15 Aprile Apr 2016 1727 15 aprile 2016

«L’Italia può diventare il prossimo paradiso per le start up, ma la politica deve muoversi»

Parla Luigi Capello di LVenture Group, uno dei (pochi) fondi di venture capital presenti in Italia: «La burocrazia uccide le startup nella culla, va cambiata la cultura imprenditoriale di questo Paese»

Getty Images 518352294
FREDERIC J. BROWN/AFP/Getty Images

Nel 2015, nei soli Stati Uniti d’America, gli investimenti di venture capital hanno lambito i 60 miliardi di euro. Il 35% in più rispetto al 2014. Solo una volta, negli ultimi vent’anni, si è fatto meglio. Anche in Europa si vola: 13,4 miliardi di investimenti, la cifra più alta di sempre, il 78,4% diretti verso start up che producono nuove tecnologie.

Fin qui, tutto normale. Quel che sorprende è la performance dell’Italia. Mercato ancora piccolo, per i grandi capitalisti di ventura globali, ma in rapida e forte crescita. Certo, i 133 milioni di investimenti dello scorso anno sono poca roba rispetto alle cifre americane, ma si tratta comunque di un mercato che cresce come nessun altro in Europa: +11% rispetto al 2014 e un numero di accordi chiusi che nel 2013-2014 è cresciuto del 208% rispetto al biennio precedente. Oggi, in Italia ci sono 5413 startup innovative, il 10% circa in più rispetto a dodici mesi fa.

«Il mercato si sta muovendo e la relativa scarsità dei capitali ha fatto selezione naturale e oggi abbiamo startupper bravi e competenti, ma la normativa italiana è troppo complicata. Troppa burocrazia uccide le startup. Ma la strada per cambiare la cultura imprenditoriale di questo Paese è lunga». A parlare è Luigi Capello, Ceo di LVenture Group e fondatore di Luiss Enlabs, il più grande acceleratore d’impresa italiano, situato al piano superiore della Stazione Termini di Roma: «Siamoinnovativi: un po’ venture capital, un po’acceleratore d’impresa - spiega a Linkiesta -. Di solito investiamo in una startup attorno ai 300mila euro, insieme ad altri superiamo il milione. Dopo di noi normalmente arrivano i Fondi di VC che investono 2-4 milioni. Noi diventiamo follower e ovviamente ci auguriamo di guadagnare dalla exit».

Partiamo dall’inizio, però. Se un giovane avesse un’idea e volesse creare una startup in Italia, dove li trova i soldi?
Tra parenti e amici, prima di tutto.

E se non avesse parenti e amici coi soldi sotto il materasso?
Ci sono i business angels, e in Italia, a dire il vero, non sono molti.

Quanti, per la precisione?
Sono circa trecento in tutta Italia quelli che sono associati. Non si muovono ognuno per conto proprio, altrimenti ci sarebbe il rischio che ognuno metta i suoi soldi sullo startupper che gli è più simpatico, o quello che abita vicino a casa. Si aggregano in club che fanno analisi strutturate e che decidono assieme quali idee finanziare.

Quanti ce ne sono di questi club, in Italia?
Pochi. Uno è il nostro, che si chiama Angel Partner Group, poi Italian Angels for Growth ,c’è il Club Investitori e Iban. E sopra a questi quattro gruppi, aggiungo, c’è una nuvoletta che si chiama equity crowdfunding,

Che è…
La possibilità per le società non quotate di raccogliere risorse finanziarie dal pubblico a fronte di quote azionarie. In altre parole, invece del prodotto o di un gadget, come avviene su Kickstarter, se finanzi l’azienda diventi, quota parte, suo proprietario.

Siamo stati i primi in Europa ad avere una legge sull’equity crowdfunding…
Siamo stati i primi, ma ci siamo dati una normativa inapplicabile. La Gran Bretagna è arrivata dopo, con una legge bella, e lì l’equity crowdfunding sta esplodendo. A volte arrivare primi serve a poco.

Come mai la nostra legge non è bella?
Perché c’è troppa burocrazia. Da noi dove c’era il business è arrivata la regolamentazione “fuori mercato” che lo ha ammazzato in culla.

Perché parla al passato?
Perché adesso stanno uscendo nuove disposizioni. Perlomeno se ne sono accorti, che non andava bene.

Bisogna imparare a gestire il rischio. E poi, qui parlo più in generale, bisogna avere cultura delle regole internazionali. Le regole locali, che valgono solo per l’Italia, imbrigliano le start up, non la rendono vendibili nel mondo

Luigi Capello

Facciamo un passo indietro: chi sono i business angel in Italia? Quanti anni hanno, che mestiere fanno…
È gente che ha fatto l’imprenditore, o il manager, o il consulente, e che in diversi casi lo fa ancora. Ci sono molti ex consulenti di Accenture, ad esempio.

E perché lo fanno?
Perché è una cosa divertente, alla fine. Investire una piccola parte del proprio patrimonio in qualche fondo del sudest asiatico ti fa guadagnare due soldi in più magari, ma non c’è l’ebrezza dell’investimento. Qui invece ci metti i soldi e le competenze. Lo chiamano smart money, non a caso. Qui puoi partecipare come promotore, come supporto, come advisor nella crescita della startup. È molto più gratificante.

Tremila business angel sono ancora pochi, però. Perché tutti gli altri non lo fanno?
Perché quella del familismo imprenditoriale è una cultura ancora molto radicata in Italia. Gli imprenditori preferiscono lasciare l’impresa al figlio, invece di passare la mano, magari vendendola, e investire in idee imprenditoriali nuove e con grandi potenzialità di successo. Fortunatamente le nuove generazioni si stanno svegliando.

Nella Silicon Valley i primi investitori per le nuove startup sono i giovani fondatori che investono in nuove startup i ricavi delle loro exit…
Anche qui comincia a succedere, qualche volta. Diversi ragazzi stanno cominciando a fare i piccoli investitori in proprio. Però ci vuole cultura e addestramento, per fare business angel.

Bisogna aver fatto gli imprenditori?
Ci vuole cultura del venture capital, soprattutto. Bisogna imparare a gestire il rischio. E poi, qui parlo più in generale, bisogna avere cultura delle regole internazionali. Le regole locali, che valgono solo per l’Italia, imbrigliano le start up, non la rendono vendibili nel mondo.

Mancano anche le exit, o no?
Anche l’assenza di exit è un problema, è vero. I due fratelli che si inventarono Groupon, fecero una grande exit e reinvestirono quel che avevano guadagnato in altre startup. Ci sono altri ragazzi che incassano somme importanti e poi ricominciano da startupper o da investitore. Fabrizio Capobianco, ad esempio, che ha portato al successo una startup in Silicon Valley ed è ripartito con altre startup. Non ci si ferma mai.

Strano per un Paese che ha imprese che rimangono di proprietà di una singola famiglia per intere generazioni…
Quello è un pezzo importante dell’economia italiana, ma non è il nostro. Da noi, nel nostro acceleratore, l’exit è l’obiettivo, non un accidente. La chiave per il successo è la scalabilità, non rimanere piccoli e belli a vita.

E per crescere che cosa bisogna fare?
Per crescere bisogna portare più attori nel mercato del finanziamento delle startup e aumentare le dimensioni degli attori esistenti.

E cosa manca affinché ciò avvenga?
Bisognerebbe trovare una soluzione per la creazione delle società di investimenti. Devo dire che il ministero dello sviluppo economico sta facendo un ottimo lavoro sul fronte delle startup, ma c’è bisogno che il sistema economico cambi passo e recepisca le nostre richieste, perché oggi troppo spesso si va ancora nella direzione opposta a quella giusta.

Ad esempio?
Ad esempio, la nuova normativa che regolamenta i fondi d’investimento si chiama AIFMD ed è molto, troppo, complessa. Per chi vuole avviare un piccolo fondo di investimento è soggetto ad una enorme regolamentazione che uccide. Se devi pagare un sacco di gente prima di fare il business, alla fine non parte nessuno. Dobbiamo trovare strumenti di semplificazione. Soglie sotto le quali sei libero di intraprendere.

Servono anche incentivi fiscali?
Già ci sono, ma sono più bassi che altrove. In Italia abbiamo un incentivo fiscale del 19% come credito d’imposta. Ne beneficia chi investe in start up, in fondi che investono in start up o in società quotate come la nostra (LVenture Group SpA), ovviamente solo in aumento di capitale.

Non sembra male…
Però in Inghilterra è più alto. Mi spieghi come facciamo a competere con un mercato come quello inglese che già è pieno di startup, di acceleratori, di capitali, se non abbiamo incentivi almeno uguali ai loro? In teoria, se volessimo portare qui le startup, dovremmo addirittura avere incentivi più alti dei loro.

Fine della lista della spesa?
No, c’è ancora un altro punto fondamentale. Bisogna spingere i fondi pensione e le casse di previdenza a investire nel venture capital. Non so come sia fattibile, ma negli Stati Uniti investono in private equity e venture capital. Con queste tre norme, la situazione può davvero svoltare per far crescere le imprese. Dobbiamo darci dentro.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook