16 Aprile Apr 2016 1234 16 aprile 2016

Nik Spatari, il genio irregolare a cui Cocteau rubava i quadri

Gli 87 anni di un irregolare dell'arte. Amico di Cocteau, Satre, Picasso a Parigi, dagli anni 60 si è ritirato in Calabria, dove gestisce una fantasmagorica casa museo

Schermata 2016 04 16 Alle 12

Nick Spatari sembra abbia trovato la formula perfetta. Avete presente le varie azioni, reazioni e rivoluzioni che hanno attraversato l'arte degli ultimi cinquant'anni: pop art, concettuale, arte povera, neo figurativo ecc ecc? Bene, Spatari se ne è fregato. Di quasi tutto. Un artista conosciuto e quotato dappertutto, ma parecchio insolito Spatari.
Pittore, scultore, architetto nato a Mammola (Reggio Calabria) nel 1929. La sua produzione ha attraversato cinque o sei rivoluzioni stilistiche, di propria invenzione.
Da ragazzo praticava un realismo di colori esagerati e bizzarre fatture marine, poi ha inventato il Prismatismo, ed è arrivato a un'astrazione che ha qualcosa di orientale. C'è chi dice che Keith Haring si sia ispirato a certe sue figurette stilizzate. Avventura in solitaria, o quasi.

Lo stesso vale per la sua vita. Già debole d'udito, durante la guerra gli scoppiò una granata vicino. Il ragazzo sordo partì da solo per Parigi. Conobbe Picasso, Max Ernst, Sartre, fu in contatto con Le Corbusier. Poi se ne andò a Milano, e lì aprì una galleria con la moglie Iske Maas a due passi da Via Solferino. E infine tornò in Calabria, caso più unico che raro. Da trent'anni con l'inseparabile Iske gestisce una casa museo con parco, il Museo Santa Barbara, con le difficoltà burocratiche che possiamo immaginare. Parcheggi la macchina e trovi un enorme lucertolone ricoperto di mosaico colorato che ti fissa. Passeggiando fino in cima alla collina trovi Il sogno di Giacobbe, un soffitto istoriato in cui la mitologia biblica è raccontata da corpi molto umani (alla Lucian Freud) e colori molto aggressivi.

Gli scriviamo le domande su un foglietto, risponde con il tono alto dei non udenti e con un inspiegabile accento locale. Non la smetterebbe mai di parlare e di raccontare, la sua officina è piena di lavori in corso. Spatari ha una statura da gigante e la sua faccia ricorda la statua A dei Bronzi di Riace, su cui ha una teoria abbastanza rivoluzionaria. Ci arriveremo.

Intanto ripartiamo da lì, da Parigi. Anno 1958 o 59. «Il primo che incontrai fu Cocteau, andava in giro con un lunghissimo mantello grigio. Alla mia prima mostra rubò un quadro, una testa di Cristo tutta rossa, se lo mise sotto la palandrana e lasciò al suo posto un biglietto "Ho dovuto prenderlo, era troppo bello"».
Invece Sartre Spatari se lo ricorda distante, freddo, di tanto incrociava nel pressi la De Buoavoir, con cui in quel periodo i rapporti non erano buoni «In effetti rideva anche Sartre -continua Spatari- ma l'effetto era anche più strano. Penso fossero gli occhiali spessi che gli davano quell'aria di lontananza, comunque era chiaro che la mente era lui, e che tutti dovevano prima o poi passare sotto il suo giudizio».
Chissà, magari se Sartre avesse portato le lenti a contatto ci saremmo dovuti sorbire meno angosce ideologico esistenziali, ma la storia è fatta anche di nasi di Cleopatra e fondi di bottiglia.

E Poi Picasso: «mia moglie di allora, una nobile russa, mi trovò un lavoro in un mercato. Tenevo nota delle casse vendute e comprate, mi dovevo alzare alla cinque di mattina, non ce la facevo. Un giorno fu allestita proprio lì nel mercato una mostra di Picasso. Ci conoscemmo, dopo un po' mi propose di posare per lui, per un Cristo in Croce. Ridendo gli ho detto no, mi vergognavo di mettermi nudo. Mi invitò nella sua casa in Costa Azzurra, era spoglia, disordinata, piena di opere sue seminate in giro, quadri, sculture. E poi mi disse che era stato in Calabria in incognito, negli anni dieci, e che aveva visto la Persefone di Locri, che poi fu trafugata e venduta a Berlino. Provi a guardare il dipinto Due donne che corrono sulla spiaggia, hanno i piedi sagomati come la Persefone».

Nik Spatari
Iske Maas

« A Parigi Il primo che incontrai fu Cocteau, andava in giro con un lunghissimo mantello grigio. Alla mia prima mostra rubò un quadro, una testa di Cristo tutta rossa, se lo mise sotto la palandrana e lasciò al suo posto un biglietto "Ho dovuto prenderlo, era troppo bello"»

E Spatari ha una tesi rivoluzionaria riguardo ai Bronzi di Riace. La troviamo nel suo libro L'enigma delle arti asittite. La fattura dei guerrieri non sarebbe greca, ma italica. I Bronzi di Riace, sarebbero il risultato di un’incontro di culture in cui l’elemento greco è praticamente assente, e proverrebbero da luoghi separati. Non a caso i residui di terra di fusione trovati nella statua B sarebbero diversi da quelli della statua A.
Le operazioni di restauro avrebbero fatto di tutto per ricondurli ad una supposta matrice formale greca, alterando lineamenti, sopprimendo particolari, appiattendo i volti e in nasi in stile maschera teatrale. Testimone ne la comparazione tra le statue appena recuperate e il loro aspetto dopo i ritocchi. Si può condividere o meno la visione storica di Spatari, certo è che le sue considerazioni stilistiche, i confronti, fanno pensare. Guardare per credere.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook