5 Maggio Mag 2016 0919 05 maggio 2016

"Se non interveniamo le nostre periferie diventeranno come le banlieue"

Una proposta di inchiesta parlamentare sui quartieri ai margini delle nostre metropoli. «Il degrado urbano e la mancata integrazione presto potranno creare dei rischi. In alcune realtà esistono già quartieri-ghetto, evitiamo che diventino luoghi di reclutamento per il fondamentalismo».

MARIO LAPORTA/AFP/Getty Images
Mario Laporta/AFP/Getty Images

Tra il degrado delle periferie e il disagio della popolazione straniera, presto anche l’Italia potrebbe conoscere il fenomeno delle banlieue parigine. A sollevare il caso è un documento depositato pochi giorni fa a Montecitorio. Una proposta di inchiesta parlamentare presentata da alcuni deputati di Area Popolare che chiede di monitorare le situazioni di maggior difficoltà ai margini delle nostre metropoli. Nessun allarme, almeno per ora. La situazione Italiana è molto diversa da quello che accade nel Nord Europa. Eppure anche da noi, specie nelle città maggiormente interessate da fenomeni migratori, alcune forme di quartieri-ghetto esistono già. Periferie caratterizzate da degrado e micro-criminalità, ma anche da un difficile livello di integrazione. È solo una questione di tempo? «In tutta evidenza - si legge nella proposta - la situazione italiana è migliore rispetto alle periferie delle grandi città francesi, del Belgio, dell’Olanda e dell’Inghilterra, solo perché l’immigrazione nel nostro Paese è un fenomeno più recente e solo da pochissimo tempo esiste una presenza di cittadini italiani, di altre etnie e religioni, che tecnicamente si possono definire di seconda generazione».

Adesso alcuni deputati chiedono una commissione per monitorare lo stato di degrado delle nostre periferie. «Una fotografia realistica, che non si accontenti dei luoghi comuni». La relazione che accompagna la proposta parlamentare parte dall’analisi dei fenomeni migratori nel nostro Paese. «Bisogna essere realisti - si legge - Le città, negli ultimi venticinque anni, sono profondamente cambiate e sicuramente uno dei tratti di maggiore cambiamento è legato all’incremento esponenziale della presenza degli stranieri nel nostro Paese». Il primo riferimento risale al 1990, quando fu regolarizzata la posizione di circa 200mila immigrati, in gran parte provenienti dall’area nordafricana. Sei anni dopo, secondo i dati della Caritas, in Italia erano presenti poco più di 900mila stranieri. Cifra cresciuta a 1.334.889 durante il censimento del 2001. E a due milioni nel 2005. «Secondo i dati dell’Istat relativi al bilancio demografico nazionale - spiega la proposta dei deputati - alla data del 1° gennaio 2015 risultavano regolarmente residenti in Italia 5.014.437 cittadini stranieri, pari all’8,2 per cento della popolazione residente». Una cifra non ancora definitiva. A cui vanno aggiunti gli oltre 600mila stranieri naturalizzati italiani, e gli stranieri irregolari, che il documento parlamentare stima intorno a 300mila unità.

La mancata integrazione. Stando a una recente indagine della Banca d’Italia, il 33,9 per cento delle famiglie straniere vive al di sotto della soglia di povertà. Percentuale che scende al 12,4 per cento considerando solo gli italiani

Ovviamente il problema non è la presenza di stranieri. Quanto, piuttosto, l'incapacità di un'adeguata integrazione. I dati dimostrano che troppo spesso gli stranieri in Italia devono vivere sulla propria pelle condizioni molto diverse dagli italiani. Un esempio? Stando a una recente indagine della Banca d’Italia, il 33,9 per cento delle famiglie straniere vive al di sotto della soglia di povertà. Percentuale che scende al 12,4 per cento considerando solo gli italiani. Non solo. Confrontando le condizioni abitative si scopre che il 36,7 per cento degli stranieri vive in condizioni di sovraffollamento (gli italiani sono il 9,9 per cento). Mentre la dimensione media delle abitazioni per gli immigrati è di 68 metri quadrati, «35 in meno rispetto a quelle degli italiani».

«Se non si investe in modo accurato, specifico e intelligente sui temi della sicurezza e dell’integrazione nelle grandi città, le periferie (come di fatto avviene già oggi nel contesto carcerario) potranno diventare luoghi di reclutamento e incubatori del fondamentalismo»

E così tra qualche anno anche l’Italia potrebbe conoscere il fenomeno delle banlieue. Anche se siamo ancora lontani dalle realtà di Francia e Belgio, «è evidente che nelle città italiane maggiormente interessate dai fenomeni migratori esistono già dei quartieri-ghetto caratterizzati da una presenza totale o prevalente di stranieri residenti. Quartieri che sono progressivamente abbandonati dagli italiani e che già oggi presentano serie problematiche legate al degrado, alla presenza di micro-criminalità, nonché alla possibilità di accesso e di controllo da parte delle Forze dell’ordine». Il degrado urbano e il disagio degli abitanti finiscono per diventare «un elemento di rischio rispetto al quale prestare attenzione». Proprio con riferimento al richiamo del fondamentalismo religioso. La proposta di inchiesta parlamentare descrive la situazione nel Nord Europa, alla luce delle indagini che hanno seguito gli ultimi attentati terroristici in Francia e Belgio, ma anche del censimento dei foreign fighters già arruolati dallo Stato Islamico. Il percorso che ha avvicinato alla radicalizzazione e poi all'arruolamento, è simile in gran parte dei casi. «La maggior parte degli attentatori di Parigi e Bruxelles - si legge - è costituita da cittadini di Paesi europei, figli di immigrati di prima generazione, nati e vissuti nelle periferie delle grandi capitali. Molti di loro provengono da situazioni di povertà metropolitana e hanno vissuto in modo conflittuale l’integrazione attraverso esperienze di microcriminalità, di detenzione e di tossicodipendenza».

Potrebbe accadere anche in Italia? «Per quanto riguarda il nostro Paese, venticinque anni di immigrazione e la sua stessa evoluzione demografica hanno profondamente cambiato la fisionomia delle città e in modo particolare delle periferie. Anche se non ci sono stati fenomeni simili a quanto accaduto nelle grandi capitali europee, non è da escludere che in futuro, qualora non si investa in modo accurato, specifico e intelligente sui temi della sicurezza e dell’integrazione nelle grandi città, le periferie (come di fatto avviene già oggi nel contesto carcerario) possano diventare luoghi di reclutamento e incubatori del fondamentalismo». E così la chiave diventa la prevenzione. La riqualificazione delle aree urbane. «Bisogna, insomma, trasformare un problema in una opportunità». Per valorizzare la “ricchezza umana e le potenzialità sociali” già presenti, le periferie vanno riportate simbolicamente al centro della città. «Le periferie non possono continuare a essere considerate marginali, sono città a pieno titolo, luoghi di incontro, di lavoro e di aggregazione: luoghi dove la diversità può divenire ricchezza».

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