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#GENERAREFUTURO
6 Maggio Mag 2016 1707 06 maggio 2016

Gli artigiani hanno un futuro davanti, alla faccia dei venditori di fumo

Si può avere successo anche rimanendo in settori tradizionali, anche se non si studia nelle università di prestigio o non si passano anni all’estero. Lo racconta un viaggio tra 30 under35 alla guida di imprese artigiane. Il segreto? Tanto lavoro e la capacità di capire in fretta la propria strada

Artigiano Qualità
(Chris Ratcliffe/Getty Images)

Qualcuno ci salvi dai luoghi comuni, che sono tanti e che quando si parla di lavoro e imprese si ammantano di parole d’ordine lanciate anche delle cattedre universitarie più prestigiose. Abbiamo imparato, nell’ordine, che il piccolo è brutto, che la famiglia è nepotismo, che l’imprenditore è un evasore e che il manifatturiero è morto o destinato a finire nei Paesi occidentali. Non solo: abbiamo imparato che tra due giovani imprenditori, quello più bravo è quello che ha fatto tanta esperienza all’estero. Possibilmente in un’università prestigiosa seguita da un master. Che tra due giovani imprenditori, quello che è passato da una grande azienda o più di una vale immensamente di più di chi è rimasto nella provincia a fare un solo lavoro, magari in una sola impresa. Da una parte il futuro, dall’altra parte un residuato bellico, conservatore e pure un po’ di coccio. Tutti queste convinzioni, tuttavia, hanno l’aspetto di falsi miti. O quantomeno fanno a pugni, a volte proprio a ceffoni, con la realtà. A darcene una dimostrazione è un viaggio bello lungo, di 5.000 chilometri sulle strade di tutta Italia, che ha compiuto Marina Puricelli, docente di Fondamenti di Organizzazione alla Bocconi e alla Sda Bocconi, con l’aiuto del docente dell’Università di Aosta Paolo Preti. Ne è scaturito un libro dirompente, “Il futuro delle mani” (Egea, 2016, 170 pagine, 19.90 euro), dedicato alle storie di 30 artigiani under 35 alla guida di imprese e degli ingredienti alla base del loro successo, inspiegabile secondo le teorie più in voga.

Le storie sono state selezionate da Confartigianato e tra di queste non c’è neanche quella di un maker e solo un paio sono startup con componente digitale spinta. I ragazzi descritti, fabbricanti di gioielli, di scarpe, di bomboniere, perfino fabbri, sono persone normali. «Non ho incontrato dei fenomeni, nessuno era un bambino prodigio o un genio alla Steve Jobs», dice la docente. Non tutti sono laureati, anzi, molti non finiscono neanche gli istituti tecnici o professionali. Ben pochi, tra i laureati, hanno frequentato la scuola “giusta” e l’università di grido. Hanno però saputo trarre il meglio dalle loro esperienze, anche solo sapendo individuare un maestro nel mare di docenti e usando la burocrazia degli atenei come una palestra per quello che li avrebbe attesi.

A questo punto si può obiettare che questa impostazione mette in discussione il ruolo della scuola e dell’università come ascensore sociale: non tutti hanno la fortuna di essere figli di imprenditori e la scuola è il modo per offrire a tutti una via d’uscita da una condizione di marginalità. L’intento dell’autrice sembra però diverso, quello di demitizzare l’idea che un percorso di studi assicuri di per sé il successo nell’attività imprenditoriale.

Abbiamo imparato che tra due giovani, quello più bravo è quello che ha fatto tanta esperienza all’estero. E che chi è passato da una grande azienda o più di una vale di più di chi è rimasto nella provincia a fare un solo lavoro. Da una parte il futuro, dall’altra parte un residuato bellico, conservatore e pure un po’ di coccio. Tutti queste convinzioni, tuttavia, sono falsi miti

L’ingrediente segreto sembra un altro: tutte le persone sentite sono dedite in modo quasi sacrale alla propria aziendina. È la regola delle 10mila ore, inventata da K. Anders Ericsson e ripresa dalla Puricelli: per conoscere un settore, specie quelli con forte complessità tecnica ed esperienziale, come le scarpe di alta qualità, non bastano i pochi mesi necessari per mettere su un’app. Alle aziende servono anni, una crescita lenta e con radici piantate. È la via italiana alle startup, lontana anni luce dalla logica della crescita a ritmi elevatissimi allo scopo di realizzare una exit (cioè di vendere) tipica appunto delle startup californiane.

Ma anche alle persone servono anni, necessari per assimilare tutte le sfumature e i meccanismi del caso. Poi scatta la capacità di innovare, in modo sostanziale. «È il mondo della miniera contrapposto a quello dei surfisti», spiega Puricelli, dove i minatori si prendono una bella rivincita. «Ci raccontano che bisogna esporsi a più esperienze possibili, ma l’esposizione superficiale e mordi e fuggi a mille stimoli rischia di disorientarli». Le storie del libro sono piene di racconti di anni infantili passati nei capannoni o negli scantinati sotto casa. Si comincia con i pomeriggi a giocare tra gli attrezzi, poi con i lavoretti estivi, poi con il part-time. Spesso ci sono uscite nel vasto mondo, seguite da un “richiamo della foresta” che arriva in genere presto: i giovani artigiani incontrati dai due docenti a 30 anni si ritrovano con 10 o 15 anni di esperienza alle spalle. «Sono persone compiute», li definisce la Puricelli. Molto più compiute di chi è destinato a essere un “qualcosista” (copyright Giovanni De Rita) a 27-28 anni dopo laurea, master e neanche un giorno in azienda.

Sono anche persone che a un certo punto hanno preso una decisione. È a quel punto, quando la strada viene intrapresa, che scatta una motivazione intrinseca che la docente paragona a un lievito che viene dall’interno. Ha una particolarità: è più forte dei “meccanismi premianti” messi a punto dalle grandi aziende o dai grandi studi professionali. Altro mito da abbattere. «Vuole la mia opinione? Quei metodi riducono i ragazzi in topi da laboratorio: in vista di un obiettivo li fai pedalare. Ma sono i meccanismi che portano le persone dritte al burnout a 40 anni», dice l’autrice de “Il futuro delle mani”. Meglio il metodo di “Gran Torino”, il film in cui Clint Eastwood insegna a un ragazzino ad avere fiducia in se stesso imparando a fare riparazioni con i suoi attrezzi. «Qui gli adulti ci hanno sempre lanciati nel vuoto, assicurandosi di dotarci di un buon paracadute. Ci hanno lasciati cadere e farci magari anche un po’ male. Così abbiamo imparato a gestire le ferite e a fare meglio la volta successiva». A parlare è Elisa Tatano, giovane siciliana di Cammarata, una dei tanti cugini che lavorano nell’azienda di famiglia, nel settore delle caldaie a biomasse. A lei è stata affidato un ruolo di responsabilità nella filiale dell’azienda appena aperta a Piacenza.

Una clip da “Gran Torino”

Alle persone servono anni, necessari per assimilare tutte le sfumature e i meccanismi del caso. Poi scatta la capacità di innovare, in modo sostanziale. È il mondo della miniera contrapposto a quello dei surfisti

Dove ci sono giovani artigiani che hanno fatto la propria scelta, ci sono genitori che gliel’hanno lasciata fare. Facile a dirsi, molto meno a farsi. C’è la madre medico che vede la figlia giovanissima passare notte e giorno in una distilleria di liquori, in compagnia di un signore anziano, un uomo corpulento, d’altri tempi, con barba e baffoni bianchi, che gli passa tacitamente i segreti del mestiere. «Sono anch’io madre, di due figlie, mi chiedo cosa avrei pensato io in quell’occasione. Mi rendo conto di quanto sia difficile fare un passo indietro, evitare di riversare sui figli le proprie aspettative». Cosa producano le aspettative lo ha genialmente messo in scena anni fa Antonio Albanese, nei panni di Ivo Perego e della sua epopea del capannone piccolo, grande, grandissimo col passare delle generazioni. «Il passaggio da fare, per un genitore, è non guardare a cosa faccia un figlio ma quali risultati un lavoro produce su di loro». La felicità di entrare al lavoro, per esempio. Una realtà che permette a Marina Puricelli di dare un’altra picconata a una convinzione diffusa: che la felicità coincida con il prestigio dell’azienda in cui si lavora, magari una grande multinazionale della consulenza. «L’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra». Lo diceva Primo Levi ne La chiave a stella.

La carrellata di convinzioni da mettere almeno in discussione si allarga a molti altri temi: la dimensione provinciale viene rivalutata, a discapito di quella cittadina, perché capace di dare radici in grado di dare alle aziende e alle persone un’identità forte che permette loro di incontrare l’altro con più facilità. All’indirizzo di chi è convinto che passare lunghi periodi all’estero valga di per sé a diventare persone brillanti, la docente bocconiana sfodera un proverbio veneziano: «Viazar descanta, ma chi parte mona torna mona» («Viaggiare apre la mente ma chi parte stupido stupido torna»).

Dove ci sono giovani artigiani che hanno fatto la propria scelta, ci sono genitori che gliel’hanno lasciata fare. Facile a dirsi, molto meno a farsi

È tutta una questione di impegno e motivazione? No, altrimenti non si spiegherebbe perché la crisi ha spazzato via messe di piccole imprese artigiane. La via della conservazione non regge, libri come Il più grande uomo scimmia del Pleistocene, di Roy Lewis, ci hanno convinto una volta per tutte che chi si rifiuta di scendere dall’albero fa sempre una brutta fine. Ci vuole ancora dell’altro. I giovani artigiani di successo non sanno solo fare bene una grappa o una caldaia. Mostrano spesso un cocktail molto contemporaneo tra capacità manuali, meccaniche, informatiche, digitali. «Sono competenze necessarie perché consentono di proporre in chiave moderna le tradizioni della manifattura italiana andando ben oltre il fenomeno americano dei maker», scrive Puricelli. Non basta saper produrre una cosa bene, con le mani o col mouse. Se così fosse l’artigiano sarebbe solo, «incapace di fare impresa, di costruirsi una squadra, di coordinarla e gestirla per seguire traguardi che vanno oltre la portata del singolo». Comunicazione e finanza sono due parole che danno l’idea di quel che serve. Poi servono le famose hard e soft skill. La docente di organizzazione arriva a quella che nella sua materia è un’eresia: mettere in discussione i metodi con cui vengono veicolate le competenze soft, come parlare in pubblico, lavorare in gruppo, negoziare. Non siamo sulle posizioni di Salvatore Settis, ma tutto questo non serve se non si mette al centro la persona che le deve usare. Il tutto deve portare a innovazione, altrimenti si muore.

La via della conservazione non regge, libri come Il più grande uomo scimmia del Pleistocene, di Roy Lewis, ci hanno convinto una volta per tutte che chi si rifiuta di scendere dall’albero fa sempre una brutta fine

Ne è un esempio la storia di un fabbro. Ferro e fuoco, braccia che compiono antichi gesti, un’immagine da presepe più che da Paese occidentale del XXI secolo. Eppure l’azienda Mario Sampietro, di Lipomo (Como), dopo anni di crisi si è ripresa e realizza l’80% del fatturato esportando in varie parti del mondo. Alla sua guida c’è un giovane, Mario Isacco, figlio di uno dei due fratelli fondatori. Laurea, lavoro nell’ufficio tecnico nella multinazionale ABB, poi la voglia di rientrare nell’azienda di famiglia. Quando ottiene un ruolo di responsabilità, fa partire il piano per cambiare alcuni aspetti strutturali dell’azienda: meno costi fissi di produzione, nuovo controllo di gestione, un project manager e un’impiegata amministrativa, tanta comunicazione e legami con il mondo del design. Con questo assetto, l’azienda torna in piedi. C’è anche il lato triste: uno scontro con uno zio, che poi esce dalla fabbrica assieme ai figli. È un elemento che nelle storie ricorre spesso, ma in genere è salutare. «Una certa dose di conflitto tra i fondatori e i giovani della generazione successiva in azienda è necessaria» spiega Marina Puricelli. Un’azienda in cui i giovani si lasciano schiacciare dalla personalità del genitore o dove per quieto vivere non cambiano una virgola, è destinata a invecchiare, assieme al suo padre-padrone. L’importante è non cadere nell’estremo opposto: sfigurare un’azienda. «I giovani che fanno tabula rasa della storia dell’azienda, soprattutto quando lo fanno per autolegittimarsi, sono quelli che portano dritto alla fine di una società». È questione di equilibrio, non è mica facile, cantavano i Baustelle.

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