6 Aprile Apr 2016 1548 06 aprile 2016

Colpo di scena: il referendum sulle trivelle potrebbe saltare

Ricorso radicale contro la consultazione, che potrebbe essere rinviata. Il Governo avrebbe violato tutta una serie di standard e procedure nel fissare la data del voto allo scopo di boicottare il referendum

Trivelle

Colpo di scena. Il referendum del 17 aprile sulle “trivelle” potrebbe saltare. I Radicali Italiani hanno infatti presentato un ricorso al Tar del Lazio per chiedere l’annullamento del decreto del 16 febbraio scorso con cui è stata fissata dal Governo la data del 17 aprile per la consultazione referendaria.
Il Tar si pronuncerà il prossimo 13 aprile. Qualora le ragioni dei ricorrenti venissero accolte dal Tribunale amministrativo, il referendum verrebbe annullato. In caso contrario, i ricorrenti impugneranno la decisione presso il Consiglio di Stato, e dovranno ovviamente farlo entro domenica 17 aprile. Insomma, al fotofinish.

Mario Staderini, ex segretario di Radicali italiani - tra i firmatari del ricorso insieme al segretario di Radicali Italiani, Riccardo Magi, al candidato radicale a Sindaco di Milano, Marco Cappato, ed alla parlamentare radicale Mara Mucci - sostiene che, nel fissare la data del voto alla prima domenica possibile tra il 15 aprile e il 15 giugno, il Governo abbia violato una serie di standard internazionali sottoscritti dall’Italia per il corretto svolgimento delle consultazioni referendarie.

Nel fissare la data del voto alla prima domenica possibile tra il 15 aprile e il 15 giugno, il Governo avrebbe violato una serie di standard internazionali sottoscritti dall’Italia per il corretto svolgimento delle consultazioni referendarie

Il Governo - sostengono i Radicali - nel fissare la data del referendum al 17 aprile avrebbe violato nello specifico il Patto internazionale sui diritti civili e politici adottato dall’Assemblea Generale dell’ONU del 1966 (ratificato con la legge 25 ottobre 1977, n. 881), e il “Codice di buona condotta sui referendum” adottato dalla Commissione di Venezia (Commissione europea per la democrazia attraverso il diritto) nel 2007 e fatto proprio dal Consiglio d’Europa, quindi anche dal Governo italiano, con la dichiarazione del 27 novembre 2008. In sostanza, scegliendo la data più ravvicinata dell’intervallo temporale previsto dalla legge per la consultazione referendaria, il Governo avrebbe deliberatamente contratto i tempi per impedire la corretta informazione dell’opinione pubblica, così violando il dovere di neutralità e ostacolando sia l’organizzazione sia la possibilità di informare i cittadini - informazione ed organizzazione che avrebbero dovuto invece essere garantite in ossequio agli standard internazionali sottoscritti dall’Italia in materia di referendum.

Il Codice di buona condotta sui referendum del Consiglio d’Europa stabilisce infatti che i cittadini abbiano accesso a materiale informativo imparziale prodotto sia dai sostenitori sia dagli oppositori della proposta referendaria, e che questi materiali informativi siano «pubblicati sulla gazzetta ufficiale largamente in anticipo rispetto alla data del voto» ed «inviati direttamente ai cittadini e ricevuti sufficientemente in anticipo rispetto alla data del voto» (art. 3.1.d.).

Il Governo ha invece emanato il decreto di indizione del referendum solo il 16 febbraio, cioè appena 62 giorni prima del referendum fissato appunto per il 17 aprile, e lo ha fatto senza consultare preventivamente i promotori del referendum né verificare l’effettiva disponibilità dell’informazione ai cittadini, cioè senza avere valutato i tempi delle disposizioni impartite a Rai e TV private rispettivamente dalla Commissione parlamentare di Vigilanza e da AgCom.

Le quali Commissione di Vigilanza (per la Rai) e AgCom (per le televisioni private) hanno infatti approvato i regolamenti solo - rispettivamente - il 4 marzo il 7 marzo, cioè una ventina di giorni dopo l’indizione del referendum, così nei fatti facendo perdere circa il 30% del tempo utile alla formazione della pubblica opinione. Le prime tribune referendarie in Rai sono state organizzate infatti solo il 29 marzo, quando cioè era già trascorso il 60% del tempo utile alla campagna referendaria.

Insomma, l’accusa che i Radicali rivolgono al Governo è di avere deliberatamente perseguito l’obiettivo politico di boicottare il referendum sulle “trivelle”, ed averlo fatto attraverso atti formali in patente violazione delle fonti normative internazionali sottoscritte dall’Italia. E con le reiterate dichiarazioni pubbliche a favore dell’astensione, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ed il Viceministro alla Sviluppo Economico Teresa Bellanova potrebbero avere addirittura commesso reato penale

Insomma, l’accusa che i Radicali rivolgono al Governo è di avere deliberatamente perseguito l’obiettivo politico di boicottare il referendum sulle “trivelle”, ed averlo fatto attraverso atti formali in patente violazione delle fonti normative internazionali sottoscritte dall’Italia. Questi atti formali del Governo consistono nella indicazione di una data troppo ravvicinata, dunque sfavorevole alla partecipazione al voto ed alla adeguata informazione dei cittadini, ed attraverso l’uso di denaro pubblico finalizzato a condizionare l’esito referendario, nella fattispecie la decisione del Governo di non procedere all’accorpamento della consultazione referendaria e delle elezioni amministrative del prossimo giugno. Nell’indicare il 17 aprile insomma il Governo avrebbe violato il dovere di neutralità imposto invece dalle norme internazionali.

Secondo i Radicali, inoltre, con le reiterate dichiarazioni pubbliche a favore dell’astensione, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ed il Viceministro alla Sviluppo Economico Teresa Bellanova potrebbero avere addirittura commesso reato penale. L’art. 98 del DPR 361/1957, il cosiddetto Testo Unico delle leggi per l'elezione della Camera dei deputati, considera infatti punibile "con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da 600.000 a 4.000.000 di lire, il pubblico ufficiale e comunque chiunque investito di un pubblico potere o funzione civile che, abusando delle proprie attribuzioni e nell'esercizio di esse, si adopera, fra l'altro, ad indurre gli elettori all’astensione”, norma ribadita anche nell' art. 51 comma 2 della Legge 352 del 25/05/1970 che disciplina i referendum. Per questo, il segretario di Radicali Italiani, Riccardo Magi, ha deciso di presentare alla Procura della Repubblica presso il Tribunale penale di Roma un esposto contro Renzi e Bellanova. Ma questa è un’altra storia. Come altra storia è la battaglia che Staderini vuole promuovere per l’istituzione di un Referendum Act che modifichi anche la Legge Boschi che in materia referendaria abolisce il quorum ma eleva il numero delle firme necessarie per i referendum di iniziativa popolare.

Per il momento resta da appurare se il 17 aprile ci sarà o no il referendum sulle “trivelle”, e per saperlo dovremo aspettare appunto l’udienza del Tar fissata al prossimo 13 aprile e, in caso di parere negativo, attendere anche il successivo ricorso al Consiglio di Stato. Più lungo sarà invece il giudizio del Comitato diritti umani dell’Onu al quale Staderini intende ancora una volta ricorrere qualora le corti italiane non ravvisassero illegittimità nella condotta del Governo italiano in materia referendaria.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook