Dossier
dirotta su cuba
19 Marzo Mar 2016 1215 19 marzo 2016

Gino Doné, l'italiano che sbarcò a Cuba con Fidel

Sconosciuto per decenni alla Storia, Doné fu partigiano in Veneto, poi, alla fine degli anni Cinquanta, fu l'unico europeo a partecipare allo sbarco del Granma a Cuba e sostenne per tutta la vita la Rivoluzione

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Della sua infanzia e della sua adolescenza contadina si sa solo che fu veneta, povera e che non durò a lungo. Nacque in una casa colonica a Rovarè, frazione del comune di San Biagio di Callalta, a pochi chilometri da Monastier di Treviso. Dalla terra e dai campi imparò la modestia e la tenacia nel lavoro. Dall'acqua, prima del Piave poi della Laguna, imparò che tutti gli uomini sono uguali quando hanno i piedi poggiati su una barca. Sappiamo che fu in quegli anni che lesse in qualche libro di Emilio Salgari per la prima volta il nome di Cuba.

Alle armi lo portò la seconda guerra mondiale, durante la quale combatté nelle file dell'esercito italiano in Istria. Proprio in Istria venne colto dall'annuncio dell'armistizio, l'8 settembre. Si trovava a Pola, e pare che non ebbe molti dubbi sul da farsi. Cercò una barca e puntò il timone in direzione di Venezia. Arrivò a San Donà, lì si unì alla Brigata partigiana Piave. Fu l'inizio della sua vita da rivoluzionario, anzi, da ribelle.

Tutti quelli che lo conobbero lo descrivono come un uomo mite, modesto, poco avvezzo al protagonismo. Ma quelli che lo videro combattere aggiungono che non gli mancava il coraggio e la lucidità in situazioni di pericolo. La prima dote la esercitò su una barca, nella Laguna veneta, dove tra l'autunno del '43 e la primavera del 1945 andava su e giù ogni notte portando in salvo ex prigionieri alleati fuggiti dai campi di concentramento della zona. «il nostro compito era rintracciarli, riconoscerli e fare in modo che potessero imbarcarsi sulle navi angloamericane che li avrebbero riportati a casa», disse da vecchio, intervistato da Enrico Coletti per il suo documentario.

Era un buon combattente. Sapeva obbedire agli ordini, ma mal sopportava le gerarchie dell'esercito. Alla fine della guerra ricevette due lettere. La prima era un congedo con onore firmato dal comandante Guido, l'Ingegnere, un milanese mezzo italiano e mezzo americano che guidava la Missione Nelson in Laguna. La seconda era dall'esercito italiano: dopo due anni di guerra da irregolare aggregato a missioni angloamericane, gli toccava il servizio militare. Fu assegnato alla caserma di Modena, ma non durò due giorni. «Scagliai via lo zaino e la divisa, non potevo sopportare quella vita».

Quel gesto di insubordinazione gli valse un arresto, un processo e una condanna per diserzione. Qualche mese prima lo avrebbero fucilato, ma la guerra era finita e con lei la legge marziale. Fu soltanto costretto a tornare in caserma, ad ingoiare la rabbia e a eseguire gli ordini dei superiori per due anni.

Fu ancora su una barca che mise alla prova se stesso. Questa votla più che il coraggio, testò la sua tenacia e la sua forza di volontà. Era scappato dall'Italia appena uscito dalla caserma, era passato in Francia, poi in Belgio e in Germania. Arrivò ad Amburgo senza documenti, ma non ci volle molto perché trovasse una barca su cui nascondersi. La individuò nel porto di Amburgo, si chiamava Sibilla.

La notte in cui decise di imbarcarsi lasciò tutto ciò che possedeva tranne i vestiti che aveva addosso in una camera spoglia di un albergo della città. Lasciò una valigia, un pacchetto di sigarette, persino un centinaio di marchi che aveva nascosto sotto il materasso. Uscì furtivo, si diresse al porto, salì a bordo e si nascose, languendo per giorni sulle corde.

I mesi di navigazione notturna nella laguna gli avevano insegnato a muoversi in silenzio e a vedere nella notte, come i gatti. E così strisciava e sgattaiolava sulla barca in cerca di qualcosa da mangiare, ma senza successo. La clandestinità sulla Sibilla durò tre giorni. Poi, privato di acqua e cibo, fu costretto ad uscire allo scoperto e presentarsi sul onte di comando. «Mi chiamo Gino Doné, sono un clandestino», disse al capitano della Sibilla, che ormai, trovandosi in pieno mare, se lo doveva tenere e portare fino a destinazione: Cuba.

Sapeva lavorare, e si trovò in fretta qualcosa da fare. Fece il falegname, poi il carpentiere e passava le serate in compagnia degli studenti di Medicina, sulle scalinate di quella che ancora non era Plaza de la Revolution. Imparò lo spagnolo raccontando a quei ragazzotti cubani di Venezia. Strinse amicizia con uno strano americano che aveva combattuto in Italia nella prima guerra mondiale ed era stato ferito proprio a pochi chilometri dalla casa colonica dove era nato, vicino a Monastier. L'americano fumava il sigato e beveva forte. Si chiamava Ernest Hemingway.

Stava salendo al potere il dittatore Fulgencio Batista, salutato con favore dagli Stati Uniti e da una parte della popolazione. Ma non dagli studenti, che volevano difendere la costituzione. Fu tra loro, nei primi anni Cinquanta, che sentì parlare per la prima volta di uno studente di legge che era a capo di una frangia ortodossa degli studenti. Il suo nome era Fidel Castro.

Era la metà degli anni Cinquanta, e mentre in Italia il paese si riprendeva dalla guerra e viveva l'inizio del boom economico, Gino si sposava a Trinidad de Cuba. Era straniero, aveva maturato esperienza nella guerra di guerriglia italiana contro i fascisti, ed era molto bravo a sostenere la tensione. Furono queste tre caratteristiche a farne una persona estremamente interessante agli occhi dei rivoluzionari cubani. Si racconta che dall'esilio in Messico, dove era stato mandato in seguito al fallito attacco alla caserma Moncada del 25 luglio 1953, fu lo stesso Fidel a dire ai suoi: «Portatemi l'italiano».

Fece più viaggi. Da Cuba al Messico, dal Messico a Cuba. Portava sempre con sé, al ritorno in Messico, i soldi raccolti dall'organizzazione 26 luglio a Cuba. Erano i soldi della rivoluzione. Servivano per comprare armi, ma anche un'altra cosa. Una barca, un piccolo yacht di 20 metri che si chiamava Grandma e che El Cuate aveva comprato per poche centinaia di pesos. «Dammi quella barca», disse Fidel al Cuate, «e io ci sbarco a Cuba».

Su quella barca, la notte del 25 novembre 1956, Doné e altri 81 uomini coraggiosi, mal armati e mal addestrati salirono uno dopo l'altro. Era piccola, e tutti non ci stavano. Alla fine una ventina di uomini stettero a terra, per questo si scelsero i più piccoli e i più magri. L'ultimo a salire, insieme a decine di sacchi di arance, fu l'unico medico del gruppo, un argentino. Il suo nome era Ernesto Guevara de La Serna, ma tutti lo chiamavano El Che.

I due si erano conosciuti qualche tempo prima, in un poligono di tiro in Messico. Ernesto, che era di due anni più giovane e di molto più mingherlino, era un po' impacciato con le armi, ma era molto curioso. Si racconta che i due si stettero subito simpatici per via delle origini italiane di Gino e per via dell'amore di entrambi per le chiacchiere. Parlarono di mille cose, di storia, di filosofia, di guerra, di politica, di Italia. Il medico argentino era curioso. Confidò al veneto di aver accarezzato per mesi il sogno di andare in Italia a studiare, a Bologna. Poi, una notte, si fece serio e gli chiese: «Hermano, come si fa a uccidere un uomo?».

Il veneto, che non aveva mai raccontato molto della sua esperienza durante la resistenza, gli spiegò come si teneva un'arma, come si attenuava il rinculo di un fucile su una spalla, gli insegnò a pulire un fucile e a ricaricarlo. Poi gli disse una cosa: «Che, se ti sparano da un aereo, abbia il coraggio di non buttarti per terra. Se stai in piedi offrirai un bersaglio più piccolo».

I consigli del veneto furono utili all'argentino. Dopo sette estenuanti giorni di navigazione su quella barca in pessime condizioni, gli 82 barbuti guerrigilieri approdarono a Cuba. Fu terribile. A un certo punto, dopo due ore di traversate nelle mangrovie, Fidel si guardò indietro e chiese «Dov'è l'argentino?». Guevara aveva dimenticato la sua medicina per l'asma. Soffriva come un cane ed era senza forze. Gino era il più esperto tra loro ed era a capo della retroguardia insieme a Raul. Fu così che Fidel gli diede l'incarico: «Torna indietro, trovalo. Riportami il Che». Gli ci volle più di un'ora per trovarlo, ma ce la fece. Insieme a un altro uomo, Doné prese Guevara sotto braccio e lo portò in da Fidel. Era il 2 dicembre 1956, degli 82 uomini dello sbarco ne erano spariti già un po', ma quasi tutto lo stato maggiore era in salvo.

Poi iniziarono a piovere bombe e ognuno cercò di salvarsi come poteva. Il grosso degli uomini, compreso il Che, prese la via del canneto. Doné, che nascondersi nei campi e nelle lagune del Veneto, quando ci arrivò con quel che restava della sua retroguardia capì subito che tagliarsi una strada tra le canne da zucchero sarebbe stato aprire la strada agli inseguitori. Decise di prendere un'altra strada. Intorno a loro, a quello che restava degli 82 uomini del Granma, si stava per chiudere un accerchiamento di 35mila uomini, tra militari e poliziotti al soldo di Batista. Fidel, Guevara, Raul e altri riuscirono a mettersi in salvo, a sopravvivere alla prima imboscata e a nascondersi nella Sierra per riorganizzarsi. Di Gino Doné, registrato Donne Paro nell'elenco dei partecipanti all'operazione, persero le tracce.

Qualcuno racconta che nei successivi 40 anni ci fu un italiano che da New York e dalla Florida aiutò la Rivoluzione. Nessuno ha mai confermato che, dopo quelle giornate terrificanti dello sbarco a Cuba, Doné abbia continuato a servire la causa castrista come agente cubano in America.

Il 27 marzo del 2008, nella sala delle cerimonie del cimitero di Spinea, davanti alla bara di Gino Doné, destinata ad essere cremata, c'erano quattro corone di rose rosse: «A Gino da Fidel Castro Ruz. A Gino da Raul Castro Ruz. A Gino dall’Ambasciata di Cuba. A Gino dai suoi Compagni del Granma»

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