29 Aprile Apr 2016 1317 29 aprile 2016

Sorpresa! L’Italia sta diventando un Paese per startup

Una buona notizia: solo in Olanda c’è un ambiente per le startup migliore di quello italiano. Molto resta ancora da fare, certo. Ma molto è stato fatto, negli ultimi quattro anni

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Certe cose vanno prese con le pinze. Soprattutto se sovvertono una serie di luoghi comuni. Ad esempio, che l’Italia non sia un Paese per giovani. E, più nello specifico, un Paese accogliente per chi vuole far nascere una startup.

Oddio, già ce l’aveva detto Luigi Capello, ad di LVenture Group e fondatore di Luiss Enlabs di Roma, attualmente il più grande acceleratore d’imprese italiano: «L’Italia può diventare il prossimo paradiso per le start up», dice Capello, facendo rizzare i capelli a chi, fino ad oggi, è stato convinto che non ci fosse posto peggiore in Europa. E, in effetti, i dati tendono a dargli ragione: con 133 milioni di capitali investiti dai capitalisti di ventura, il nostro Paese è stato quello che è cresciuto di più in Europa nel 2014: +11% rispetto al 2013, con un clamoroso +208% di accordi chiusi.

Un caso? Forse no. Secondo il rapporto 2016 dell’European Digital Forum, siamo secondi solo all’Olanda nel rispondere ai dettami dello Startup Manifesto, una serie di politiche consigliate per rendere i Paesi europei attrattivi per le nuove imprese innovative. Dal creare una legislazione adeguata a tali realtà, al cambiare la scuola per formare e alfabetizzare i giovani, dal rendere più semplici gli investimenti a porre in essere politiche per cambiare la cultura del paese, da analogica a digitale, sino all’attrazione dei talenti dall’estero e alla protezione della privacy e dei dati personali.

Sorpresa, dicevamo, l’Italia è seconda assoluta, dopo l’Olanda, con l’82% degli obiettivi raggiunti: «Dal 2012 - dice il rapporto - l’Italia si è dotata di un potente arsenale legislativo per rafforzare quanto più possibile il suo ecosistema nazionale per le startup». In dettaglio: siamo quinti come framework istituzionale, quinti per capacità e istruzione, quarti come accesso al mercato dei capitali, e addirittura primi per accesso al talento, per la protezione dei dati e come leadership di pensiero». In ognuna delle categorie siamo sopra alla media europea. Una rarità assoluta.

«Dal 2012 - dice il rapporto - l’Italia si è dotata di un potente arsenale legislativo per rafforzare quanto più possibile il suo ecosistema nazionale per le startup»

In particolare, continua il rapporto, «ora le startup italiane possono essere costituite online e gratis, sono esentate da qualunque tassa tranne quelle dovute alle Camere di Commercio, hanno un accesso gratuito a una piattaforma online, bilingue e personalizzata per investitori, i team di lavoro possono essere pagati con salari variabili in base alle performance o con stock option, possono avere accesso a strumenti di equity crowdfunding, hanno un robusto credito d’imposta e se le cose vanno male possono beneficiare di una procedura fallimentare veloce». Non solo, conclude il rapporto: «Ora, con il decreto Investment Compact, il governo ha esteso buona parte dei benefici precedentemente attribuibili alle startup innovative a una più ampia tipologia di imprese».

Menzione speciale per l’Italia Startup Visa, un programma innovativo lanciato nel 2014 attraverso il quale una startup extracomunitaria può stabilirsi per crescere in Italia attraverso un meccanismo rapidissimo e interamente online. Non solo: pochi mesi dopo è stato lanciato pure lItalia Startup Hub, un programma che, mediante il medesimo meccanismo, consente a un extracomunitario con permesso di soggiorno a termine di prolungarlo per lanciare una startup.

Difficile dire se tutto questo trovi risposta nell’esperienza quotidiana di chi sta provando a creare una start up in Italia. Certo è, senza saper né leggere né scrivere, che siamo ancora lontani dall’essere un Paese semplice, attrattivo e culturalmente all’avanguardia. Tuttavia, per una volta, dobbiamo dare a Cesare quel che è di Cesare.

Perché se oggi, pur non essendolo ancora pienamente, lo siamo di più, dobbiamo riconoscere uno sforzo importante alla politica e alle strutture ministeriali - in particolare al Ministero dello Sviluppo Economico - nel provare a recuperare il tanto terreno perso negli anni precedenti. Per un giorno, almeno, tocca lasciare il vittimismo nella scatola.

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