Dopo l’abolizione delle province
29 Aprile Apr 2016 1429 29 aprile 2016

Centri per l’impiego, i servizi per il lavoro nel caos

In attesa della “desaparecida” Agenzia nazionale per le politiche attive e con l’abolizione delle province, i vecchi uffici di collocamento a stento riescono a erogare i servizi. A danno degli utenti. E il ministero del Lavoro latita

Job
(Getty Images)

Con personale ridotto all’osso, e senza neanche i soldi per pagare gli stipendi e le risme di carta. In attesa della desaparecida Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal), che dovrebbe centralizzare (secondo i dettami del Jobs Act) i servizi per l’occupazione, i centri per l’impiego sono nel caos. Più di quanto lo siano mai stati. Con la legge Delrio che ha abolito le province, a cui i centri per l’impiego facevano capo, i vecchi uffici di collocamento dovrebbero passare temporaneamente sotto il cappello delle regioni per poi confluire sotto il coordinamento dell’Anpal (a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione). Una doppia transizione che sta generando non pochi disservizi nell’assistenza agli utenti in cerca di occupazione. Con la scure del licenziamento che pende sulla testa di migliaia di precari.

A settembre 2015, governo e regioni si erano impegnati a garantire la continuità dei centri, fornendo le risorse per i costi del personale a tempo indeterminato: per due terzi a carico del governo, e un terzo a carico delle regioni. E ogni regione ha gestito il passaggio di consegne a modo suo. Ma tranne poche eccezioni, come il Piemonte, dotata già un’agenzia pubblica, qualche regione a statuto speciale come Friuli e Trentino, e la Liguria, che ha raggiunto un accordo politico per evitare la chiusura di due sedi, i vecchi uffici di collocamento stanno vivendo in un limbo. «Nel resto delle regioni è un delirio», racconta Daniela Volpato, segretario nazionale della Fp Cisl. Con servizi depotenziati, passaggi burocratici rallentati e dipendenti in agitazione che non sanno che fine faranno.

In Calabria il consigliere regionale del Pd Mimmo Bevacqua ha denunciato la situazione in cui versano i centri per l’impiego della regione: «Senza fondi, impossibilitati a pagare gli stipendi, privi persino della dotazione minima del materiale di cancelleria necessario a erogare i servizi istituzionali di competenza». I dipendenti da mesi sono senza buste paga. Finiti nel tritacarne della lotta tra la Regione e le moribonde province. In quanto, spiegano dalla regione, il numero ufficiale dei dipendenti inviato dalle province «è superiore a quello indicato nel decreto ministeriale come numero ufficiale e verificato dei dipendenti». Quindi i fondi non sono stati erogati. Intanto, gli utenti che si rivolgono ai centri per l’impiego, in una regione in cui la disoccupazione giovanile sfiora il 60%, si sentono addirittura rispondere che gli uffici non hanno le stampanti per fornire moduli e documenti.

Senza fondi, impossibilitati a pagare gli stipendi, privi persino della dotazione minima del materiale di cancelleria necessario a erogare i servizi istituzionali di competenza

Caos anche in Sicilia, dove i centri per l’impiego negli anni sono diventati in molti casi bacini occupazionali da riempire in periodi elettorali. Solo nell’isola è concentrato il 18% degli 8mila lavoratori dei centri italiani. E ora la regione sta provando a salvare altri 1.500 lavoratori regionali, facendoli confluire proprio nei vecchi uffici di collocamento.

Non se la passano bene neanche in Lombardia, dove tutte le province hanno enormi buchi di bilancio, compresa la Città metropolitana di Milano. E anche in Umbria il passaggio dei centri per l’impiego dalle province alla regione ha portato al rallentamento di diversi servizi. Tanto che alcuni imprenditori intenzionati ad assume personale hanno raccontato alla Nazione di aver avuto difficoltà a farlo. La gestione delle assunzioni dell’ufficio di Orvieto è stata affidata a un addetto della regione, che però lavora solo alcuni giorni al mese nella sede di Terni. E quindi i tempi rallentano, mentre a Orvieto si passano solo carte e si mettono timbri. Nel Lazio, invece, con il passaggio di consegne tutto si è complicato. E per un incrocio tra domanda e offerta di lavoro i dipendenti sono costretti a consultare fino a quattro diverse banche dati.

«La situazione è preoccupante», dice Volpato. «Molti lavoratori stanno andando in pensione e con il blocco del turnover al 60%, il personale continua a diminuire. A questo va aggiunta la dismissione dei precari. Alcuni possono essere salvati, ma una parte del precariato non è più rinnovabile e andrà a scadenza». E «con il proliferare di intermediari e agenzie private, i servizi offerti sono sempre di meno. Questi uffici finiscono per diventare solo dei passacarte, con una riduzione forte delle attività».

I sindacati più volte hanno chiesto un incontro con il ministero del Lavoro sulla situazione dei centri per l’impiego. Ma una risposta non è mai arrivata. Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, dicono i più informati, è in seria difficoltà sulla questione. Anche perché, al di là della transizione, i centri per l’impiego italiani non hanno mai spiccato per efficienza. E il malfunzionamento di Garanzia giovani ne è la prova. Con un investimento di meno di 500 milioni di euro annui, i soldi pubblici dedicati ai servizi per il lavoro in Italia sono la metà di quanto spende la Spagna, e molto distanti dagli 8,8 miliardi tedeschi e dai 5 miliardi francesi. Più che di un taglio sui dipendenti, avrebbero bisogno di un potenziamento e di una riforma strutturale che possa davvero favorire il ricollocamento dei lavoratori. Visto che solo il 3% degli occupati italiani oggi trova un lavoro passando attraverso questi sportelli.

Maurizio Del Conte, professore di diritto del lavoro e presidente della futura Anpal, ha detto che l’agenzia, che avrebbe dovuto partire dal 1 gennaio 2016, sarà pronta ad aprire i battenti entro fine maggio. Finora però non è stata indetta alcuna riunione con i rappresentanti delle regioni per capire come dovranno muoversi. E i centri per l’impiego, almeno sulla carta, dovrebbero essere le gambe delle politiche attive per il lavoro, grande promessa del Jobs Act renziano, al momento caduta nel dimenticatoio.

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