22 Aprile Apr 2016 0701 22 aprile 2016

Il bestiario Rizzoli-Rcs, da Montezemolo a oggi

Nepotismo, familismo, opacità nei rapporti azionari e nella scelta dei manager. Storia di una gestione disastrosa che ha portato più di un miliardo di perdite negli ultimi cinque anni

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Clive Mason/Getty Images

Negli anni ‘50 la vecchia Rizzoli era grande come il gruppo Bertelsmann. Poi i tedeschi sono diventati uno dei colossi della comunicazione mondiale, la società italiana si è trasformata in una case history di malagestione aziendale. Come stato possibile? Perchè gli azionisti di Rcs, oggi oggetto della possibile Ops di Urbano Cairo, hanno gestito la società secondo il principio reso esplicito da Eugenio Fassio, armatore genovese e uomo forte di Confindustria nel Dopoguerra. Una giornalista gli domandò come mai lui, che era un industriale di successo in ogni settore, con i giornali che possedeva perdeva molti soldi. La risposta fu fulminea: «Vede signorina, quelle non sono perdite, ma costi». In Rcs è andata allo stesso modo: i soci hanno usato il Corriere come strumento per fare affari o per stare seduti nei salotti che contavano passando da una catastrofe all'altra. I “costi”, secondo la lezione del vecchio Fassio, li ha sempre pagati l’azienda. E ripercorrere la sua storia è come sfogliare le pagine di un “bestiario” del capitalismo relazionale, in cui c’è proprio di tutto: nepotismo, familismo, opacità nei rapporti azionari e nella scelta dei manager.

Ripercorrere la storia di Rcs è come sfogliare le pagine di un “bestiario” del capitalismo relazionale, in cui c’è proprio di tutto: nepotismo, familismo, opacità nei rapporti azionari e nella scelta dei manager

La prima puntata della Caporetto rizzoliana si svolge addirittura a Hollywood ed è di poco successiva alla vendita dal Nuovo Banco Ambrosiano post Roberto Calvi a Gemina, la camera di compensazione del capitalismo italiano, in cui, da Mediobanca a Fiat, si confrontano i cosiddetti “poteri forti” . Il protagonista è un giovane manager di buone speranze, Luca Cordero di Montezemolo, reduce dai fasti di Italia 90. Nel maggio del 1991 firma l’acquisizione del 3,6% di Carolco, primo produttore cinematografico indipendente made in Usa. Ma già a dicembre il gruppo è sull’orlo del fallimento e la quota non vale più nulla. Da lì in poi, per almeno un paio d’anni, saranno continue iniezioni di denaro per salvare la società americana, con perdite che raggiungono le centinaia di miliardi di vecchie lire.


Operazione sfortunata che però è nulla in confronto a quanto avviene con l’acquisto della Fabbri, quella delle enciclopedie a dispense, che avviene più o meno negli stessi anni. La società è di proprietà della famiglia Agnelli e ha in pancia una quantità enorme di crediti inesigibili. Un bel problema per Torino che trova la soluzione nella cessione a Rizzoli, di cui gli Agnelli sono influenti azionisti e i cui manager, guarda un po’, non si accorgono di nulla e comprano la società come se fosse sana.
Così il gruppo torinese riesce a mutualizzare perdite che alla fine, secondo Massimo Mucchetti, ex giornalista e attualmente deputato del Pd, raggiungono i mille miliardi di lire.

Per un certo periodo Rcs viene concessa in dote a Cesare Romiti (una quota di rilievo è la liquidazione per la sua uscita dalla Fiat). Ma il gruppo viene coinvolto nei progetti immaginifici del figlio di quest’ultimo, che attraverso la finanziaria di controllo Hdp, vuole creare una conglomerata attiva nei settori della moda e dei media. Il progetto si rivela velleitario, ne conseguono altre perdite dolorose.
Si potrebbe andare avanti a lungo, ma ci si perderebbe nel racconto di una serie interminabile di disastri. Basta un numero per sintetizzare la Rizzoli attuale: secondo un’analisi del Sole 24 Ore il gruppo ha realizzato 1,3 miliardi di perdite solo negli ultimi cinque anni.

Secondo un’analisi del Sole 24 Ore il gruppo ha realizzato 1,3 miliardi di perdite solo negli ultimi cinque anni

In tutto questo tempo un dato è rimasto costante: i manager interni al sistema di potere che ha governato la società (da Montezemolo a chi ha deciso l’acquisto di Fabbri, così utile agli Agnelli) non hanno mai pagato dazio. A perdere il posto sono stati i “marziani” venuti da fuori per salvare il salvabile: il primo è stato negli anni Novanta Lorenzo Folio, giunto in via Rizzoli dopo una lunga carriera in una multinazionale francese; più di recente è toccato a Vittorio Colao, vero e proprio fuoriclasse (oggi guida il colosso Vodafone), costretto però ad alzare bandiera bianca in Rcs.


La morale è che parole d’ordine come meritocrazia ed efficienza vanno bene per qualche pensoso editoriale sul Corriere della Sera, non quando ci si disputa l’influenza sul primo quotidiano italiano. L’Opa di Cairo ha se non altro il merito di sottolineare ancora una volta questa verità.

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