21 Aprile Apr 2016 1440 21 aprile 2016

Carceri italiane, un detenuto su tre è ancora in attesa di sentenza definitiva

Antigone scatta una foto alle nostre galere. Ci sono poche donne, ma molti anziani. Il 30 per cento è composto da stranieri, soprattutto del Nord Africa. Cala il numero dei rinchiusi: sono 53mila, ma sei anni fa erano 15mila di più. In un anno 7mila atti di autolesionismo e 43 suicidi

ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images
Alberto Pizzoli/AFP/Getty Images

Poche donne, troppi anziani, molti ancora in attesa di condanna definitiva. Uno su tre è straniero, originario soprattutto del Nord Africa. Ecco la fotografia dei detenuti italiani: una popolazione di 53mila persone che affolla le nostre carceri. Spesso in condizioni ancora inumane. Si spiegano anche così i 43 suicidi e i settemila atti di autolesionismo registrati lo scorso anno. Eppure la situazione sta migliorando. Rispetto a sei anni fa ci sono 15mila rinchiusi in meno. Numeri e cifre che raccontano una realtà difficile: 449 sono i ragazzi detenuti nelle carceri minorili, 3700 detenuti hanno più di sessant’anni. Solo 29mila possono trascorrere il proprio tempo lavorando, e a fine mese si guadagnano in media 200 euro.

A raccontare la realtà è l’associazione Antigone, che ha recentemente pubblicato il rapporto Galere d’Italia. Anzitutto un dato positivo: nel 2010 nel nostro Paese c’erano 68.258 detenuti, oggi sono 53.495. Eppure negli ultimi tre mesi si registra un’inversione di tendenza. Se alla fine di dicembre le carceri ospitavano 52.164 persone, ora ce ne sono 1.331 in più. Intanto almeno 3.950 di loro sono prive di posto letto regolare. E così il tasso di sovraffollamento resta alto. Il rapporto tra detenuti e posti letto è del 108 per cento. In Germania, spiega Antigone, il tasso è dell’81,8 per cento, in Spagna dell’85,2 per cento. In Inghilterra del 97,2 per cento. Peggio dell’Italia il Belgio, dove il sovraffollamento carcerario arriva al 118 per cento.

Chi è rinchiuso nelle nostre galere? Rispetto all’Europa i nostri detenuti sono più anziani. Se la media della popolazione carceraria in tutto il continente è di 36 anni, da noi si sfiorano i 40 anni. Il 15,6 per cento di chi vive nelle carceri italiane - la fascia d’età più numerosa - ha tra i 35 e i 39 ani. Ma 3.699 persone, il 7,1 per cento, ha più di 60 anni. Discorso a parte per gli stranieri, mediamente più giovani. Qui la fascia d’età più presente è tra i 30 e i 34 anni (il 21,2 per cento). Solo 198 detenuti stranieri ha più di sessant’anni. Sono uomini, soprattutto. Le donne presenti in carcere sono 2.198, il 4,1 per cento della popolazione detenuta totale. La media europea è del 5,6 per cento. Stavolta in testa alle classifiche ci sono i paesi nordici. In Finlandia, ad esempio, la presenza femminile in carcere è dell’8 per cento.

Anche giovani. Fino a poche settimane fa i ragazzi presenti nelle carceri minorili italiane erano 449. Di loro, 284 hanno già ricevuto una sentenza definitiva e 165 sono ancora in attesa di condanna. Di questi, 40 sono ragazze

E poi ci sono i più giovani. Fino a poche settimane fa i ragazzi presenti nelle carceri minorili italiane erano 449. Di loro, 284 hanno già ricevuto una sentenza definitiva e 165 sono ancora in attesa di condanna. Di questi, 40 sono ragazze. Alta la percentuale di minori stranieri (uno su due, considerando i soli entrati nel 2016). Secondo i dati del rapporti Antigone la maggior parte dei detenuti italiani proviene dalle regioni del Sud. In particolare a fine 2015 erano rinchiuse 9.635 persone di origine campana (il 18,5 per cento). A seguire i detenuti di origine siciliana e pugliese, rispettivamente il 12 e il 7,1 per cento degli italiani detenuti. Un detenuto su tre è straniero. Sono il 33,45 per cento delle popolazione carceraria. Ma sette anni fa erano il 37,1 per cento. Le nazionalità più rappresentate? Il 16,9 per cento è di origine marocchina. Seguono la Romania (15,9 per cento) Albania (13,8 per cento) Tunisia (11 per cento).

Sono diversi i motivi delle reclusioni (ma in alcuni casi i detenuti sono imputati per più di un reato). 29.913 detenuti nelle carceri italiani sono collegati a reati contro il patrimonio. Seguono, tra i più frequenti, i reati contro la persona (21.468) e in violazione alla legge sulle droghe (17.676). Quasi settemila detenuti sono in galera per associazione a delinquere di stampo mafioso. I tempi? Quasi 20mila detenuti devono scontare una pena residua inferiore ai tre anni. Sono 1.633, invece, gli ergastolani rinchiusi nelle nostre carceri. Parlando di pene si apre inevitabilmente un altro capitolo: i detenuti in attesa di sentenza definitiva rappresentano il 34,6 per cento del totale. La media europea supera di poco il 20 per cento.

Perché si va in carcere? 29.913 detenuti sono collegati a reati contro il patrimonio. Seguono i reati contro la persona (21.468) e in violazione alla legge sulle droghe (17.676). Quasi 7mila casi di associazione a delinquere di stampo mafioso

E qui si apre un dato interessante. Secondo le stime di Antigone, un provvedimento di totale depenalizzazione in materia di droghe porterebbe a una riduzione di un sesto delle imputazioni e delle condanne. Senza considerare l’effetto indiretto sui reati connessi (in particolare i reati contro il patrimonio). In totale, si legge - «la decriminalizzazione delle sostanze stupefacenti potrebbe determinare la riduzione di circa un terzo della popolazione detenuta». Con un risparmio di quasi 930 milioni di euro l’anno.

Le condizioni delle carceri non sempre sono buone. Lo standard minimo previsto dal Comitato europeo del Consiglio d’Europa per la prevenzione della tortura è di 4 metri pro-capite. In Italia ancora novemila detenuti vivono in uno spazio inferiore. E i risultati sono spesso drammatici. Nel 2015 si sono registrati quasi 7mila episodi di autolesionismo. E ben 43 suicidi. Una percentuale scesa sensibilmente rispetto al 2009, quando i detenuti erano 15 mila in più.

Le misure alternative funzionano? Sembra proprio di sì. Secondo i dati del rapporto Antigone «la percentuale di revoca per un nuovo reato commesso durante l’esecuzione della stessa è dello 0,79 per cento».

La vita in carcere. Il 95 per cento dei detenuti può trascorrere otto ore al giorno fuori dalla propria cella. E i contatti con le famiglie? In 123 carceri i familiari dei rinchiusi possono prenotare le visite. In 148 istituti si possono organizzare colloqui la domenica, in 98 strutture le visite sono sei giorni a settimana. In 146 carceri, poi, i detenuti possono chiamare a casa con una propria tessera telefonica. «Una telefonata di 10 minuti a settimana». Un modo per trascorrere il tempo è la lettura. Nelle biblioteche carcerarie sono presenti 840.116 libri. Una media di 4.352 per istituto. «Molti libri però - si legge nel rapporto - sono edizioni vecchie e poco utili di testi scolastici». Quasi un detenuto su tre può lavorare. Sono il 29,73 per cento. La maggior parte lavora per l’amministrazione penitenziaria in attività domestiche guadagnando circa 200 euro al mese. Ma ci sono anche, pochi, impiegati in attività di tipo manifatturiero (612) e attività agricole (208). Altri vanno a scuola. Nell’anno scolastico 2014/15 ci sono stati 17.096 detenuti iscritti a 1.139 corsi scolastici. A fine anni oltre settemila i promossi (circa la metà stranieri). Nel 2014 si sono laureati anche 72 detenuti (gli scritti all’università erano 413).

E poi ci sono quelli che non sono rinchiusi. Quasi trentamila persone stanno scontando la pena detentiva fuori dal carcere. Sono 29.679: 10mila ai domiciliari, 12.500 in affidamento in prova al servizio sociale, 6.500 in lavori di pubblica utilità e poco più di 700 in semilibertà, che trascorrono parte della giornata fuori dal carcere. Solo 2.300, invece, le persone controllate con braccialetto elettronico. Le misure alternative funzionano? Sembra proprio di sì. Secondo i dati del rapporto Antigone «la percentuale di revoca di una misura alternativa per un nuovo reato commesso durante l’esecuzione della stessa è dello 0,79 per cento». Funzionali a trovare un lavoro, recuperare gli affetti e, in definitiva, a evitare la recidiva sono anche i permessi premio. Nel 2015 ne sono stati concessi 29.224. In Lombardia si arriva al 156 per cento, «ovvero più di un permesso e mezzo a detenuto». La situazione peggiore riguarda il Lazio, ultima regione in questa speciale classifica, che ha una percentuale di permessi pari al 25 per cento.

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