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29 Aprile Apr 2016 2126 29 aprile 2016

Identikit dei giovani “indisponibili al lavoro”, in Italia sono 600mila

Tra chi non ha un lavoro, in Italia, c'è un segmento misconosciuto ai più: quello di coloro che non solo non cercano un impiego, ma dichiarano anche che non sarebbero disponibili a iniziare a lavorare nemmeno se ne avessero la possibilità. Quanti sono? E perchè lo fanno?

Tanguy

Oltre gli occupati e i disoccupati, nel mercato del lavoro esistono anche gli inattivi. Sono quelle persone in età lavorativa che, per una miriade di motivi diversi, un impiego invece non ce l'hanno. Quando sono giovani li si chiama Neet, acronimo che sta per “not in education nor in employment or training”, cioè non impegnati in un percorso di istruzione, di formazione o di lavoro.

All'interno dei Neet c'è un ulteriore segmento misconosciuto ai più: quello di coloro che non solo non cercano un lavoro, ma dichiarano anche che non sarebbero disponibili a iniziare a lavorare nemmeno se ne avessero la possibilità.

Questo segmento conta in Italia alcune centinaia di migliaia di persone; restando solo sui giovani, parliamo per il 2015 di 543mila under 30, nel 69% dei casi donne e nel restante 31% uomini. Di questi uno su dieci ha una laurea o qualifiche post-universitarie, invece quasi la metà - 259mila - è costituita da persone con bassissimo titolo di studio (terza media o meno). Volendo estendere e considerare una fascia di età più ampia, 15-34 anni, i Neet indisponibili al lavoro sono 878mila e tra loro la percentuale di donne si innalza ulteriormente (76%), anche perché aumenta la probabilità che a quell'età abbiano uno o più figli – l'età media a cui si arriva al primo figlio per le donne in Italia non a caso è intorno ai 30 anni.

Il dato più problematico riguarda quella minoranza che dichiara di aver rinunciato a cercare lavoro: una quota minoritaria ma a forte rischio di impoverimento e marginalizzazione sociale.

Alessandro Rosina

«La maggior parte dei Neet dichiara di essere in cerca di un lavoro» riflette Alessandro Rosina, direttore del dipartimento di Scienze statistiche dell'università Cattolica dei Milano e curatore del Rapporto Giovani dell'istituto Toniolo, nonché autore del libro “Neet, giovani che non studiano e non lavorano” pubblicato pochi mesi fa. «In realtà non sappiamo quanto intensamente lo stia facendo - informandosi, inviando curriculum, leggendo gli annunci, chiedendo ad amici e conoscenti, e così via» continua «o se abbia solo la percezione di farlo, cioè, se sia in attesa passiva che qualcuno gli faccia delle proposte. Il dato interessante e più problematico riguarda quella minoranza che dichiara di aver rinunciato a cercare lavoro». Questa minoranza rappresenta oltre il 12% dei Neet intervistati dal Rapporto Giovani: «Si tratta di una quota minoritaria ma a forte rischio di impoverimento e marginalizzazione sociale. Di questi, gli indisponibili sono circa uno su tre».

Oltre ad essere poco conosciuto, il fenomeno è complesso. Perché dichiarare di non essere disponibili al lavoro? Siamo di fronte a una massa di oziosi?

«Nell’ascoltare le voci di questi giovani si profilano situazioni davvero molto eterogenee» rileva Sara Alfieri, dottore di ricerca in Psicologia sociale al dipartimento di Psicologia dell'università Cattolica di Milano: «Accanto al fenomeno molto diffuso del lavoro nero, vi è quello meno presente ma non meno preoccupante di alcuni giovani che sono implicati in piccoli commerci clandestini. A parte questa fetta, per nulla inattiva!, vi sono poi giovani ritirati, che impiegano il loro tempo giocando al computer o davanti alla televisione oppure bighellonando con gli amici».

Rispetto ai dati ufficiali Istat su questo tema, come sempre, per capire la risposta è bene partire dalla domanda. E questi dati sono il frutto di incroci tra varie rilevazioni statistiche.

Il nodo critico è cercare di conciliare aspirazioni e desideri più che legittimi con il periodo storico che stiamo vivendo: in un periodo di grande recessione come il nostro, forse prendere in considerazione “lavori altri” o differenti occasioni formative per un periodo di transizione potrebbe essere un’occasione per rimanere attivi

Sara Alfieri

In particolare, per incasellare i cittadini nelle sue griglie al posto giusto - chi è occupato, chi è disoccupato e così via - l'Istat chiede al suo campione rappresentativo se cerca o non cerca un lavoro. Se l'intervistato di turno risponde sì, pone una domanda ulteriore che suona più o meno così: “Se avesse trovato lavoro nella scorsa settimana, avrebbe potuto iniziare in quella settimana o entro le due settimane successive?”.

A chi risponde di no viene chiesto il motivo, offrendo anche qui varie opzioni: “Studia o segue corsi di formazione professionale”; “Altri motivi personali”; “Maternità, nascita di un figlio”; “Per prendersi cura dei figli, di bambini e/o di altre persone non autosufficienti”; “Altri motivi familiari ”(esclusi i precedenti); “Malattia, problemi di salute personali”; “Altri motivi” (che viene chiesto di specificare). L'intervistato può anche dire “non so”, o scegliere di non rispondere.

Dunque l'Istat non indaga le motivazioni volontarie del non essere disponibili a cominciare un lavoro; indaga le cause potremmo dire “di impedimento”, ma non un'azione deliberata, al di fuori della casistica proposta (essere malati, studiare…), di rifiuto di proposte di lavoro. Eppure decidere di non cercare un lavoro, o addirittura dichiarare che lo si rifiuterebbe se venisse offerto, può essere anche una scelta.

Per esempio, Rosina e Alfieri nel capitolo “Un ritratto dei giovani Neet italiani” contenuto nel “Rapporto Giovani 2014” individuano alcune cause principali che spingono i Neet a non prendere nemmeno in considerazione l'idea di accettare un lavoro.

Suddividono il segmento in due sottogruppi: quello degli “indisponibili” che affermano di non cercare lavoro perché non interessati in questo momento a valutare possibili offerte, gruppo che comprende anche un 30% da casalinghe “per scelta”; e poi quello degli “attivabili relativi”, giovani che accetterebbero un lavoro solo a determinate condizioni.

La maggior parte (il 27% di questi “attivabili relativi”, con una preponderanza di maschi); si pone il problema della remunerazione: non è cioè disponibile a lavorare per un salario troppo basso. Ovviamente qui non si può specificare quanto voglia dire “basso” per questi giovani: ciascuno ha la sua percezione della soglia minima di dignità, o comunque un'idea del punto di equilibrio monetario per cui “valga la pena” uscire di casa e andare a lavorare.

Altri (quasi il 14%, soprattutto maschi) mettono l'accento sulla coerenza con la propria formazione: non sono disponibili cioè a fare un lavoro che abbia poco a che fare con ciò che hanno studiato.

Le donne invece prendono soprattutto in considerazione la distanza del luogo di lavoro da casa. Questa voce rappresenta quasi il 13% del sottogruppo in questione, e i maschi qui sono una esigua minoranza: la categoria infatti comprende molte giovani casalinghe potenzialmente disponibili a conciliare famiglia e lavoro.

Infine, anche se molto residuale (5%), c'è chi valuta la proposta di lavoro in funzione del prestigio dell’attività offerta.

«Se per alcuni il non avere un lavoro coerente con le proprie aspettative e i propri desideri può essere “una scusa” per rimanere inattivi», commenta Alfieri, «per altri questo invece è un modo molto chiaro per esprimere ciò che vogliono: molti dei nostri giovani non vogliono – o non vorrebbero! – accontentarsi di un lavoro qualsiasi. Il nodo critico è cercare di conciliare aspirazioni e desideri più che legittimi con il periodo storico che stiamo vivendo: in un periodo di grande recessione come il nostro, forse prendere in considerazione “lavori altri” o differenti occasioni formative per un periodo di transizione potrebbe essere un’occasione per rimanere attivi, racimolare qualche soldo e acquisire nuove competenze da sfruttare nel lavoro desiderato».

I giovani italiani si appoggiano molto alle famiglie anche perché spesso queste ultime rappresentano davvero uno dei pochi ammortizzatori sociali presenti nel nostro contesto. Questa situazione è “comoda” per tutti: per i giovani che si sentono protetti, e per i genitori che hanno la possibilità di sentirsi ancora tali e quindi di rimandare la sensazione di “nido vuoto” che tanto angoscia.

Sara Alfieri

Il punto oscuro è però la questione della sostenibilità economica del comportamento di questi giovani. Danno per scontato che siano mamma e papà a mantenerli a oltranza? «Tradizionalmente, come ben sappiamo, i nostri giovani dipendono moltissimo dalle loro famiglie, in termini economici ed affettivi» risponde Alfieri: «Basti pensare all’età media di uscita di casa o in cui si genera il primo figlio. In generale si appoggiano molto alle famiglie anche perché spesso queste ultime rappresentano davvero uno dei pochi ammortizzatori sociali presenti nel nostro contesto. Ma non credo che si debba puntare il dito solo sui giovani. Questa situazione è “comoda” per tutti: per loro che si sentono protetti, e per i genitori che hanno la possibilità di sentirsi ancora tali e quindi di rimandare la sensazione di “nido vuoto” che tanto angoscia».

Ma sia chiaro che questo non vuol dire che la “colpa” della situazione sia da addossare alle famiglie iperprotettive e ai ragazzi ignavi: saltare a queste conclusioni sarebbe ingeneroso e superficiale, perchè in effetti ci sono moltissimi – e ben più pesanti –fattori indipendenti da loro, e ascrivibili invece al contesto e alle scelte politiche dei governanti. Per invertire la tendenza, e riuscire a ridurre il numero di questi inattivi in un certo senso “refrattari al lavoro”, «cruciali sono le politiche di incoraggiamento all’intraprendenza e di conciliazione tra lavoro e famiglia, che aiuterebbero una larga parte di donne Neet con impegni di cura a non lasciare definitivamente il mercato del lavoro» suggerisce Rosina: «In larga parte d’Europa la quota di Neet risulta molto più bassa rispetto a quella italiana quando sono presenti, pur in diversa combinazione, strumenti di questo tipo».

Ma certamente sarebbe anche utile agire sul piano culturale, per “convincere” le nuove generazioni a considerare l'autonomia economica e dunque il lavoro che permette di raggiungerla – come un elemento irrinunciabile della propria identità di adulti. E riuscire finalmente a sfatare quella battuta del figlio 25enne che vive coi genitori in NordEuropa, con la madre che si interroga “cosa ho sbagliato?”, paragonato al figlio 25enne che annuncia di andare a vivere da solo ai genitori in Italia, e la madre che similmente si chiede “cosa ho sbagliato?”...

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