Dossier
Animal house
16 Aprile Apr 2016 0815 16 aprile 2016

Buoni o belli, brutti o cattivi, così proiettiamo le nostre categorie sugli animali

Ecco le categorie etiche ed estetiche che non hanno senso in etologia ma che influenzano l’accettazione o meno dei progetti di difesa delle specie. E anche verso gli animali domestici l’affetto unito a ignoranza fa grandi danni

Tigre Piccola
(NOAH SEELAM/AFP/Getty Images)

Li vogliamo in un certo modo, li definiamo belli o brutti, li consideriamo buoni o cattivil. Ma tutto questo, quando si parla di animali, non ha senso. Vale per gli animali domestici, che per amore misto a ignoranza finiamo per danneggiare, ma vale anche per quelli selvatici. Un predatore come un orso o un leone quando cacciano fanno l’unica cosa che è loro possibile per garantire la sopravvivenza a se stessi e alle loro progenie. Banalità, che con un minimo di cultura scientifica si dovrebbero dare per scontate. Eppure queste percezioni tutte umane pesano ancora molto, quando si tratta di garantire la sopravvivenza delle specie: gli animali belli smuovono le coscienze e fanno aprire i portafogli. Quelli brutti o considerati cattivi si lasciano sparire senza rimpianti, anche se la loro presenza è necessaria per garantire gli equilibri di un ecosistema.

È la quotidianità di chi fa ricerca. «La distorsione nel rapporto uomo-animale nasce nel momento in cui non si riconosce più il ruolo funzionale dell’animale, ossia il ruolo che svolge all’interno della natura e degli ecosistemi in relazione con tutto il contesto naturale», spiega Adriano Martinoli, professore associato del Dipartimento di Scienze teoriche e applicate all’Università dell’Insubria e presidente dell’Associazione Teriologica Italiana. Quando questo accade, per una semplice mancanza di conoscenza, agli animali vegono attribuiti «un ruolo funzionale, strutturale, addirittura psicologico, sostitutivo di affetti, perché a questo punto l’animale diventa antropomorfizzato». La conseguenza? Vengono inventate delle etichette, non sempre negative: l’uomo ha divinizzato costantemente gli animali, a partire dall’orso. Ma raramente li ha capiti e continua a sforzarsi poco soprattutto in Paesi come quelli mediterranei. Se in una libreria italiana non si va molto oltre i libri su cani, gatti e cavalli, nel Regno Unito - non a caso la patria di David Attenborough - è normale trovare volumi su come riconoscere le farfalle e le cavallette di casa.

Un lupo dello zoo di Eberswaldem, nell’est della Germania (PATRICK PLEUL/AFP/Getty Images)

Li vogliamo in un certo modo, li definiamo belli o brutti, li consideriamo buoni o cattivil. Ma tutto questo, quando si parla di animali, non ha senso

Specie bandiera: i belli che salvano i brutti

All’ignoranza, quindi, bisogna rispondere con l’astuzia. E, in particolare, con le “specie bandiera”, quelle che non si può non amare: sono volpi, gufi, upupe, fino all’icona per eccellenza, il panda del Wwf. «Alcune specie hanno una doppia funzione - racconta Martinoli - . Verso l’opinione pubblica sono molto attrattive e permettono di comunicare bene l’importanza di operazioni di conservazione verso queste specie. Ma nel contempo, e questa è la cosa che non si sa e non si dice, permettono che la strategia della loro conservazione serva a cascata per altre specie o per tipologie di habitat che altrimenti non sarebbero di interesse delle persone».

Lo hanno capito bene le associazioni ambientaliste, molto meno il mondo scientifico in generale e in particolare quello che si occupa di conservazione. Eppure, se non si comunica, le operazioni, pur scientificamente perfette, rischiano di diventare fallimentari. Prendiamo l’orso in Trentino. Prima che fosse reintrodotto sulle montagne, l’80% della popolazione, certificò un sondaggio della Doxa, era favorevole alla sua reintroduzione, anche solo per motivi turistici. Quando però fu reintrodotto, l’orso cominciò a fare l’orso: si spostava e durante gli spostamenti attraversava i paesi. «La gente ha cominciato a disaffezionarsi alla questione - commenta Martinoli - . In casi del genere, se non si interviene prontamente con un’adeguata comunicazione su quello che può succedere, si ha un calo nettessimo, come in parte è avvenuto, della propensione della popolazione verso una specie. Basta invece dire che se un orso arriva nel tuo paese non lo fa perché ti vuole rompere le scatole ma perché non riesce a trovare altre vie per spostarsi da un’area boscata e l’altra; oppure che se incontri un orso è bene che non inizi a corrergli incontro con l’idea di spaventarlo, perché se si spaventa ti attacca».

Un orso nel Carpathian National Nature Park, vicino al paese di Sinevyr, Ucraina (OLEXANDER ZOBIN/AFP/Getty Images)

Si chiamano “specie bandiera”: sono gli animali che tutti vorrebbero proteggere e che permettono, attraverso la loro conservazione, di salvaguardare a cascata anche specie che non interessano a nessuno

Amico pipistrello

Se questo accade per gli orsi, figuriamoci per i pipistrelli. Per il docente dell’Insubria è vita vissuta. «Negli anni Novanta l’Unione europea esortò gli Stati membri a tutelare le 34 specie di pipistrelli, che in molti casi sono prossime all’estinzione o si sono estinte localmente». Solo che tutelare i pipistrelli sembrava alla popolazione un’assurdità, «in tutti gli incontri di divulgazione prima o poi una persona alzava la mano e chiedeva se davvero si attaccavano ai capelli, il che è solo una diceria». Altri sostenevano che la tutela fosse solo uno spreco di soldi. Questa è però una storia in buona parte a lieto fine, proprio grazie alla comunicazione. La Walt Disney accettò di creare una mascotte, il pipistrello Kiro, mentre alcuni supermercati, a partire dalle Coop, si misero a vendere le “Bat Box” per accoglierli nelle case. «Dopo quelle operazioni di immagini abbiamo percepito un cambiamento. Ora le persone alzano la mano per dire che servono alla lotta alle zanzare e agli altri insetti nocivi per i campi», dice Martinoli.

(Ian Waldie/Getty Images)

Salvaguardare i pipistrelli negli anni Novanta era considerata una follia. Poi sono arrivate le “bat box” e la mascotte Kiro della Disney ed è cambiato tutto

Lupo, nemico immaginario

Anche nel caso del lupo, l’animale cattivo per eccellenza delle fiabe, è stata la cultura e non operazioni di ripopolamento a favorire il suo ritorno in Italia. «Nel 1973 la popolazione di lupi in Italia non superava i cento esemplari. Fu determinante una operazione del Wwf, chiamata “campagna San Francesco», commenta Martinoli. Servì a spiegare, per esempio, che i lupi che oggi sono presenti si tengono ben distanti dall’uomo e che gli stessi studiosi li vedono rarissimamente. Non è stato sempre così. Nel 1400 e 1500 si verificarono effettivamente attacchi di lupi agli uomini, soprattutto pastorelli di 7-8 anni. Seguirono campagne di caccia, con taglie e pure con un corpo militare francese specializzato nella caccia al lupo. La selezione portò alla sopravvivenza dei lupi più schivi. che oggi, pur attaccando gli armenti, si tengono alla larga dall’uomo.

Tenere in braccio cani piccoli per non farli stancare, mettere cappottini a cani che non ne hanno bisogno, fino a pretendere di rendere un gatto vegetariano. Le follie di chi ama gli animali senza capirli

Cani vestiti e gatti vegani

Pensare che tutto questo non abbia a che fare con i cani e gatti che abbiamo in casa, però, è illusorio, e in alcuni casi può fare più danni di quanto non immaginiamo. «L’animale domestico è il surrogato del selvatico che ti puoi gestire. Diventa un problema quando lo vedi come un surrogato di un tuo conspecifico» commenta il docente dell’Università dell’Insubria. In altri termini, ci sono molte persone che trattano il proprio cane come se fosse un compagno o un figlio. «È una distorsione enorme perché se tratti un cane o un gatto come un piccolo uomo, e non riconosci più le sue esigenze di animale, rischi di fare cavolate enormi». Qualche esempio? Tenere cani di piccola taglia in braccio per non farli stancare, cosa che potrebbe comportare problemi di tipo muscolare. Oppure coprire con cappottini invernali cani che non ne avrebbero bisogno, in questo modo alterando il loro processo naturale di termoregolazione. O, ancora, usare collari luminosi che infastidiscono i cani, dare loro troppo da mangiare o inventarsi delle diete senza senso. «Un caso che mi è capitato di trattare personalmente - aggiunge il docente - è quello di una persona vegana che riteneva di poter sostiture anche per il suo gatto le proteine animali con proteine vegetali. Ma questo significa creare a un felino un danno, anche semplicemente di insufficienza energetica».

Sul banco degli imputati ci finiscono anche le gattare. Ma non tutte: solo quelle che dando da mangiare ai gatti in luoghi pubblici hanno favorito l’arrivo anche in città come Roma delle volpi. Animali che, in Europa, sono ancora il vettore della rabbia (seppure questa sia presente in modo endemico solo nell’Est Europa). A proposito: l’animaletto di Red & Toby è un cacciatore ed essere consapevoli che a essa non si può proprio dare da mangiare come lo si darebbe un cane è un passo fondamentale per non capire ex post il valore della conoscenza degli animali.

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