31 Marzo Mar 2016 1026 31 marzo 2016

E se la Germania entra in crisi?

Oggi i tedeschi dominano il continente e avrebbero tutte le carte in regola per far nascere davvero un’Europa unita e federale. Ma il tempo è poco e la terra trema sotto i piedi del gigante. Le cause? Quelli che oggi sono i suoi punti di forza: export, stabilità finanziaria e piena occupazione

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Clive Rose/Getty Images

Pubblichiamo un estratto del libro di Francesco Cancellato, direttore de Linkiesta.it , dal titolo “Fattore G. Perché i tedeschi hanno ragione” (Egea)

C’è una storiella che racconta che Angela Merkel, durante le lezioni di nuoto, saltasse dal trampolino solo dopo la campanella, alla fine della lezione. Ed è in effetti questo il principale rischio che la Germania e il suo sogno europeo corrono oggi. Quello di prendere l’iniziativa quando ormai è troppo tardi. «Oggi, della Germania, non temo la potenza, ma l’incapacità», ha detto l’ex ministro degli esteri polacco Radoslaw Sikorski, in un discorso del dicembre 2011, pronunciato a poche centinaia di metri dalla porta di Brandeburgo. Difficile dargli torto, in effetti: la Germania ha tutto per portare a termine il disegno di unificazione politica europea che ha in testa.

Ed è proprio lo status quo, peraltro, questo stato di eterna e immobile transizione il vero problema dell’Europa di oggi, la causa dello scetticismo - se non dell’aperta ostilità - che la circonda e che sta montando pressoché ovunque nel continente. La moneta senza Stato. La tecnocrazia che decide senza essere legittimata dal voto. Le normative comunitarie finalizzate ad assicurare la massima concorrenza all’interno dell’Unione, ma che non si preoccupano della nostra competitività all’esterno di essa.

Così, quella che dovrebbe essere «l’assicurazione sulla vita dell’Europa nella globalizzazione», per dirla con le parole del ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier rischia di diventare il suo esatto opposto. Il problema della Germania è che quel troppo tardi rischia di arrivare molto presto. E che ciò che lo avvicina sempre più è la somma di due fattori potenzialmente letali: del primo, l’emergere di un diffuso fronte anti-tedesco e anti-europeo nel resto dell’Europa, ne abbiamo già parlato. Ciò che potrebbe irrimediabilmente aggravarlo è il secondo fattore critico: l’indebolimento politico ed economico che minaccia di colpire la Germania nei prossimi anni.

I primi a preconizzare una prossima crisi tedesca sono stati gli americani della Stratfor, società specializzata in servizi di intelligence. La cosa curiosa è che le cause di questo immanente declino sono quelli che oggi vengono visti come i punti di forza della Germania: le sue esportazioni, la sua piena occupazione e la sua stabilità finanziaria

I primi a preconizzare una prossima crisi tedesca sono stati gli americani della Stratfor, società di Austin, Texas specializzata in servizi di intelligence e consulenze strategiche. Ogni cinque anni, pubblicano un rapporto che si chiama “Decade Forecast”, che prova a preconizzare cosa succederà nel mondo nei dieci anni successivi. Non arrivano a prevedere singoli eventi, ovviamente, ma partono da essi e ne seguono il percorso, tessera dopo tessera, sino ad arrivare a sviluppare scenari geopolitici coerenti.

Nel suo ultimo rapporto Stratfor, a proposito della Germania, dice che ci sarà «un pesante declino dell'economia tedesca, che porterà a sua volta a una crisi domestica politica e sociale che ridurrà l'influenza della Germania sull'Europa nei prossimi dieci anni». C’è poco da preconizzare, in realtà: tra il 1995 e il 2015, il tasso di crescita della Germania è stato inferiore rispetto alla media degli altri tre maggiori stati dell’Eurozona (Francia, Italia e Spagna) in ben dodici anni su venti. Peraltro, secondo il Fondo Monetario Internazionale, entro i prossimi cinque anni la crescita tedesca si posizionerà stabilmente sotto la media dei tre paesi, così come e ancor più sotto la media dell’eurozona, che comprende i più piccoli paesi a elevata crescita dell’Europa centrale e dell’est – entro cinque anni. La cosa curiosa è che le cause di questo immanente declino sono quelli che oggi vengono visti come i punti di forza della Germania: le sue esportazioni, la sua piena occupazione e la sua stabilità finanziaria.

Partiamo dall’export: la Germania esporta un ampio volume di beni di investimento e ha beneficiato più degli altri membri dell’Eurozona del boom di investimenti in Cina e nelle altre economie emergenti. Oggi, tuttavia, la crescita delle economie emergenti sta rallentando e anche dove non rallenta, la domanda tende a spostarsi dagli investimenti ai consumi. Un processo, questo, che tenderà a indebolire la crescita tedesca e ad avvantaggiare i paesi dell’Europa del sud, che esportano maggiormente beni di consumo. Giocoforza, la strategia di sviluppo dell’economia tedesca si sta spostando altrove. Per comprendere dove, basta leggere i dati preliminari sulla crescita del Pil tedesco del 2015, che è aumentato del 1,7% - il miglior risultato dal 2011 - trainato dall’aumento di spesa pubblica (+2,8%) e salari (+3,9%), molto più che dalle esportazioni (+0,2%).

Apparentemente, tutte buone notizie. Soprattutto, l’aumento della spesa pubblica e dei salari sembrano il viatico a una crescita dei consumi, degli investimenti e dell’inflazione in Germania. Cosa che può produrre effetti molto positivi nel resto del continente, perché aumenta capacità di spesa e potere d’acquisto del più vasto mercato europeo. Non solo: l’aumento dei prezzi nell’Eurozona - figlio della crescita di salari, consumi e investimenti - ha effetti positivi anche sul rapporto tra Pil e debito pubblico. Perché se aumentano i prezzi, ripagare il debito costerà di meno, domani. E poi, mai dimenticarlo, perché il Pil è calcolato in termini nominali: l’aumento dei prezzi contribuisce a farlo crescere e, di conseguenza, a chiudere almeno un po’ la forbice del rapporto con il debito pubblico, senza che debbano essere fatti chissà quali tagli alla spesa pubblica.

Attenzione, però: perché tutto questo avviene a causa del fatto che la Germania - a differenza da buona parte del resto dell’Europa, Italia in primis - è vicina alla piena occupazione. E la combinazione tra piena occupazione e bassi tassi di crescita è un cocktail pericoloso, poiché prefigura una crescita della produttività molto bassa e un’ulteriore diminuzione dell competitività tedesca verso l’estero. Ancor di più se aggiungiamo un ulteriore ingrediente: l’invecchiamento del Paese e la conseguente difficoltà a sostituire - in quantità e qualità - l’attuale forza lavoro. Certo, la Germania sta investendo parecchio - e non da ieri - in formazione e in nuovi modelli di sviluppo industriale, che facciano crescere la produttività attraverso l’automazione. La stessa apertura delle frontiere ai profughi siriani va indubbiamente letta nell’ottica di attrarre capitale umano di valore da formare e impiegare nei processi produttivi. Il tempo dirà se queste mosse si riveleranno argini adeguati.

Il terzo elemento di crisi tedesca è il più sottile, ma anche il il più pericoloso di tutti, a livello politico. Fino ad oggi, infatti, i tedeschi erano riusciti a mantenere la loro egemonia politica sul Vecchio Continente anche perché le loro riserve finanziarie erano indispensabili per salvare i Paesi del sud Europa come Grecia, Spagna e Portogallo. Al di là di ogni altra concausa si può dire senza timore di smentite che buona parte dell’influenza politica tedesca sul resto dell’Europa dipenda da questo. Del resto, dal Meccanismo Europeo di Stabilità all’Unione Bancaria Europea, sino al Quantative Easing della Bce non c’è stata istituzione o strategia che non sia partita nel momento stesso in cui la Germania ha concesso il suo assenso. Ogni crisi è stata un’opportunità, per la Germania. Ma in assenza di crisi, in altre parole, Berlino cessa di essere un soggetto cui chiedere aiuto. Cosa che rischia di far perdere ai tedeschi buona parte del proprio potere d’indirizzo sulle politiche da adottare in Europa di qui in avanti: «Con i tumulti finanziari che si stanno in gran parte placando - ha osservato l’economista Daniel Gros in un articolo dal titolo “La fine dell’egemonia tedesca” - la Germania non dispone di nuove opportunità per dimostrare il suo prestigio politico, sia fuori che all’interno dell’Eurozona».

«Mentre molti hanno messo in evidenza la leadership politica della Germania nella crisi dei rifugiati, la realtà è che essere in prima linea in quella crisi, senza avere molta influenza sui fattori che l’hanno provocata, sta creando notevoli tensioni sul paese. La Germania è ora, per la prima volta, nella posizione di dover chiedere ai suoi partner europei solidarietà»

Daniel Gros, economista tedesco

Non è solo l’economia a congiurare contro Berlino, peraltro: «Mentre la Germania, a causa del suo pieno coinvolgimento nelle economie dell’Europa centrale e dell’est, è stata determinante negli accordi di Minsk che dovevano porre fine al conflitto in Ucraina - continua Gros - essa ha poca influenza tra i paesi del Medio Oriente che stanno attirando l’attenzione del mondo oggi. Mentre molti hanno messo in evidenza la leadership politica della Germania nella crisi dei rifugiati, la realtà è che essere in prima linea in quella crisi, senza avere molta influenza sui fattori che l’hanno provocata, sta creando notevoli tensioni sul paese. La Germania è ora, per la prima volta, nella posizione di dover chiedere ai suoi partner europei solidarietà, poiché non riesce ad assorbire tutti i nuovi arrivati da sola».

Il sangue attira gli squali. E il primo ad accorgersi del mutato scenario geopolitico europeo è il premier italiano Matteo Renzi: «Non potete raccontarci che state donando il sangue all'Europa, cara Angela», apostrofa la Merkel durante il Consiglio Europeo del 19 dicembre 2015, e subito dopo le chiede perché la Germania si opponga ad un’assicurazione europea dei depositi bancari. Non è che il primo di una serie di attacchi: nei giorni e nelle settimane immediatamente seguenti Renzi ha chiesto una bad bank di sistema per togliere dai bilanci delle banche duecento miliardi di sofferenze bancarie e la revisione al fiscal compact. Per farlo non ha esitato a mettersi di traverso sui sussidi alla Turchia per la gestione dell'emergenza migranti e sul progetto del gasdotto North Stream, due dossier chiave per la Germania.

È presto per dire se lo smottamento produrrà un frana, se sia l’inizio della fine di un’egemonia e se il capitale politico, economico e finanziario che la Germania ha accumulato a partire dal 9 novembre 1989 sia rimasto lassù, sul trampolino, come la Merkel nelle sue lezioni di nuoto giovanili, dissipato nell’attesa del momento giusto per essere speso. È già suonata la campanella? Non lo sappiamo. Quel che è certo è che di tempo, da ora in poi, ce n’è davvero poco. E che più passa, più quell’ultimo passo verso la costruzione politica dell’Europa sarà difficile da compiere.

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