30 Marzo Mar 2016 1545 30 marzo 2016

Nessuno tocchi la minigonna in nome del buonsenso

Nel distretto di Nieuw West, a forte presenza musulmana, una circolare impone alle dipendenti comunali di non mettersi le minigonne. Una concessione pericolosa al radicalismo musulmano, perché impaurisce e polarizza. Alla faccia della tolleranza

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Nieuw West è uno degli otto distretti municipali di Amsterdam. Si tratta di un quartiere ad alta densità e in rapida e continua espansione. Il presidente del comitato esecutivo di questo distretto - una specie di “sindaco”, pare di capire, si chiama Achmed Baâdoud ed è di origini marocchine: «È un distretto con 148.000 abitanti, e se fosse una città sarebbe la quindicesima dei Paesi Bassi - ha raccontato lo scorso 22 novembre al quotidiano Lokalbestuur - Qui ci vivono persone di 149 nazionalità e il 62% della popolazione è di origine non olandese. Un quarto dei giovani Amsterdam cresce qui, è davvero il mondo in miniatura». Baâdoud è uno di quei giovani politici figli della seconda generazione di immigrati che più stanno dandosi da fare per strappare i ragazzi e le ragazze del quartiere dal proselitismo dell'islamismo radicale.

Lo scriviamo, dopo che proprio a Nieuw West, a poco più di una settimana dagli attentati di Bruxelles, è arrivata via mail una circolare interna alle dipendenti comunali in cui si chiede loro di non «indossare una gonna o un vestito che arrivino sopra il ginocchio» e che «gli stivali al ginocchio sono inappropriati durante il lavoro al banco». Una circolare, questa, che arriva a pochi giorni dal “Rokjesdag”, il primo giorno di primavera, in cui le olandesi, come tradizione vuole, abbandonano i pantaloni per la gonna o la minigonna.

Nessuno ovviamente ha nominato l'Islam o l'eventualità che i residenti di fede islamica del quartiere potessero sentirsi offesi dall’abbigliamento delle dipendenti agli sportelli degli uffici comunali. Luogo e tempistica, tuttavia, suonano decisamente sospetti. E autorizzano a pensare - così come hanno fatto in molti, in Olanda e non - che la circolare non sia altro che l'ennesimo tentativo di prevenire sul nascere qualsiasi problema con i residenti di fede musulmana che si sentano offesi da un simile atteggiamento.

Tolleranza e buonsenso sono le parole d'ordine che sovente accompagnano misure simili. Come, ad esempio, il vademecum che la sindaca di Colonia Henriette Rekker, progressista pure lei, diramò in seguito ai fatti di Colonia durante la notte di Capodanno, in cui si invitavano le donne «non assumere in pubblico atteggiamenti che possano essere fraintesi da persone di culture altre».

È così che il terrorismo vince la sua guerra, come ebbe a dire Salman Rushdie dopo gli attentati dell’11 settembre 2001: terrorizzandoci. Cambiando le nostre piccole abitudini quotidiane. Convincendoci di essere offensivi e colpevoli

Attenzione: siamo perfettamente coscienti - e l'abbiamo scritto a proposito del caso delle statue coperte durante la visita a Roma nel presidente iraniano Rohani - che ogni processo di avvicinamento produce mediazioni. E che costruire processi di convivenza in un contesto come quello di Nieuw West non è certo una passeggiata.

Il problema, semmai, è se dietro a queste misure non vi sia la volontà di instaurare rapporti diplomatici con una potenza regionale decisiva per la stabilità mediorientale o per sconfiggere l'Isis, ma sentimenti altrettanto umani, anche se meno nobili. La paura, soprattutto. Nel nome della quale si può sacrificare ogni piccola abitudine. Quella di vestirsi come si vuole, tra le altre, senza doversi sentire minacciati, né tantomeno offensivi nei confronti di qualcun altro.

Le dipendenti del comune di Amsterdam, a quanto risulta dalla stampa, hanno sinora ignorato il dresscode imposto dall'alto e questo non può che far piacere. Perché queste piccole rinunce sono più gravi di quanto sembrano. Perché nessuno ce le chiede, innanzitutto. E, soprattutto, perché partono dal presupposto che gli islamici tutti - e non solo una frangia più radicalizzata tra loro - siano insofferenti alle minigonne e alle donne emancipate.

È così che il terrorismo vince la sua guerra, come ebbe a dire Salman Rushdie dopo gli attentati dell’11 settembre 2001: terrorizzandoci. Cambiando le nostre piccole abitudini quotidiane. Convincendoci di essere offensivi e colpevoli. Cambiando gesto dopo gesto il nostro modo di percepire noi stessi in mezzo agli altri. Ed è così che l'islamismo radicale conquista spazio e legittimità nel contesto del mondo musulmano: imponendo la propria agenda e le proprie priorità alle società occidentali. E scatenando la reazione dei partiti razzisti e islamofobi contro tutti i musulmani, siano essi radicali o secolarizzati.

«Ciò che gli estremisti vogliono è impaurire e polarizzare», ha dichiarato, sempre nella medesima intervista Achmed Baâdoud. Missione compiuta.

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