15 Aprile Apr 2016 0820 15 aprile 2016

Gas, trivelle e mare pulito: guida al referendum in 4 minuti

Domenica 17 Aprile gli italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi in merito al referendum sulle trivelle. Ecco tutto quello che c'è da sapere, e le posizioni di chi è per il "sì" e di chi è per il "no"

Trivelle Longo

Il 17 Aprile gli italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi in merito al referendum sulle trivelle, promosso da nove regioni italiane: il voto riguarda gli impianti di ricerca ed estrazione di gas e petrolio situati entro le 12 miglia marine dalla costa; le trivellazioni sulla terraferma o in alto mare non sono dunque oggetto del quesito referendario. Inoltre, il referendum si riferisce solo alle concessioni in essere entro le 12 miglia, 44 su un totale di 69 concessioni per il sottofondo marino, fermo restando il divieto di nuove concessioni in questa fascia di mare, stabilito nel 2006: in ogni caso la legge consente attualmente di costruire nuove piattaforme anche entro le 12 miglia, a partire dalle concessioni già accordate. Se dovesse prevalere il SI, i 92 impianti interessati dal referendum - su un totale di 135 piattaforme marine nel paese - continuerebbero l’attività estrattiva e di ricerca fino al termine previsto dalle concessioni in essere, dopo il quale sarebbero costrette a chiudere: le prime interruzioni avverrebbero tra il 2017 e il 2018, l’ultima nel 2034. Viceversa, se vincesse il NO - o il referendum non raggiungesse il quorum del 50% degli aventi diritto - rimarrebbe in vigore la norma della Legge di Stabilità 2016 che estende le concessioni esistenti fino all’esaurimento dei giacimenti e consente dunque alle compagnie interessate - principalmente Eni e in misura minore Edison - di estrarre gas e petrolio senza limiti temporali prefissati, consentendo lo sfruttamento completo delle riserve presenti nel sottosuolo.

La campagna referendaria è stata caratterizzata da un aspro dibattito tra le associazioni e i partiti che si sono schierati a favore del SI - guidate dal Coordinamento Nazionale NoTriv - e l’opposizione al referendum, promossa attraverso il comitato “Ottimisti e Razionali” e sostenuta a più riprese dal Presidente del Consiglio e dal Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare Luca Galletti. Se i primi hanno talvolta sfruttato il referendum per indebolire politicamente il Governo Renzi, i secondi hanno costantemente sostenuto l’inutilità del referendum, scoraggiando apertamente la partecipazione referendaria e il raggiungimento del quorum; da entrambi i lati, si è fatto peraltro ricorso alla diffusione di notizie infondate e toni allarmistici, del tutto fuori luogo. Sarebbe invece utile cercare di respingere questa deriva, riportando l’attenzione sul merito del quesito referendario e sui possibili scenari che si aprirebbero in caso di vittoria del SI o del NO.

I sostenitori del NO evidenziano soprattutto le perdite occupazionali che la chiusura anticipata degli impianti provocherebbe: in assenza di dati precisi, Assomineraria ha elaborato una stima di 10.000 posti di lavoro, che diventano 30.000 se si considera l’indotto industriale nel suo complesso. Il segretario nazionale dei chimici della CGIL Emilio Miceli ha inoltre evidenziato che la vittoria del SI provocherebbe una riduzione degli investimenti nel paese nei prossimi anni e l’indebolimento di un settore industriale in cui l’Italia primeggia a livello internazionale. I comitati per il SI sottolineano invece che le ricadute occupazionali del referendum sarebbero spalmate nei prossimi anni (2017-2034) e che lo Stato avrebbe tutto il tempo di recuperare i posti di lavoro, attraverso un piano di investimenti rivolto verso il settore delle rinnovabili, che ha un potenziale occupazionale superiore rispetto all’industria degli idrocarburi. Inoltre, i promotori del referendum si domandano perché negli ultimi anni la stessa attenzione in termini occupazionali non sia stata riservata alle rinnovabili: il decreto “spalma incentivi” del 2014 ha infatti comportato una serie di tagli retroattivi che contribuisce a spiegare la caduta degli investimenti nel settore e la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro (4 mila nel solo settore eolico nel 2015); si tratta per lo più di piccole e medie imprese che non hanno la stessa influenza politica delle grandi multinazionali petrolifere.

In ambito economico, la battaglia di dati è stata davvero notevole. I sostenitori del NO sottolineano che la vittoria del SI comporterebbe una diminuzione significativa delle entrate fiscali: per farsi un’idea, nel 2015 si è registrato un gettito da royalties di 352 milioni di euro e un gettito da imposte di 580 milioni di euro circa. I comitati del SI protestano invece per il livello contenuto delle royalties - 10% per il gas in mare e sulla terraferma, 10 % per il petrolio sulla terraferma, 7% per il petrolio in mare - ed evidenziano che gli impianti interessati dal referendum contribuiscono solo in parte alla produzione nazionale - 9% del petrolio e 27% del gas - e dunque alla formazione del gettito sopra menzionato; per di più, le royalties devono essere corrisposte solo oltre una certa soglia di produzione e il 73% degli impianti oggetto del referendum si tiene al di sotto di tale soglia. Per comparare correttamente la pressione fiscale italiana sulle attività estrattive con altre realtà europee, si dovrebbe tuttavia considerare anche l’Imposta sul Reddito delle Società (IRES) e l’Imposta Regionale sulle Attività Produttive (IRAP): la tassazione complessiva delle attività petrolifere in Italia si dovrebbe in tal modo aggirare intorno al 53,4% dell’utile al netto delle tasse (Nomisma Energia, Corte Costituzionale sulla Robin Tax). Al di là delle questioni complesse legate al regime di tassazione, ciò di cui si sarebbe dovuto parlare maggiormente durante la campagna referendaria, è l’utilizzo dei proventi derivanti dall’attività estrattiva: negli anni della crisi gran parte delle royalties sono state destinate dagli enti locali - che ne sono i principali beneficiari - alle spese correnti, sprecando l’opportunità di implementare politiche di sviluppo ad ampio respiro sui territori maggiormente interessati.

Sulla questione energetica, i sostenitori del NO affermano che le risorse fossili presenti nei giacimenti potrebbero contribuire a ridurre la dipendenza energetica del paese, diminuendo la necessità di importare gas e petrolio, con effetti benefici sulla bilancia dei pagamenti; essi rimarcano peraltro che la maggior parte degli impianti estraggono gas metano, una risorsa fossile più pulita rispetto al petrolio e spesso considerata la più adatta a fungere da ponte nella fase della transizione energetica. Viceversa i NoTriv sottolineano che le risorse presenti nei giacimenti sono quantitativamente poco significative: tali impianti contribuiscono approssimativamente all’1% dei consumi nazionali di petrolio e al 3% di quelli di gas. Nell’improbabile ipotesi che le risorse certe e quelle probabili presenti nei giacimenti fossero interamente sfruttate, l’Italia coprirebbe la domanda di gas e di petrolio rispettivamente per due e tre anni, agli attuali livelli di consumo; tali risorse potrebbero perciò essere sostituite rapidamente con le rinnovabili. Per di più, in ambito scientifico diverse ricerche sostengono che il metano sia tra le principali fonti energetiche climalteranti.

Come sostengono i comitati del NO, nella fase di transizione energetica l’Italia non dovrebbe assolutamente rinunciare a gas e petrolio da un giorno all’altro; tuttavia si deve ancora una volta sottolineare che una vittoria del SI non darebbe luogo a una chiusura immediata degli impianti e coinvolgerebbe in ogni caso solo una parte minoritaria della produzione nazionale. Ciò che manca sicuramente è una politica energetica lungimirante, che decida di puntare sulle rinnovabili e sull’efficienza per i prossimi anni: deve però essere chiaro che il risultato del referendum non avrà alcun effetto sulla domanda e dunque sul consumo di idrocarburi nel prossimo futuro e che gli investimenti su altre fonti comportano necessariamente lo sviluppo di altri impianti (pannelli fotovoltaici, pale eoliche, trivelle geotermiche), ciascuno caratterizzato da uno specifico impatto ambientale e paesaggistico.

Sulla questione ambientale, i comitati del NO rimarcano che le piattaforme esistenti sono strutture tecnologiche all’avanguardia, sottoposte a una vigilanza attenta e costante nel tempo, sicuramente più efficace di quella presente nei paesi in via di sviluppo, verso i quali si sposterebbe la produzione in caso di vittoria del SI; rinunciare a tali piattaforme significherebbe solo aumentare le importazioni e il traffico di petroliere sui nostri mari, con le annesse conseguenze in termini d’inquinamento. Viceversa, le associazioni ambientaliste sottolineano che dei 92 impianti interessati dal referendum, 31 risultano “non eroganti” e 8 “non operativi”: secondo Greenpeace tali impianti andrebbero dunque chiusi e smantellati al più presto, prima di subire cedimenti strutturali potenzialmente nocivi per l’ambiente. In ogni caso, non si può escludere che - con la vittoria del SI - le compagnie energetiche decidano di costruire nuovi pozzi oltre le dodici miglia per finire di sfruttare gli stessi giacimenti, provocando un aumento piuttosto che una riduzione del numero di pozzi nei nostri mari. Per quanto riguarda l’aumento delle importazioni che potrebbe scaturire dalla vittoria del SI, i NoTriv ricordano che questo dovrebbe corrispondere all’equivalente del carico di tre petroliere di medie dimensioni l’anno, visto e considerato che il gas sarebbe trasportato tramite metanodotti. In generale, i comitati per il SI evidenziano inoltre: i danni alla fauna marina provocati dalla tecnica di ricerca detta “airgun; il fenomeno naturale della subsidenza, aggravato dall’attività estrattiva; l’aumento di elementi inquinanti registrato in prossimità delle piattaforme; il legame tra l’utilizzo di risorse fossili come gas e petrolio e l’emissione di CO2 nell’atmosfera, al centro dell’Accordo sul Clima di Parigi appena sottoscritto dal Governo.

Infine, i sostenitori del NO affermano che non abbia senso interrompere l’attività estrattiva di impianti già esistenti, lasciando nel sottosuolo risorse preziose come gas e petrolio. A prescindere dalle infrastrutture di estrazione già presenti ed attive, i comitati per il SI affermano invece che non sia giustificabile la concessione di una risorsa pubblica alle compagnie petrolifere a tempo indeterminato; questo sarebbe peraltro vietato dalla direttiva UE 22/1994 e comporterebbe dunque un procedimento d’infrazione da parte dell’Unione Europea per violazione delle norme di libera concorrenza.

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