13 Aprile Apr 2016 1210 13 aprile 2016

«La politica industriale serve eccome, ma non si può delegare alla Cassa Depositi e Prestiti»

L’intervento di Filippo Szegö: «Un governo deve dare una direzione politica alle priorità economico-industriali del Paese. Quello italiano, però, si limita a far fare investimenti di dubbia strategicità alla Cdp. Mentre dovrebbe concentrarsi su reti e infrastrutture»

Autostrada Ferrovie
(Patrik Stollarz/Getty Images)

Sono usciti nei giorni scorsi due autorevoli articoli di Alberto Mingardi (‘’Il ministero dello Sviluppo è da chiudere’’. La Stampa, 4 aprile 2016) e Francesco Giavazzi (‘’Sviluppo economico un ministero che serve ancora?, Corriere della Sera, 4 aprile 2016) assai simili, sull’utilità di mantenere in vita il ministero dello Sviluppo economico. Gli articoli sollevano punti per lo più condivisibili, però partono da un presupposto che che chi scrive ritiene sbagliato. Infatti, la constatazione che il ministero dello Sviluppo economico negli ultimi decenni non si sia occupato di politica industriale ma piuttosto di gestire le crisi aziendali non è una buona ragione, di per sé, per decidere di chiuderlo.

A questo Paese, dopo l’esperienza dell’Iri, è mancata totalmente una politica industriale nel senso di dare una direzione politica alle priorità economico-industriali del Paese, di decidere i settori su cui investire maggiormente e quelli da abbandonare. Quando si legge sul Corriere della sera del 5 aprile 2016 (‘’La grande bellezza (sprecata)”, Gian Antonio Stella) che l’Italia è all’ottavo posto per contributo dell’industria del turismo al Pil cadono le braccia. Soprattutto quando si legge chi sta davanti a noi in classifica: passi per gli Stati Uniti e la Cina (se non altro per una questione dimensionale) e forse la Francia, ma è inaccettabile che Paesi quali Germania, Giappone, Regno Unito, Spagna e Messico ci sopravanzino! Ci pare un esempio chiaro di come non si sia investito adeguatamente in uno dei settori che dovrebbe rappresentare, sempre di più, uno dei principali contributori al Pil del nostro Paese.

Ormai la politica industriale è demandata quasi esclusivamente al ‘’braccio armato’’ del governo, la Cdp e i suoi fondi, soprattutto dopo l’avvicendamento dei vertici che ora, come il resto del governo, paiono totalmente asserviti ai voleri del primo ministro. Un esempio lampante è il caso dell’aumento di capitale Saipem, da manuale di come non si deve fare un’operazione da un punto di vista di mercato, un’operazione che presumibilmente né Claudio Costamagna né Fabio Gallia avrebbero mai fatto quando erano degli stimati banchieri.

«Ormai la politica industriale è demandata quasi esclusivamente al ‘’braccio armato’’ del governo, la Cdp e i suoi fondi, soprattutto dopo l’avvicendamento dei vertici che ora, come il resto del governo, paiono totalmente asserviti ai voleri del primo ministro»

E poi, sarebbe interessante capire quale interesse veramente ‘’strategico’’ hanno alcune delle principali partecipazioni del Fondo Strategico Italiano (Fsi) quali ad esempio: Kedrion (plasmaderivati), Hera (ex municipalizzata), Ansaldo Energia (meccanica per l’energia), Valvitalia (componenti per il controllo dei flussi), Sia (sistemi di pagamento), Trevi (ingegneria e meccanica), Inalca (alimentare). C’è da temere che la ‘’logica’’ del loro investimento sia stata dettata più da ragioni politiche e di ritorno sugli investimenti che dall’interesse strategico che queste aziende rappresentano per l’Italia. Ha senso che denari pubblici vengano investiti in un’azienda di plasmaderivati o di valvole? Se sono strategiche le aziende elencate sopra, allora lo sono tutte.

Vale la pena ricordare che il Fsi nacque da una ‘’geniale’’ idea dell’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti per evitare la scalata dei francesi di Lactalis a Parmalat, idea partorita e realizzata quando ormai i buoi erano scappati….(sempre che Parmalat sia essa stessa da considerare ‘’strategica’’ per l’interesse nazionale, cosa sulla quale si possono nutrire dei dubbi). Forse sarebbe stato più opportuno evitare di fare concorrenza al settore privato dei fondi di private equity e concentrarsi veramente su investimenti, magari a ritorno più basso, ma veramente strategici per gli interessi nazionali (reti, infrastrutture ecc.). A dire il vero, questo compito dovrebbe essere assolto da F2i (Fondi italiani per le infrastrutture) ma l’ultimo investimento nelle cliniche private Kos, rilevate dal gruppo Cir, non sembra francamente seguire questa logica, anzi.

L’unico esempio positivo dal punto di vista teorico sarebbe quello del Fondo italiano d’investimento (supporto alle Pmi). Peccato che, come spesso capita in questo Paese, l’execution sia stata quanto meno discutibile, basta guardare ai risultati di molti degli investimenti che sembrano essere stati guidati più da bulimia che altro.

«Sarebbe interessante capire quale interesse veramente ‘’strategico’’ hanno alcune delle principali partecipazioni del Fondo Strategico Italiano (Fsi). C’è da temere che la ‘’logica’’ del loro investimento sia stata dettata più da ragioni politiche e di ritorno sugli investimenti che dall’interesse strategico che queste aziende rappresentano per l’Italia»

Se ci fosse una politica industriale con una visione di medio-lungo periodo, come dovrebbe essere, si comincerebbe, ad esempio, a pensare a come sarà il tessuto industriale del Paese fra una decina di anni considerando che la maggior parte delle Pmi sono state o sono in procinto di essere vendute a fondi di private equity o a gruppi industriali stranieri ed anche alcune delle grandi aziende sono ormai in mani estere (Telecom Italia, Parmalat, Italcementi solo per citarne alcune).

Tutto ciò è avvenuto per ragioni comprensibili (passaggio generazionale, dimensione, ecc.) e non sto dicendo che sia necessariamente sempre un male, dico però che il tessuto industriale del Paese sarà profondamente diverso perché è sicuramente ben diverso che un’azienda sia di proprietà di un imprenditore italiano piuttosto che di un fondo di private equity o di un imprenditore/gruppo straniero. Diverso, ad esempio, in termini logiche occupazionali, di strategia industriale, di visione di lungo termine, di dimensione tipologia e localizzazione degli investimenti, di indotto, ecc.

«Il problema di mettere personaggi senza competenza specifica come la Guidi a capo del Mise evidenzia la chiara volontà politica di non occuparsi seriamente, con competenza e visione di lungo periodo, di politica industriale»

E ancora. Qualcuno al Governo si sta occupando di come affrontare da un punto di vista proprio di politica industriale la trasformazione da Paese sostanzialmente manifatturiero a Paese di servizi? Qualcuno al Governo sta seriamente ‘’investendo’’ da un punto di vista di politica industriale su cultura, alimentazione, turismo ecc.? Non ci pare. Il problema di mettere personaggi senza competenza specifica come la Guidi a capo del ministero dello Sviluppo, ancor prima che da un punto di vista etico a seguito delle ultime vicende giudiziarie, è un problema di inadeguatezza, che evidenzia la chiara volontà politica di non occuparsi seriamente, con competenza e visione di lungo periodo, di politica industriale.

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