18 Aprile Apr 2016 0817 18 aprile 2016

La Turchia massacra i tesori d'arte, peggio dell'Isis

Monumenti dell’arte e dell’archeologia distrutti. Dighe che creano danni. Basiliche con mosaici ricoperti. La (pochissima) sensibilità di Erdogan per il patrimonio artistico dell’umanità

Copertina

I devastatori del patrimonio artistico-archeologico mondiale hanno di solito alcune caratteristiche comuni: l’ignoranza, il fanatismo, un deviato senso di superiorità talvolta etnica talvolta religiosa, e l’avidità. Se in tempi recenti il primato in questa classifica è toccato agli uomini dello Stato Islamico – accecati tanto dall’odio verso gli “idoli pagani” distrutti quanto dal profitto verso quelli venduti al mercato nero -, si può valutare se il secondo posto spetti alla Turchia. Che l’accusa cada su un Paese membro della Nato e alleato dell’Occidente – a cui di recente l’Unione europea ha dato sei miliardi di euro per sostenerlo nella gestione dei profughi siriani – può sorprendere, ma la lista degli scempi turchi è lunga e variegata, e nell’ultimo periodo sotto la presidenza di Recep Tayyp Erdogan si è ulteriormente arricchita.

Bombe

Nella Turchia dell’est si sono avvicendate grandi civiltà, come quelle assira, hittita, persiana, greca, romana e bizantina, che hanno lasciato molte tracce. Fortunatamente alcune sono rimaste sepolte sotto terra ma altre - intorno a cui la Storia ha continuato a scorrere portando popoli, città e Stati nuovi – no, e quando le bombe hanno iniziato a cadere sono spesso rimaste danneggiate o distrutte.
La guerra scatenata, nel corso dell’ultimo anno, da Erdogan contro il Pkk curdo nella regione sud-orientale della Turchia ha già devastato Amida (Diyarbakir in turco), città abitata in maggioranza da curdi, che è sito dell’Unesco. La cinta muraria romana del IV sec d.C. è la seconda fortificazione antica più estesa al mondo dopo la muraglia cinese e pare sia gravemente danneggiata, dei meravigliosi edifici bizantini e medievali all’interno della città vecchia in molti casi restano solo calcinacci – altri sono stati parzialmente abbattuti per allargare le strade e far passare i carri armati turchi - e la cattedrale cattolica armena di San Sergio è andata quasi completamente distrutta. Anche il bazar storico, la moschea di Kurşunlu e un antico hammam sono stati gravemente danneggiati. Nisibi (o Nusaybin), altra città della Turchia sud-orientale abitata da curdi, è un importante sito archeologico di epoca romana e da più di 30 giorni consecutivi viene bersagliato dall’artiglieria turca (purtroppo non trapelano notizie né sulle condizioni della popolazione civile, né su quelle dei monumenti).
E Nisibi è solo un esempio: sono decine le città curde – spesso contenenti tesori archeologici di inestimabile valore - oggetto di bombardamenti turchi da più di un mese di cui non si ha nessuna notizia o quasi.

La Basilica di San Sergio prima e dopo i bombardamenti turchi

Dighe

Ma in Turchia non sono solo le bombe a minacciare il lascito delle civiltà antiche. Il colossale progetto per l’Anatolia del sud-est (Güneydoğu Anadolu Projesi, GAP), che tramite un vasto sistema di dighe sui fiumi Tigri ed Eufrate dovrebbe rendere coltivabili e più ricche diverse zone depresse del Paese (e al contempo danneggiare l’Iraq e la Siria, che si trovano a valle lungo il corso dei fiumi), è stato portato avanti con un rispetto pressoché nullo per il patrimonio culturale a rischio di allagamento. Se infatti in Egitto e in Siria, quando furono costruite le dighe di Aswan e di Tabqa, si fecero decine di scavi di emergenza e furono salvati i più importanti reperti (in Egitto i templi di Abu Simbel e molti altri meno noti, in Siria vari minareti medievali e il castello di Jabar), in Turchia la diga Ataturk sull’Eufrate – ultimata nel 1992 – ha sepolto in una tomba d’acqua diversi siti archeologici neolitici, la città romana di Samosata (capitale della Commagene e patria dello scrittore greco Luciano), ancora non scavata, e per metà quella di Zeugma, famosa per i meravigliosi mosaici romani frettolosamente messi in salvo dagli archeologi.
Ora, con Erdogan, la storia sta per ripetersi con la diga di Ilisu sul Tigri. La contestatissima costruzione è al momento interrotta a causa della guerriglia del Pkk, che sabota i lavori nella convinzione che la diga sia funzionale a un progetto di colonizzazione su base etnica-turca dell’intera regione. Se venissero ultimati verrebbe sommersa la città di Hasankeyf – storicamente araba/armena, di recente abitata in prevalenza da curdi -, altra perla archeologica (romana, bizantina, araba, armena e mongola) di una Turchia che sembra però ostentare un sempre maggiore disinteresse per i lasciti di civiltà diverse da quella Ottomana.

Abbandono

Un chiaro esempio del suddetto disinteresse – qui anzi sfociato in aperta ostilità – è la città di Ani, capitale dell’Impero Armeno. Distrutta dai mongoli nel XIII secolo, i suoi resti sono rimasti sepolti fino a inizio ‘900. Portati alla luce dall’archeologo Nikolai Marr furono devastati e ri-sepolti negli anni ’20 dai turchi, quando infuriava la guerra con gli armeni supportati dall’Urss. Successivamente per decenni sono rimasti in stato di abbandono, nonostante le prestigiose e frequenti denunce, e solo di recente qualcosa si è cominciato a fare. La Turchia ha promesso di proporre Ani come sito Unesco nel 2016, ma c’è ancora molto scetticismo. Un precedente poco incoraggiante è quello delle mura di Costantinopoli, gioiello ingegneristico dell’Impero Romano d’Oriente, rimaste in stato di abbandono per decenni e riparate negli anni ’80 solo per via delle pressioni straniere. I lavori furono eseguiti talmente male che quando un terremoto colpì Istanbul nel 1993 le parti restaurate crollarono, mentre quelle originali di 1600 anni prima rimasero pressoché intatte.

Islamizzazione

Ultimo affronto – questo esclusivamente imputabile al governo islamista del Akp e al presidente Erdogan – al patrimonio culturale dell’umanità è la pretesa di “islamizzare” luoghi di culto tradizionalmente altrui o, talvolta, in passato trasformati in museo perché tutti potessero goderne.
Il caso più noto è quello di Santa Sofia, il simbolo stesso di Costantinopoli prima e Istanbul poi, già chiesa e già moschea, ora museo. La voce sulle intenzioni di Erdogan gira da anni, e nel 2015 il neo-ministro della cultura e del turismo turco, Yalcin Topcu, ha detto che riaprire la Basilica di Santa Sofia come moschea è il suo “sogno, ambizione e obiettivo”.
Se per ora pare che tale sogno dovrà rimanere nel cassetto, non così bene è andata ad altre chiese meno note all’opinione pubblica mondiale. Un’altra Santa Sofia (ma stavolta nella città orientale di Trabzon), stupenda basilica del periodo dell’Impero di Trebisonda che era stata trasformata da Ataturk in un museo, nel 2012 è tornata ad essere una moschea. I suoi affreschi sono coperti, così come i suoi mosaici. Perché a quanto pare nella Turchia di Erdogan quello che non è turco, e quello che non è islamico, può essere abbandonato, convertito o distrutto senza troppi scrupoli.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook