8 Aprile Apr 2016 1417 08 aprile 2016

Franco Debenedetti: la politica industriale è la rovina dell’Italia

Dalle privatizzazioni mancate sino al caso Guidi, ecco perché lo Stato dovrebbe astenersi dal partecipare al gioco economico. L’ex ad di Olivetti lo spiega in un libro: «Renzi? Non sta privatizzando un bel nulla»

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«La politica industriale? Un’idea insana». A dirlo, e a scriverlo in un libro appena uscito intitolato “Scegliere i vincitori, salvare i perdenti» (Marsilio) è Franco Debenedetti, uno che ne sa qualcosa. Dall’azienda di famiglia, alla Gilardini, alla Fiat, all’Olivetti, alla Sasib; poi senatore per il Pds e l’Ulivo dal 1994 e il 2006, autore di numerose pubblicazioni su temi economici e politici, Debenedetti è uno che ne ha viste parecchie. E nel suo libro, ne ha per tutti. Per i partiti della prima repubblica e per la loro idea di «capitalismo delle partecipazioni statali». Per la stagione delle privatizzazioni degli anni ’90, e per quelle aziende «che non erano private, anche se privatizzate», come Telecom. Soprattutto, per quel che accade oggi e per il governo Renzi «che in realtà non vuole privatizzare un bel nulla». In sintesi, per la caratteristica tutta italiana di pensare all’economia come un affare di Stato, quella che causa guai come quello che ha coinvolto il ministro Guidi: «Se il governo ha dei poteri d'intervento molto pesanti sul modo di condurre business, ogni cosa può diventare scivolosa», dice a Linkiesta.

Ingegner Debenedetti, come giudica quel che sta accadendo in questi giorni attorno al caso Guidi e al Ministero dello Sviluppo Economico? Francesco Giavazzi, dalle colonne del Corriere della Sera si è chiesto se quel ministero abbia ancora senso. E lei ha appena scritto un libro contro la politica industriale…
Gli squarci che si intravvedono, anche al netto del gossip e dalle intercettazioni, non sono edificanti e inducono a a molte riflessioni.

Quali?
Se il governo ha poteri molto intrusivi sul modo di condurre business, ogni cosa può essere pericolosa. Traffico di influenze, raccomandazioni, corruzione.

Cosa, allora?
Lo stato dia delle regole che valgono per tutti, le faccia osservare e si astenga dal micro management. Il mestiere dello Stato non è realizzare progetti, ma creare le condizioni per cui le aziende trovino nel mercato l’interesse a realizzarle.

Partiamo dall’inizio, però: perché ancora oggi l’Italia ha questa “insana idea”, come la definisce lei, della politica industriale?
Perché ci siamo arrivati tardi. Mi spiego: quasi tutti i paesi hanno avuto una stagione in cui sono stati protezionisti. Pensiamo solo alle manifatture di Colbert o alle varie Compagnie che mettevano sedi nelle colonie. La nostra industrializzazione è partita con Giolitti. Prima della Grande Guerra c'è stato un tentativo di recuperare terreno con le altre potenze industriali europee e lo si è fatto alzando barriere doganali per far nascere le industrie, magari quelle che servivano a fare i cannoni Poi c'è stato il periodo di autarchia fascista, con un’iniezione ideologica molto potente. E dopo la guerra, spinti da ideologie di matrice socialiste o cristianosociali, è venuto l'intervento pubblico sempre più esteso e pervasivo.

Poi c’è stato il 1992. Che tra la firma del patto di Maastricht e le inchieste di Tangentopoli ha scoperchiato e sotterrato in un colpo solo, come scrive lei, «la corruzione del rapporto tra economia e politica»…
Il 1992 è stato una cesura, di un sistema politico e di un sistema economico. I partiti, e sovente le correnti dentro i partiti, si spartivano il controllo delle aziende pubbliche: l’Iri dalla Democrazia Cristiana, l’Eni dal Partito Socialista, l’Efim dai socialdemocratici. Scalfari denunciava la “Razza Padrona”, se c’era uno scandalo lo si circoscriveva, cambiare il sistema sembrava impossibile: c’era il pericolo comunista. Che poi le aziende fossero danneggiate dal dover seguire obbiettivi diversi (dalla occupazione, al Mezzogiorno, al finanziamento di partiti e correnti) era prevedibile e inevitabile.

Come mai?
Perché si sceglievano manager funzionali a questo sistema. Il fallimento dello scopo malsano cui erano dirette queste aziende - finanziare la politica, garantire posti di lavoro - manda in crisi quelle aziende, in alcuni casi le fa fallire.

Così lo Stato decide di privatizzarle…
Diciamo che è stato obbligato: la massa dei debiti ( delle aziende e dello Stato) era diventata insostenibile, l’Europa non consentiva più aiuti di Stato. Ha iniziato Amato, mettendo le basi per la privatizzazione delle banche d’interesse nazionale e delle casse di risparmio, e sostituendo i consigli di amministrazione delle aziende a Partecipazione statale. Le grandi privatizzazioni di Prodi e D’Alema - Autostrade, Enel, Eni, Finmeccanica e Telecom – verranno dopo. Non ha senso privatizzare senza liberalizzare il mercato: e questa è la arte più difficile,e anche quella dove ci sono state carenze.

Partiamo da quelle buone.
La liberalizzazione del mercato dell'energia elettrica avviata da Pierluigi Bersani è stata molto ben fatta, ad esempio, così come quella del mercato del gas avviata da Enrico Letta. Questo ha permesso di avviare bene la privatizzazione (peraltro a tutt’oggi incompleta) di Eni ed Enel.

Quelle meno buone, invece?
Sicuramente la vicenda di Telecom è quella più controversa. Faccio mia l’ammonimento che una persona vicina a Romano Prodi fece al neo-presidente Rossignolo: «Si ricordi che Telecom è stata privatizzata, ma non è privata». E quanto fosse vero anche a distanza di anni lo si è visto nelle vicende che ha attraversato Telecom. Perché ha legittimato interferenze che hanno condizionato le scelte dell'azienda.

Ad esempio?
Ad esempio, non vendere Tim Brasil. Quando un’azienda normale è piena di debiti, del resto, vendere le partecipazioni è la prima cosa da fare. Questo però voleva dire rinunciare a ogni sogno di espansione di Telecom sui mercati internazionali: e ipotizzarlo era politicamente impossibile. Se l’azienda è sopravvissuta a tante interferenze e ingerenze, bisogna dire è davvero sana e forte,

«Se il governo ha poteri molto intrusivi sul modo di condurre business, ogni cosa può essere pericolosa. Traffico di influenze, raccomandazioni, corruzione»

Oggi Tim - la ex Telecom - è al centro della partita sulla banda larga, il cui piano di realizzazione è stato recentemente presentato dal presidente del Consiglio Matteo Renzi. Lei che idea se n'è fatto?
Che siamo alle solite. Che un’azienda abbia trovato un modo per far costare meno la banda larga dovrebbe far piacere a tutti. A Tim soprattutto, perché potrebbe proporre le sue offerte a costi inferiori. Peccato che l'azienda in questione sia Enel, controllata dallo Stato, che lo farà usando i soldi che lo Stato ha stanziato per mettere la fibra anche nelle aree dove manca la domanda, che è dominante in un sistema regolamentato (l’energia elettrica) e entrerà in un altro sistema regolamentato (la telefonia), usando una tecnologia (Fiber to the home) scelta dal Governo per realizzare un obbiettivo su cui il premier ha deciso di giocare la sua credibilità. Se questo non è politica industriale…..

Cioè?
Cioè far fare un intervento da parte di un azienda dello Stato, dove non si capisce se l'azienda vuole fare soldi o compiacere il suo azionista.

Anche Renzi, insomma, è prigioniero dell’idea insana della politica industriale?
Prigioniero non so: diciamo che la frequenta. Non la considera insana.

Pure lui, però, sta provando a privatizzare: Poste, Ferrovie…
Non sta provando a privatizzare un bel nulla. Poste si poteva privatizzare come ha fatto il Giappone.

Cioè?
Oggi le Poste sono un’assicurazione, una banca e una compagnia che consegna lettere e pacchi. Il Giappone le ha separate e ha privatizzato ciascuna di esse. Che senso ha, in una logica di mercato, che una banca e un’assicurazione che rendono moltissimo paghino le perdite delle poste? Non solo non è stato fatto: lo Stato si vuole pure tenere la maggioranza. Che privatizzazione è se l'azienda non è contendibile?

Lo stesso vale per le Ferrovie, no?
Ho letto su Repubblica che Ferrovie vorrebbero comperare l’Anas. La si carica di quel carrozzone prima di privatizzarla? Come se nei libri di Etihad non ci fosse ancora una partecipazione delle Poste, di quando le si è chiesto di salvare l’italianità di Alitalia. E poi anche qui la stessa storia: c’è Trenitalia, cioè treni, e c’è Rete Ferroviaria Italiana, cioè i binari. Quelle dei treni è un mercato che si può e in parte già si è liberalizzato. Impensabile duplicare a rete. Se non si separano prima di privatizzare il padrone di entrambi sarà avvantaggiato: come si è visto con Ntv: ci son voluti anni perché i suoi treni potessero entrare in Stazione Centrale a Milano, o a Roma Termini.

Renzi bocciato senza appello, quindi?
Ha fatto cose buone: ha preso per le corna il toro del sistema bancario di territorio. Obbligare le più grosse delle popolari ad abbandonare il voto capitario – una testa n voto, per adottare quello di mercato – un’azione un voto- è stata una cosa di grande importanza, come si è visto poco dopo: quel sistema è risultato non funzionale, quando non distorsivo, del mestiere primo delle banche - concedere il credito: altrimenti non si spiega perché lì si siano concentrate tante sofferenze. Adesso si devono fare aumenti di capitale imponenti: e non è che si debbano destabiizzare le banche sane per rifinanziare quelle in difficoltà.

Siamo incorreggibili, insomma?
Non noi. I politici lo sono. Sul Corriere della Sera Dario Di Vico ha commentato l'analisi Ipsos che esamina ciò che la gente pensa sui driver della crescita. In Italia, oltre il 40% degli intervistati pensa che siano le piccole e medie imprese e solo il 17% pensa che possano esserlo gli interventi dello Stato. In Italia solo un quarto pensa che il driver sia l'investimento in educazione, negli Stati Uniti e in Germania quasi la metà. Vuol dire che la gente ha idee sane. Le insane idee sono in altre teste.

Come mai?
Perché in una legislatura ci sono un sacco di annunci da fare e di nastri da tagliare. L'investimento in educazione non fa vincere le elezioni.

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