppi internazionali, dagli arabi ai cinesi, verso il le società occidentali di entertainment sta aumentando. E un gruppo come Mediaset, acciaccato ma in ripresa e con una redditizia filiale in Spagna, è sotto osservazione e candidato per un’offerta di acquisizione

Milan, una terza offerta cinese

In questi ragionamenti rientra anche la partita del Milan, il cui valore di vendita era stato stimato negli scorsi mesi, probabilmente in modo generoso, in un miliardo di euro. Naufragata l’ipotesi (forse mai davvero concreta) di Mr. Bee, rimangono in campo altre ipotesi che passano dalla Cina. Dalla primavera 2015 si parla dell’offerta arrivata dall’imprenditore di Hong Kong Richard Lee. L’uomo d’affari, specializzato nel settore lusso, si era fatto vedere a San Siro a fine 2014 e di lui si disse che avrebbe aiutato il Milan a fare merchandising in Cina. Dietro di lui, scrisse l’agenzia di stampa Xinhua, ci sarebbero stati il gigante delle telecomunicazioni Huawei, quello dell’e-commerce Alibaba, Wanda Group e la Wahaha. A completare l’eterogenea cordata cinese, ci sarebbe stata un'altra società thailandese. Eclissata per qualche mese, l’ipotesi è tornata in auge. Di incontri già avvenuti, nella sede di uno studio legale internazionale a Milano, ha parlato la Repubblica il 7 febbraio, specificando che i “misteriosi cinesi” sarebbero una cordata di imprese controllate dal governo di Pechino. Il grande ostacolo, oltre a un prezzo che si aggirerebbe sui 600 milioni di euro, invece dei 480 promessi da Mr. Bee per il 48%, è quello del controllo. La cordata arriverebbe solo a condizione di avere la maggioranza del club, per raddrizzare a modo suo le sorti di una società che nel solo 2014 ha perso 91,2 milioni di euro. Un’ipotesi che Silvio Berlusconi ha sempre scartato, perché nel Diavolo ha sempre visto prima di tutto una passione. Ma le pressioni dei figli Marina e Pier Silvio, oltre alla mancanza di alternative, potrebbero convincerlo a cambiare idea. Questa prospettiva comporterebbe anche di mettere mano ai fragili equilibri al vertice tra Adriano Galliani e Barbara Berlusconi. Altre voci parlano inoltre di un terzo fronte cinese che si sta facendo avanti. A muoversi non sarebbe una cordata, ma un gruppo industriale, che vedrebbe nel Milan un grande potenziale di business e ne chiederebbe ugualmente la maggioranza. Per questo nuovo soggetto sarebbe necessario cambiare management e risolvere al più presto la questione dello stadio: la presenza di una struttura di proprietà sarebbe considerata essenziale per concretizzare l’offerta.

Tra le quattro “M” della Fininvest, rimangono fuori dalle manovre Mondadori (almeno finché non sarà resa appetibile dopo aver digerito Rcs) e Mediolanum. La banca-assicurazione gestita da Ennio e Massimo Doris è ancora molto redditizia e una discesa di Fininvest sotto il 10%, ora che non c’è più l’obbligo imposto dalla magistratura, non sarebbe giusticata.

Oltre a Mr. Bee e alla cordata di Richard Lee, altre voci parlano di un terzo fronte cinese che si sta facendo avanti. A muoversi sarebbe gruppo industriale, che vedrebbe nel Milan un grande potenziale di business e ne chiederebbe ugualmente la maggioranza

L’exit strategy dalla politica

La volontà di Berlusconi di chiudere subito le varie partite legate alle sue aziende va di pari passo al progressivo disimpegno in politica. Di stanchezza, finanche di nausea, hanno parlato infiniti retroscena. Quella frase pronunciata nel maggio 2015 a Saronno, «Ormai sono fuori dalla politica», aveva poi lasciato il campo a precisazioni sulla necessità di una nascita di un “partito repubblicano” e sul suo ruolo da allenatore fuori campo. Tutto svanito. Le cronache del 2015 sono quelle di un partito, Forza Italia, di reduci e fuorisciti e senza un possibile delfino politico, dopo gli assassinii in culla di coloro che negli anni si erano candidati al ruolo. Quelle del 2016 ci consegnano un Berlusconi che a gennaio, riunendo i suoi dopo tre mesi per parlare di unioni civili, debutta in modo esemplare: «Come sapete, vorrei andare alle Bermuda, ma non posso, sono qui». Una battuta, che però riflette tutto il distacco. E l’impotenza, che appare plastica anche quando l’ex Cavaliere le battaglie le vuole condurre, come nel pasticcio dei candidati sindaci di Roma. La sostanza è che dalla condanna in Cassazione del 1° agosto 2013 Berlusconi non si è mai ripreso. Senza una sentenza della Corte europea dei diritti dell uomo di Strasburgo, in grado di ribaltare le cose, fino al 2019 il Cav rimane ineleggibile e il suo disimpegno appare segnato. Senza contare la minaccia del processo Ruby Ter, le cui udienze riprendono il 18 marzo. L’accusa è di corruzione in atti giudiziari, che prevede una pena compresa tra i 6 e i 12 anni.

“Molla la politica”, è il consiglio che sarebbe arrivato a Berlusconi dall’amico di sempre Fedele Confalonieri. “E tutela le aziende”

Molla la politica”, è il consiglio che sarebbe arrivato a Berlusconi dall’amico di sempre Fedele Confalonieri. “E tutela le aziende”. Per farlo, soprattutto in campo televisivo e in partite come quelle con Vivendi e Telecom, una non ostilità del regolatore è necessaria. Con Matteo Renzi, finito il patto del Nazareno, c’è chi vede una sorta di gentlemen agreement: nessuna legge che danneggi il Biscione, in modo da concedere tempo per vendere bene. Un pensiero di molti che ha sintetizzato su Linkiesta Pietrangelo Buttafuoco: «Silvio Berlusconi ha più interesse a tenere in vita Renzi di quanto possa averne a tenere in vita una stagione politica ormai conclusa. È impegnato a organizzare la sua Sant’Elena… Intenzionato a salvaguardare al meglio il suo mobilio». Un accordo in cui c’è chi si spinge anche a vedere lo stesso ruolo di supporto esterno di Denis Verdini alle riforme costituzionali della maggioranza e perfino la scelta di candidati deboli alle prossime comunali, non solo a Roma ma anche a Milano, Napoli e Torino.

Premium-Vivendi, è quasi fatta

Se per l’operazione della vendita di Mediaset Premium servirà un gancio dal governo è perché il principale pretendente è la francese Vivendi, guidata da Vincent Bolloré. Vivendi è appena salita al 24,9% di Telecom Italia, dove un altro azionista francese è Xavier Niel (al 15% contando le opzioni). E Bolloré è stato chiamato in causa dal numero uno di Orange, la ex France Telecom, a maggioranza pubblica, che ha parlato apertamente dell’ipotesi di un’acquisizione di Telecom Italia. Di fronte a questo scenario, Matteo Renzi ha dato una prima luce verde: «Siamo ben felici - ha detto durante il vertice con François Hollande, l’8 marzo a Venezia - se si creerà un polo che potrà valorizzare la cultura latina, franco-italiana, europea, ma lasciamo che sia il mercato a fare la propria parte».

Il mercato, intanto, dice che la vendita Mediaset Premium non è ancora un fatto ma è pià di una semplice ipotesi. L’eterno rimbalzo tra Sky e Vivendi negli ultimi giorni ha visto un’accelerazione a favore della seconda, con l’intensificarsi degli incontri, l’ultimo a Parigi. Finora uno degli ostacoli era rappresentato dalle economie di scala. Nei Paesi europei si è visto che se ci sono due piattaforme per la pay-tv, vanno entrambe male e la seconda peggio. Per questo motivo un’acquisizione da parte di Sky era apparsa a lungo più logica, ed era sembrata anche probabile dopo la visita di Rupert Murdoch e figlio proprio ad Arcore, nell’aprile 2015. Vivendi, tuttavia, potrà giocare la carta di un’integrazione a livello europeo che coinvolgerebbe piattaforme pay in Francia (Canal+), Germania, Italia e Spagna, dove ci sarebbe anche una triangolazione con Telefonica, la quale ha l’11% di Mediaset Premium. Un’alleanza rafforzata dall’accordo di Canal + con BeIn, canale sportivo di Al Jazeera, che metterà a disposizione diritti televisivi. Secondo la stampa francese, Vivendi prenderebbe l’89% restante di Premium: metà in cash e l’altra metà in azioni, cosa che renderebbe Mediaset azionista di Vivendi con il 2 per cento. Stiamo infatti parlando di Davide e Golia: Mediaset con un valore patrimoniale di circa 4 miliardi di euro, Vivendi di 26 miliardi.

Nella partita su Mediaset Premium, Vivendi potrà giocare la carta di un’integrazione a livello europeo che coinvolgerebbe piattaforme pay in Francia (Canal+), Germania, Italia e Spagna, dove ci sarebbe anche una triangolazione con Telefonica, la quale ha l’11% di Mediaset Premium

Vincent Bolloré (ERIC PIERMONT/AFP/Getty Images)

Le dismissioni

Da Mediaset la famiglia Berlusconi è già scesa nel gennaio 2015, quando ha ceduto il 7,79%, arrivando al 33% e incassando 377 milioni di euro. Un’ottima operazione finanziaria, dato che il Biscione aveva venduto negli anni precedenti a prezzi alti, aveva successivamente rastrellato azioni nel momento del minimo storico (fino a 1,2 euro nel 2012) e poi rivenduto a 4 euro. L’ultima vendita però va vista in un’ottica diversa. È stata una delle tante cessioni realizzate per raccogliere liquidità effettuate negli ultimi anni. Troppe, per non far pensare che ci sia una strategia dietro che abbia a che fare con la successione. Le altre sono state, nell’ordine, la vendita del 25% di Ei Towers (per 283,7 milioni), delle quote in una piattaforma pay-tv di Mediaset España (365 milioni), del 5,61% di Mediolanum (per 265 milioni), della metà della catena di multisala The Space Cinema (36 milioni), oltre alla già citata vendita dell’11% di Premium a Telefonica per 100 milioni. Totale: oltre un miliardo. Se si fosse sommata anche la vendita del 20% di Mediolanum e del 48% del Milan la cifra avrebbe toccato addirittura i 2 miliardi di euro. Poi, è cronaca recente, Berlusconi ha vinto il ricorso contro la decisione di Bankitalia di scendere dal 30% circa al 9,9% a causa della perdita dei requisiti di onorabilità in seguito alla condanna definitiva dell’ex Cav per frode fiscale.

Sono tante le cessioni di quote di aziende del gruppo Fininvest realizzate per raccogliere liquidità effettuate negli ultimi anni. Troppe, per non far pensare che ci sia una strategia dietro che abbia a che fare con la successione

Come gli Agnelli

La ricerca di liquidità da girare alle holding di famiglia è quasi spasmodica. Dopo un digiuno durato dal 2010, a metà 2013 sono state distribuite riserve per 93,6 milioni (riferite al bilancio 2012), mentre nel dicembre 2014 riserve per 81 milioni. In entrambi gli anni i dividendi erano rimasti a zero. Sono arrivati l’anno successivo (bilancio 2015): 91 milioni di riserve e 45 milioni di dividendi (a fine febbraio, quando mancavano ancora i dati di alcune delle otto holding di famiglia). Di riserve ne rimangono, e non è la prima volta che vi si attinge per dare soldi alle holding sia di Silvio Berlusconi (Prima, Seconda, Terza, Ottava, per una quota totale del 60%) sia dei figli: Marina (Holding Italiana Quarta), Pier Silvio (Quinta), Barbara, Luigi ed Eleonora (Quattordicesima).

Ma questi giri di denaro stanno facendo tornare d’attualità un piano già ipotizzato con forza nei primi mesi del 2015: quello che prevede il passaggio della seconda generazione dal ruolo di imprenditori a quello di azionisti senza ruoli di comando operativo. Il modello è quello degli Agnelli, che da decenni hanno affidato la guida della Fiat a manager esterni, da Valletta a Marchionne. O ancor più quello dei Benetton, che dopo anni opachi hanno deciso di fare un passo indietro anche nell’azienda di moda del gruppo, ora affidata a un ex consulente di Boston Consulting Group, Marco Airoldi.

La distribuzione delle riserve alle holding di famiglia stanno facendo tornare d’attualità un piano che prevede il passaggio della seconda generazione dal ruolo di imprenditori a quello di azionisti senza ruoli di comando operativo. Il modello è quello degli Agnelli e ancor più quello dei Benetton

Pier Silvio Berlusconi in una foto del 2006 (GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images)

Questo destino sembra ritagliato su Pier Silvio Berlusconi, oltre che su Barbara, Eleonora e Luigi, quest‘ultimo con un ruolo attivo di investitore, data la sua crescita come uomo di finanza (è già presidente della Holding Quattordicesima). Il secondogenito, nonostante sia stato nominato amministratore delegato di Mediaset, è messo in discussione per la gestione del gruppo di Cologno Monzese, sebbene il “disastro Premium” sarà definibile come tale solo se il prezzo di vendita a Vivendi sarà troppo basso.

Diverso il destino di Marina Berlusconi: per la presidente di Mondadori e di Fininvest, oltre che persona di famiglia in Mediobanca, il futuro è pienamente operativo. Questo non esclude una vendita in futuro di Mondadori-Rcs, magari a un gruppo straniero, ma non prima di aver sistemato i conti e completato le sinergie di costo che si possono ottenere. Poi il destino del gruppo editoriale dipenderà dai risultati dei primi esercizi del nuovo corso. Una cosa però va sottolineata: i soldi per l’operazione “Mondazzoli” sono venuti non dalla liquidità di Fininvest, ma a debito. L’acquisto dei diritti televisivi per la Champions League da parte di Mediaset Premium (per un totale di 690 milioni di euro in tre anni) era invece stato finanziato da risorse interne a Mediaset. Le casse delle holding per ora non si toccano. E questo qualcosa vorrà pur dire.

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