Cuffie e incentivi
14 Aprile Apr 2016 1420 14 aprile 2016

Call center, milioni di aiuti pubblici in un settore senza regole

Il comparto macina 500 milioni tra incentivi e fondi europei in soli tre anni. Tra le ultime crisi aziendali, ci sono quelle di Gepin e Almaviva. E dal ministero dello Sviluppo economico promettono nuovi ammortizzatori in deroga

Call
(Getty Images/Brent Stirton)

Puntuali come un orologio svizzero, di tanto in tanto si presentano per i call center crisi aziendali e annunci di migliaia di licenziamenti. Gli ultimi nomi coinvolti sono Gepin, 450 esuberi dopo la perdita della commessa di Poste Italiane, e l’onnipresente Almaviva, 2.998 persone da mandare a casa tra Palermo, Napoli e Roma. Il ministero dello Sviluppo economico ha convocato i tavoli per discutere delle due crisi, e la viceministra Teresa Bellanova – in pole per prendere il posto di Federica Guidi – ha promesso che estenderà i contratti di solidarietà e metterà in campo nuovi ammortizzatori sociali fino a fine 2017.

Gli ennesimi aiuti di Stato a un settore che di regole non ne ha, tra appalti al massimo ribasso, delocalizzazioni selvagge, clausole sociali mancanti. E che soprattutto, negli anni, ha macinato milioni di soldi pubblici. Una “droga” per un settore in cui le aziende competono ormai solo sul costo del lavoro, senza investimenti in tecnologie e qualità.

Secondo i calcoli della Slc Cgil, in tre anni per mantenere in piedi cuffie e telefoni si spendono in media circa 500 milioni di euro di soldi pubblici. Il più alto è il costo della cassa integrazione in deroga (quindi a carico della collettività) da pagare in occasione delle crisi aziendali: 166 milioni dal 2012 al 2014. Poi si aggiunge la mobilità, 36 milioni; i mancati versamenti dei contributi Inps e Inail per gli sconti sulle nuove assunzioni, 188 milioni; e la valanga di soldi (90 milioni) del Fondo sociale europeo utilizzati per favorire l’occupazione delle regioni con un Pil procapite inferiore al 75% della media comunitaria. In questo bacino rientrano Basilicata, Calabria, Campania e Sicilia. Non a caso in questi anni, tra gli sconti sui contributi della legge 407 del 1990, quelli previsti nelle leggi di stabilità e i fondi europei, si è assistito a una sorta di migrazione al contrario: dal Nord e dal Centro, gli imprenditori dei call center hanno seguito gli aiuti di Stato e si sono spostati nel Mezzogiorno per abbattere il costo del lavoro. Solo in Calabria, su un totale di 80mila addetti al settore, se ne contano 15mila. Senza contare i contributi aggiuntivi che le stesse regioni hanno elargito per aprire le strutture, spesso e volentieri in occasioni delle tornate elettorali. La promessa di un posto in un call center, spesso, vale un voto.

Incentivi alle assunzioni e fondi europei sono una “droga” per un settore in cui le aziende competono ormai solo sul costo del lavoro, senza investimenti in tecnologie e qualità

Il settore dei call center è composto da una galassia di imprese fatta da pochi (una decina) grandi nomi, e migliaia di piccole aziende da sottoscala che nascono e muoiono in pochi anni lasciandosi alle spalle centinaia di lavoratori in cassa integrazione dopo aver ingurgitato milioni di incentivi pubblici. Le aziende che non usufruiscono più di sgravi contributivi e fondi Fse per l’occupazione non sono più concorrenziali. Per cui finiscono per vendere a un prezzo che non consente di fare margine, generando delle perdite e avviando percorsi di ristrutturazione aziendale con gli ammortizzatori sociali. Il caso emblematico è stato quello della Phonemedia-OmniaNetwork, che solo in Calabria ha incassato 11 milioni di euro tra sgravi e fondi europei per poi lasciare a casa 12mila lavoratori alla scadenza dei benefici. In questo modo, un call center lo paghiamo due volte: prima con gli sgravi contributivi in entrata, poi con gli ammortizzatori sociali in uscita.

Ma con gare al massimo ribasso e commesse anche sotto i 30 centesimi al minuto, gli incentivi pubblici diventano vitali per mantenere un’azienda e migliaia di lavoratori. Una volta finiti gli aiuti, se si vuole competere sui prezzi al ribasso, le strade sono due: licenziare o delocalizzare verso Paesi in cui il costo del lavoro è più basso. Solo a Tirana si sono superate le 40 sedi di call center italiani. E a premere per avere prezzi più bassi, a volte, è lo Stato stesso, con i centralini delle varie amministrazioni comunali e non solo.

Con il caso paradossale che le ultime aziende coinvolte nei tavoli del Mise, Gepin e Almaviva (già al centro di crisi aziendali nel 2011 e nel 2014), stanno licenziando perché due aziende pubbliche, Poste ed Enel, hanno affidato la commessa a un’altra azienda al massimo ribasso. Ben sotto il cosiddetto “prezzo di sicurezza”, che garantirebbe condizioni di lavoro accettabili e un margine di guadagno per l’azienda.

Il caso paradossale che le ultime aziende coinvolte nei tavoli del Mise, Gepin e Almaviva, stanno licenziando perché due aziende pubbliche, Poste ed Enel, hanno affidato la commessa a un’altra azienda al massimo ribasso

Dal 2003 Gepin gestiva l’assistenza clienti di Poste italiane con un impiego di 450 dipendenti ad hoc tra Napoli e Roma. Di fatto Poste aveva assorbito un ramo dell’azienda procedendo negli anni all’affidamento diretto, ma quest’anno ha deciso di indire una gara per l’assegnazione dell’attività. Alla fine la commessa è stata affidata a soli 29 centesimi di euro al minuto alla System House di Reggio Calabria, che ha sparigliato ogni concorrente proponendo il prezzo più basso. «Significa tredici euro l’ora», spiega Riccardo Saccone della Slc Cgil, «a fronte di un prezzo di sicurezza che dovrebbe aggirarsi intorno ai 27-28 euro l’ora per permettere una giusta retribuzione al lavoratore e anche un guadagno legittimo al datore di lavoro». E sempre la stessa azienda ha sottratto ad Almaviva la commessa di Enel. Almaviva aveva proposto un prezzo di 50 centesimi al minuto, nonostante il prezzo di sicurezza fosse di 64 centesimi. Ma alla fine hanno vinto i 36 centesimi al minuto.

Come già accadduto in passato, la società reggina, che gestisce il call center di Italo, può permettersi prezzi stracciati anche grazie agli incentivi alle assunzioni della legge di stabilità 2015: fino a 8mila euro di sconti contributivi per le nuove assunzioni a tempo indeterminato e le trasformazioni delle collaborazioni. Tant’è che a dicembre, ultimo mese utile per accedere agli incentivi pieni del 2015, l’azienda ha portato a casa centinaia di assunzioni.

Il risultato però è che Gepin, con la perdita della commessa di Poste, ha avviato la procedura per il licenziamento di 450 persone, salvo poi annunciare la sospensione dopo il tavolo al Mise. Anche se, precisa Saccone, «la sospensione annunciata da Gepin non ha alcuna valenza giuridica. Sembra più che altro un regalo fatto per spostare la tensione a valle dei prossimi appuntamenti elettorali». Almaviva, invece, che solo in Sicilia conta 6mila dipendenti con un’età contrattuale media di dieci anni, non è nuova alle crisi aziendali. E ora, tra il dumping delle altre aziende e la perdita della commessa di Enel, ha annunciato 3mila licenziamenti.

Le scelte che oggi si stanno concretizzando sono figlie degli errori delle politiche degli anni scorsi. Abbiamo chiesto al governo di compiere una scelta netta: se schierarsi con i lavoratori e i clienti dei servizi di call center o continuare a proteggere gli errori commessi dagli uffici acquisti delle grosse imprese pubbliche e private

L’unica soluzione, dicono i sindacati, è che Poste ed Enel rispettino la clausola sociale che permette la salvaguardia dei posti di lavoro nei cambi di appalto. La clausola sociale è stata approvata in via definitiva all’interno del ddl appalti, ma la messa in pratica dipende dall’accordo tra le parti. Ossia tra le imprese committenti, in questo caso Poste ed Enel, e l’impresa che ha vinto la commessa. System House, che ha la sua sede principale a Reggio Calabria e altre due sedi a Roma e Crotone, dovrebbe assorbire i lavoratori di Gepin e Almaviva aprendo nuove sedi a Napoli e Palermo oppure facendoli trasferire tutti sullo stretto. Entrambe le ipotesi sembrano irrealistiche.

«Le scelte che oggi si stanno concretizzando sono figlie degli errori delle politiche degli anni scorsi», dice Michele Azzola, segretario nazionale Slc Cgil. «Abbiamo chiesto al governo di compiere una scelta netta: se schierarsi con i lavoratori e i clienti dei servizi di call center o continuare a proteggere gli errori commessi dagli uffici acquisti delle grosse imprese pubbliche e private».

Dal Mise, Teresa Bellanova ha proposto alle imprese committenti la «premialità per chi si impegna a restare sul territorio». Ma di nuove regole e rispetto di quelle già esistenti in un settore ad oggi quasi anarchico, non c’è traccia. Intanto, il ministero ha convocato nuovi tavoli. E ha chiesto di revocare i licenziamenti con la promessa di elargire nuovi ammortizzatori sociali in deroga. Ancora un’agonia che costa milioni di euro pubblici.

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PUBBLICHIAMO LA RETTIFICA INVIATA A LINKIESTA DALL’AVVOCATO PAOLO MERENDA, LEGALE DELLA SYSTEM HOUSE

Scrivo la presente per conto ed a tutela dei diritti della System House srl (p.i. 00620080804) con sede in Roma via Ostiense 131 Sc. b1, in persona del legale rappresentante, che sottoscrive la presente per accettazione e ratifica ed espongo quanto segue.

Facendo seguito all’ articolo di cui in oggetto pubblicato nella giornata del 14 aprile 2016 su http://www.linkiesta.it/it/article/2016/04/14/call-center-milioni-di-aiuti-pubblici-in-un-settore-senza-regole/29968/ a firma di Lidia Baratta, che tratta anche della System House srl a seguito di aggiudicazione di lotti di attività di call center con committenti Poste Italiane ed Enel, segnalo che lo stesso articolo riporta dati non veritieri ed inesattezze palesi i cui effetti comportano un discredito all’azienda System House, con danni irreparabili, essendo stato oltretutto pubblicato in concomitanza di importanti incontri.
È interesse della System House essere rappresentata e descritta dalla stampa per quello che essa effettivamente è e non vedersi attribuita (direttamente o di riflesso) fatti, azioni, effetti o dati non corrispondenti al vero che alterano la figura ed immagine nel contesto sociale, con conseguente distorsione e discredito.

Con la presente , con riserva di intraprendere tutte le ulteriori azioni a tutela dell’ immagine nonchè a salvaguardia di ogni altro diritto posto a tutela della corretta identificazione sostanziale dei soggetti e fatti indicati con riferimento alle rispettive caratteristiche e qualità, richiedo e diffido a procedere ad immediata e tempestiva smentita e rettifica delle notizie da Voi riportate nel sopracitato articolo con la medesima visibilità mediatica e con rilievo equipollente alla notizia pubblicata, entro il 19/04/2016, relativamente ai seguenti punti:

- Le gare non sono state aggiudicate alla System House srl, bensì a distinti R.T.I. di cui fanno parte più società.
- Le gare non sono state aggiudicate agli importi indicati nell’articolo che risultano dati oggettivi non veritieri in quanto inferiori . In ogni caso non risulta vero neppure il parametro orario per come calcolato -13 euro l’ora. Il dato tra l’altro , oltre a non essere vero alla fonte, è anche smentito da un semplice calcolo.
- Le informazioni circa il - “massimo ribasso” - il “prezzo di sicurezza”, - alcune delle quali riportate come spiegate da Riccardo Saccone CGIL – non rispondono a verità in quanto disinformano il lettore circa il vero e reale metodo usato per la verifica e l’accoglimento dell’offerta nella fase di aggiudicazione previsto dalle regole dei bandi di gara. In particolare si ritiene doveroso precisare come la norma in materia dispone due tipologie di criteri di selezione dell’offerta:
1) il criterio del prezzo più basso; 2) l’offerta economicamente più vantaggiosa;
con riferimento alle gare – cui l’articolo di riferisce - è stato usato il secondo dei due criteri citati e non quello del prezzo più basso, dunque, il criterio di aggiudicazione prevede di stilare la graduatoria in base al punteggio ottenuto anche in ambito tecnico-operativo oltre che economico, con un peso rilevante per la componente tecnica. I termini utilizzati - “massimo ribasso” e “prezzo di sicurezza” devono dunque essere senza dubbio rettificati con “offerta economicamente più vantaggiosa”.

Nell’esercizio del diritto di smentita e rettifica, inoltre, si evidenzia e si chiede di replicare ovvero smentire con riferimento anche all’utilizzo di toni, vocaboli , aggettivi, contenuti nell’articolo citato , come “la società reggina può permettersi prezzi stracciati – la stessa azienda ha sottratto ad Almaviva la commessa Enel – .. il risultato è che Gepin ha avviato la procedura per il licenziamento di 450 persone” che lasciano intendere al lettore, disinformandolo, un comportamento irregolare dell’azienda .
In merito ai suddetti punti si chiede che gli stessi vengano rettificati e smentiti perché assolutamente non corrispondenti a verità e precisamente:
- Riguardo: - “la società reggina può permettersi prezzi stracciati” - si osserva che la società ha usufruito, come quasi tutte le aziende italiane, della possibilità concessa dalla Legge di Stabilità circa l’esonero contributivo alle condizioni possibili e previste dalla normativa in materia, dunque è errato parlare sia di “sconti”, sia di “prezzi stracciati” .
- Riguardo: - “la stessa azienda ha sottratto ad Almaviva la commessa Enel” – si osserva che né l’azienda né il R.t.i. ha potuto sottrarre la commessa Enel ad Almaviva, in quanto la commessa che gestiva Almaviva non è stata sottratta da System House. La verità è che diverse aziende e/o Raggruppamenti hanno invece regolarmente partecipato a gare altrettanto regolarmente indette da Poste e Enel ; partecipando alla gara ogni soggetto partecipante è a conoscenza , sin dalla fase di presentazione dell’offerta, che può ottenere l’aggiudicazione o meno. Enel o Poste seguendo le precise disposizioni normative e di bando assegnano i lotti di attività ai soggetti aggiudicatari. Se un’azienda non accettasse l’ipotesi di una non aggiudicazione, oppure non tenesse in considerazione la possibilità di non assegnazione, incorrerebbe in un’ aspettativa non conferme alle regole di gara. In sostanza l’articolo nel sostenere che la System House abbia sottratto ad Almaviva la commessa Enel disinforma il lettore ponendo nella titolarità di Almaviva una commessa che invece era regolarmente oggetto della gara e quindi di incerta aggiudicazione.
- Riguardo: - “il risultato è che Gepin ha avviato la procedura per il licenziamento di 450 persone” – si osserva e dispiace che i contenuti dell’articolo di fatto finiscano per fornire alibi per licenziamenti collettivi, che i competitors della System House hanno intrapreso, addossando inesistenti responsabilità ad un’azienda che si distingue da oltre 30 anni per la qualità del lavoro e dei servizi erogati, con la massima regolarità fiscale e contributiva e con il pieno rispetto delle regole che disciplinano il rapporto di lavoro. Non corrispondono al vero né i dati relativi al numero delle persone assunte/licenziate, nè le informazioni che collegano detto numero ai lotti ed alle rispettive e distinte gare . Il “risultato” che il giornalista collega alla System House non corrisponde al vero sia per dati oggettivi: - il numero degli asseriti licenziamenti non coincide con il numero della gara , sia per dati soggettivi: - non è stato il comportamento della System House ha determinare detto risultato.

Si precisa, inoltre, che System House è un’azienda sana e certificata sotto ogni aspetto, contrariamente alle gratuite espressioni sparse nell’articolo del Vostro giornale on line.

L’autore dell’articolo nell’utilizzare suddette espressioni e nell’intitolarlo: “Call Center , milioni di aiuti pubblici in un settore senza regole … Gepin e Almaviva, stanno licenziando perché due aziende pubbliche hanno affidato la commessa a un’altra azienda al massimo ribasso…” getta discredito ed eroga una informazione fuorviante e non corrispondente al vero.

Il giornalista infine è certamente disinformato sulla qualità ed affidabilità in campo nazionale della System House srl : finalista della V edizione 2012 del Premio Imprese per Innovazione, assegnataria il 17/ 09/2014 del Premio “Imprese per Innovazione Andrea Pininfarina” di Confindustria, società tra le prime 9 imprese italiane che hanno investito con successo in ricerca e innovazione, “per i rilevanti risultati economici conseguiti tramite gli importanti investimenti in Ricerca e Sviluppo, che, uniti a una struttura flessibile e dinamica, consentono all’impresa di proporre e produrre soluzioni tecnologicamente innovative e modellabili sulle esigenze specifiche dei propri clienti”ed a cui è stato riconosciuto il “Premio dei Premi” edizione 2014.

Per i suddetti motivi si chiede, dunque, che le su riportate espressioni vengano smentite o rettificate nei tempi e termini sopra indicati e per come sopra esposto .

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