10 Maggio Mag 2016 1426 10 maggio 2016

Dai Cani a Calcutta ai Thegiornalisti, De Andrè avrebbe disprezzato i neo-cantautorelli

Ipotesi distopica: con quali autori De Andrè avrebbe dialogato oggi? Non certo con chi ha imparato quattro accordi senza il barrè

Schermata 2016 05 09 Alle 07
da Youtube

Alcuni giorni fa Dagospia ha cercato di riaprire una vecchia diatriba riguardo a Faber. Riprendendo un interessante articolo di Alessio Lega uscito per il nuovo bimestrale Vinile, un articolo in cui il cantautore anarchico affrontava con piglio filologico e l'amore del fan tutta la discografia deandreiana evidenziando tributi più o meno espliciti a altri autori, collaborazioni varie, da De Gregori a Bubola, passando per Pagani e Fossati, quasi sempre cannibalizzanti e totalizzanti (uso i toni dagospiani, intendiamoci).
Ora, sbollita la sterile polemica scatenatasi online, è forse il caso di fare un ragionamento, proprio a partire dall'interessante scritto di Lega. Un ragionamento che verte non tanto su De Andrè, autore scomparso e la cui analisi viene già ampiamente affrontata da altri critici, quanto sulla realtà del cantautorato italiano.

Sul fatto che Fabrizio De André sia stato un eccelso intercettatore di talenti nessuno ha dubbi o qualcosa da ridire. Capace come nessun altro, in Italia, di attirare a sé voci uniche, capaci poi di dare al suo fianco, quasi sempre, il meglio di loro, il cantautore genovese è stato in grado, nel corso di una lunga carriera di mettere in evidenza talenti incredibili, riuscendo attraverso di loro a spostare la propria ispirazione altrove, posizionando il proprio piano di ricerca su territori differenti, dall'America di Spoon River affrontata con la Pivano al Mediterraneo di Pagani. Chiaramente sminuire il valore autoriale di De Andrè per la scelta, cosciente, di collaborare con altri è accusa pretestuosa e ridicola, va invece riconosciuto una ulteriore cifra del cantautore genovese, saper trarre il meglio da chi aveva intorno, spesso prima di chiunque altro, si veda Massimo Bubola o il giovane Francesco De Gregori, in tutti i casi sempre al massimo. Poi, altrettanto chiaramente, va detto he la poetica deandreiana è talmente ben definita da non poter trascendere da De Andrè stesso, nell'affrontarla, prova ne è l'incapacità, spesso, degli autori con cui si è confrontato di toccare gli stessi vertici in sua assenza.
Ora, il ragionamento che vorremo fare in questa sede, non per cavalcare la polemica, altrimenti l'avremmo fatto a ridosso dell'uscita di Dagospia, ma proprio per affrontare ulteriormente lo stato dell'arte attuale del panorama musicale italiano, è con chi, fosse ancora vivo, oggi si sarebbe mai potuto confrontare Faber.

Il solo pensiero che un De Andrè avrebbe dovuto guardare alla produzione dei nuovi cantautori per orientarsi o anche solo per scegliere con chi collaborare mette i brividi. Ve lo vedete Faber lì, nella sua casa in Sardegna, mentre ascolta con un vecchio stereo con ancora il vinile, che so?, I Cani?

Esiste, in sostanza, oggi, un cantautore non ancora emerso del tutto, o in cerca della consacrazione definitiva (si tratti di consacrazione nel mainstream o in ambito indie) che potrebbe ambire a essere attirato come una falena dalla luce al cospetto di un mostro sacro come De Andrè? Stiamo ragionando per assurdo, un po' come se fosse possibile aprire una delle tanto note sliding doors e gettare lo sguardo su una realtà parallela. Ma il nuovo cantautorato, in effetti, credo sia affrontabile solo con piglio fantascientifico, anzi, con spirito distopico.

Perché, diciamocelo chiaramente, il solo pensiero che un De Andrè avrebbe dovuto guardare alla produzione dei nuovi cantautori per orientarsi o anche solo per scegliere con chi collaborare mette i brividi. Ve lo vedete Faber lì, nella sua casa in Sardegna, mentre ascolta con un vecchio stereo con ancora il vinile, che so?, I Cani? Cosa avrebbe potuto pensare? Che il futuro non è nei suoni provenienti dalle varie tradizioni folkloristiche dei paesi del mediterraneo, come gli era capitato di fare in passato, al fianco di Pagani, e poi di Fossati, ma nell'uso infantile delle pianole, tipo Bontempi suonata con tre dita? Oppure ve lo immaginate intento a studiare le canzoni di Dente? Subito dopo lui, il ciuffo a coprire il viso segnato, intento a cancellare i suoi versi dal quaderno dove era solito appuntarli, troppo lunghi, troppo profondi, troppo poetici. Meglio qualcosa di decisamente più superficiale, giovanilistico. Magari, ispirandosi a qualche post su Facebook, usando frasi che sembrano slogan buoni per intitolarci poi una commedia sentimentale con Raoul Bova.

Discorso valido, questo, per un po' tutta la nuova scena cosiddetta indie. Da Lo Stato Sociale a Thegiornalisti, da Calcutta a Le luci della centrale elettrica. Ecco, magari in alcuni casi il talento è più visibile, seppur seppellita dietro barbe lunghe e maglioni a strisce orizzontali, ma l'attitudine di fondo appare sempre la medesima. Zero approfondimento sul fronte melodico e armonico. Zero, ma forse anche sotto zero, approfondimento sul fronte arrangiamenti, con una sciatteria di fondo davvero avvilente. Il lo-fi, depotenziato dalla reiterazione e dalla decontestualizzazione, scorciatoia per superare a destra mancanze artistiche piuttosto evidenti. Prendete il più urticante spirito punk e imborghesitelo, ma sempre con l'effetto “questo non ha mai imparato a fare il barre”, ecco, questa la situazione che si troverebbe di fronte. Niente world music, quindi, niente ballate francesi, niente poesia delle praterie americane. Chitarre calanti e pianole, tali da far suonare il kazoo che entra nel secondo special de La domenica delle salme come la sezione d'archi dell'Orchestra Filarmonica di Londra. Ecco, proprio un brano come quello, ma l'elenco potrebbe quasi essere infinito, dimostra come non è l'eccessivo utilizzo di strumenti a sancire la differenza tra un capolavoro e una canzoncina destinata, si auspica, alla prossima dimenticanza. Una chitarra arpeggiata ossessivamente, da quel mostro di Michele Ascolese, un violino vagamente zigano che entra nel primo special, un kazoo che entra nel secondo, entrambi ad opera di Mauro Pagani, su tutto la sua voce, profonda come la notte, un testo che da solo potrebbe valere la bibliografia di uno dei tanti scrittorini attuali, non a caso così infatuati dalla cifra della nuova scena musicale italica, una faccia una razza.

Prendete il più urticante spirito punk e imborghesitelo, ma sempre con l'effetto “questo non ha mai imparato a fare il barre”, ecco, questa la situazione che si troverebbe di fronte. Niente world music, quindi, niente ballate francesi, niente poesia delle praterie americane

​Una canzone, questa, ma ripeto l'elenco sarebbe lungo e quasi imbarazzante, che suona oggi attuale e tragicamente incisiva come quando uscì, e sono passati ventisei anni. Ecco, se ci riuscite provate a immaginarvi come suoneranno tra ventisei anni brani come Mi sono rotto il cazzo de Lo Stato Sociale, per altro una delle loro migliori, o Promiscuità dei Thegiornalisti, o anche Kurt Cobain di Brunori Sas o Cara Catastrofe di Vasco Brondi. Provateci, poi correte in cucina, aprite la dispensa dove tenete i detersivi e abusate di Nelsen Piatti, non vi farà benissimo, ma almeno avrete altro a cui pensare, almeno per qualche ora.

In questa catastrofe generale, perché anche le belle intuizioni di un Calcutta, tipo Frosinone, al confronto con un mostro sacro come De André suonerebbero agghiaccianti, c'è forse un solo nome che potrebbe salvarsi. Nome che sta lì, al confine tra questa generazione di neocantautorini con chitarrine e quella più seria dei cantautori veri e propri, rimasto, per dire, fuori dal pezzo sulla scena romana per mera questione anagrafica, classe 1979. Parlo di Alessandro Mannarino, un artista con una sua cifra interessante, una penna originale, una lingua fintamente sporca, ricercata. Chiaro, a vederlo col cappellino in testa, i baffi folti, viene voglia di prenderlo a pizze in faccia, ma se esiste una speranza per questa nuova generazione, è sicuramente lui. Sarebbe bello, oggi, sentire il suo pop-rock dalle pesanti venature folk, tra Roma e la Spagna, confrontarsi con una produzione seria, adulta. Vederlo abbandonare ulteriormente i sicuri lidi fin qui affrontati, magari andando bagnarsi altrove, un po' come è capitato a Vinicio Capossela nel corso della sua lunga carriera.

Ecco, per chiudere il giochino distopico messo in scena, un incontro tra Fabrizio De Andrè e Alessadro Mannarino ci sarebbe piaciuto, sicuramente in un bar, del Pigneto come di Tempio Pausania, in Gallura. Magari il tutto sarebbe finito solo in una generosa bevuta a base di vino consumato in quei bei bicchieri squadrati da osteria, ma almeno ci avrebbero provato.

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