Dossier
Aim Monitor
3 Maggio Mag 2016 1151 03 maggio 2016

Le Pmi affondano, serve il salvagente per chi vi investe

Uno studio di Moody’s ricorda che le nostre Pmi hanno il tasso di Npl più alto in Europa. Mentre al Mezzogiorno, ma non solo, continua lo stillicidio di chiusure. Le indiscrezioni sul piano del governo per incentivare gli investimenti nelle Pmi che sembra raccogliere l’invito dell’agenzia di rating

Cappello Borsalino
(GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images)

Questa volta la carica l'ha suonata Moody's e non è stata neanche troppo leggera. In un recente rapporto che analizza le performance delle Pmi europee, l'azienda di rating internazionale ha puntato l'indice su quelle italiane, definendole le più deboli nell'area Ue. Le prime della classe sono le Pmi britanniche e belghe, che secondo Moody's «continueranno ad avere la performance di credito più forte in Europa» e saranno meno vulnerabili agli shock, dopo avere dato prova di una tenuta stabile negli anni delle turbolenze economiche. Più debole, invece, la situazione delle Pmi del Sud dell'Europa, alle prese con crediti in sofferenze e fallimenti.

In particolare le Pmi italiane - che rappresentano il 67,3% del valore aggiunto totale dell'economia, il valore più alto tra tutti i Paesi in esame - ma hanno il tasso di Npl (non-performing loans) più elevato tra le imprese non-finanziarie nel Paese. I crediti deteriorati, inoltre, continuano ad aumentare anche se più lentamente. Il tasso di nuove sofferenze per le micro-imprese, pari al 3,6% nel 2015, è minore del 3,9% del 2014 e segna il primo calo annuale della crescita dal 2011. Il dato però va anche confrontato con l'1,60% delle imprese medio-grandi nel 2015 e l'1,90% nel 2014, sostengono dall'agenzia di rating.

Un altro campanello d'allarme sullo stato di salute delle Pmi italiane viene dalla loro demografia: dal 2008 la dissoluzione di imprese supera la creazione di aziende di oltre un punto percentuale (8,5% contro 7,1% nel 2013). Si tratta del tasso di mortalità più alto tra i Paesi osservati dallo studio. Moody's prevede che le iniziative adottate dal governo italiano «aiuteranno una graduale riduzione» degli Npl, «ma non ridurranno significativamente i bad loans quest'anno».

Moody's prevede che le iniziative adottate dal governo italiano aiuteranno una graduale riduzione degli Npl, ma non ridurranno significativamente i bad loans quest'anno. Quello che si chiede è uno sforzo straordinario

Insomma, quello che si chiede è uno sforzo straordinario. Secondo quanto ha riferito una fonte governativa anonima alla Reuters, su questo versante Palazzo Chigi starebbe lavorando ad un regime fiscale agevolato per incentivare i risparmiatori a investire in strumenti finanziari a sostegno delle piccole e medie imprese, con un'aliquota che dovrebbe essere inferiore al 12,5% applicato sui titoli di Stato. La misura, denominata “Piano individuale di risparmio", che avrà carattere permanente, prevede che il risparmiatore retail possa «aprire un conto per una cifra determinata, con questo investire in fondi sulle Pmi e, posto che l'investimento sia tenuto per qualche anno, avere sul capital gain un trattamento più favorevole non solo del 26% ma anche del 12,5% dei titoli di Stato» ha spiegato la fonte.

Al momento però le bocche rimangono ufficialmente chiuse. Al Mef sembra si continui a guardare con interesse ai modelli dei Venture capital trust britannici e i Plan d'epargne en actions francesi, citati dallo stesso ministro Padoan in occasione del salone del risparmio, ma si trattarebbe comunque di misure più a sostegno della ripresa del consumo delle famiglie che di munizioni per rafforzare il capitale delle imprese.

Palazzo Chigi starebbe lavorando a un regime fiscale agevolato per incentivare i risparmiatori a investire in strumenti finanziari a sostegno delle piccole e medie imprese, con un'aliquota che dovrebbe essere inferiore al 12,5% applicato sui titoli di Stato. La misura sarà denominata “Piano individuale di risparmio" e avrà carattere permanente

Difficile, poi, dire se e quanto il premier Matteo Renzi intenda stanziare su queste misure visto che, anche da quello che è emerso in occasione del Def, la coperta è corta e il governo è alle prese con grane altrettanto consistenti come quella legata alla partita delle pensioni. Certo è, come dimostrano anche i dati della seconda edizione del Rapporto Pmi Mezzogiorno, curato da Confindustria e Cerved, in alcune aree del Paese non c'è più tempo da perdere. Dallo studio si evince che tra il 2007 e il 2013 il sistema di Pmi italiane si è ridotto di 13 mila società (-9%): il Mezzogiorno ha fatto registrare un saldo negativo di tremila unità (-11,7%).

La regione del Sud che ha visto ridursi maggiormente gli addetti delle Pmi tra il 2012 e il 2013 è stata la Calabria (-10,8%). A livello regionale, solo l'Abruzzo (29,6%) ha una quota di Pmi manifatturiere in linea con la media nazionale, mentre Calabria (13%), Sardegna (13,9%) e Sicilia (14,8%) presentano un valore decisamente inferiore sia rispetto alla media dell'Italia nel suo complesso che a quella del Mezzogiorno. Il tutto in un momento in cui Renzi, ha partire dall'annuncio del piano per la riqualificazione industriale del polo di Bagnoli alle svariate visite istituzionali in Campania, sta puntando molto proprio sul Sud. Ma non c'è solo il Meridione, tra crisi del sistema bancario e crisi del modello di sviluppo dell'Eurozona, tutto il sistema imprenditoriale italiano è alla disperata caccia di nuovo ossigeno, di capitale.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook