16 Maggio Mag 2016 0608 16 maggio 2016

Disastro Venezuela, tra crollo economico e allarme sicurezza addio al sogno bolivariano

Parte con due milioni di firme il referendum per destituire Nicolas Maduro, mentre l'inflazione è al 500 per cento, il Pil a -5, e la delinquenza ancora in crescita. Ritratto di un paese sull’orlo del baratro

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INTI OCON/Getty Images

Sarebbero bastate 195.721 firme, ne sono arrivate circa due milioni e adesso, salvo intoppi, partirà l’iter del “revocatorio”, il referendum popolare con cui l’opposizione venezuelana cercherà di destituire il presidente Nicolas Maduro. Dopo la grande vittoria elettorale dello scorso dicembre, gli avversari dell’erede designato di Hugo Chavez hanno alzato l’asticella, avviando la procedura garantita dall’articolo 72 della Costituzione bolivariana. Adesso il Consiglio Nazionale Elettorale, considerato vicino al governo, concluderà il conteggio e verificherà le firme, fino al 2 giugno. L’opposizione, che avrebbe preferito un calendario più rapido, protesta, anche perché la questione delle date è essenziale: se il mandato fosse revocato entro il 10 gennaio, si dovrebbe rivotare, altrimenti sarebbe il vicepresidente a concluderlo. Intanto venerdì Maduro ha stretto ulteriormente la morsa, proclamando lo stato di emergenza per 60 giorni, in modo da “proteggere il Paese dalle minacce esterne ed interne”.

Come si è arrivati a questo recall in salsa sudamericana, a soli 3 anni dall’elezione del delfino del Redentor? La risposta va trovata in una crisi che è duplice, istituzionale ed economica. Da una parte, l’impasse politico, con il Parlamento in mano all’opposizione che si vede bocciare le leggi dalla Corte Suprema, opportunatamente rimodellata, con l’elezione di 12 nuovi giudici, prima che le chiavi delle nomine passassero in mano agli avversari (una norma su tutte, l’amnistia per i prigionieri politici, respinta con la paradossale motivazione che in questo modo sarebbe stato negato loro il diritto a una piena assoluzione). Dall’altra, il crollo economico, con un’inflazione a tre e, in prospettiva, quattro cifre – 500 per cento nel 2016, 1.600 per cento nel 2017, secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale – e un tasso di povertà che cresce in maniera accelerata.

Come si è arrivati sull'orlo del baratro per il Venezuela? Da una parte l'impasse politica. Dall'altra il crollo economico, con un'inflazione del 500 per cento nel 2016

Il simbolo del collasso è la carenza di energia elettrica, nel Paese che detiene le maggiori riserve petrolifere del pianeta. L’elettricità viene fornita in gran parte – 70 per cento – dalla centrale idroelettrica di Guri e la siccità degli ultimi tempi ha causato una crisi energetica dagli effetti grotteschi. C’è ormai un’ampia letteratura sulle iniziative partorite dal governo per risparmiare energia: consigli domestici alle donne – non usate il phon! – settimana di lavoro ridotta a due giorni per i dipendenti pubblici, persino la modifica del fuso orario.

È evidente che non sarà la danza della pioggia a risolvere i problemi strutturali di un Paese il cui modello di sviluppo si è rivelato fallimentare: si è puntato troppo sul petrolio (96 per cento dell’export) e quando il prezzo internazionale è crollato si sono aperte voragini di bilancio. Non si è investito abbastanza nelle infrastrutture, in epoca di vacche grasse, e non si è diversificato il sistema economico. Adesso che le entrate scarseggiano, la crisi è sociale. L’autarchia è impossibile, l’economia reale soffre perché il Venezuela non è in grado di bastare a se stesso e non ha il denaro per importare dall’estero: gli scaffali dei supermercati sono vuoti, i medicinali scarseggiano, spesso manca l’acqua potabile perché gli impianti di depurazione non funzionano.
L’inflazione non rende l’economia competitiva, arrivano spesso prodotti scaduti o vicini alla scadenza, prospera il mercato nero. Molti cantieri sono fermi, perché le compagnie straniere non state retribuite, e nei tribunali internazionali ci sono parecchi contenziosi legali, a causa degli espropri del governo, senza indennizzi o con indennizzi non congrui.

Caracas è considerata la città più violenta del mondo e, secondo le statistiche ufficiali, in Venezuela ci sono ogni anno 14.000 omicidi, anche se altre fonti parlano di 28.000 morti violente, quasi un venezuelano su 1.000

Le tensioni sociali si riverberano sul fronte della sicurezza: Caracas è considerata la città più violenta del mondo e, secondo le statistiche ufficiali, in Venezuela ci sono ogni anno 14.000 omicidi, anche se altre fonti parlano di 28.000 morti violente, quasi un venezuelano su 1.000. Nell’era chavista, grazie alla bonanza petrolifera, il Pil pro capite era raddoppiato (2006-2012), poi si è dimezzato, segno che l’economia non è stata in grado di reagire agli shock. Chavez ha avviato programmi di redistribuzione sociale, migliorando le condizioni di vita, soprattutto nelle campagne, ma non è stato in grado di costruire un modello di sviluppo che desse al Venezuela un futuro. Maduro non ha il carisma del Redentor, e la sua popolarità, ora ai minimi termini, è sempre stata distante da quella del suo predecessore, eppure i problemi strutturali non nascono certo oggi. Il socialismo del XXI secolo non ha lasciato spazio all’iniziativa privata, tanto che nelle classifiche internazionali sulla libertà economica il Venezuela è 176esimo (su 186 Paesi). Il petrolio venezuelano, in particolare quello dell’Orinoco, è molto pesante, la sua estrazione è costosa, per cui la produzione, malgrado i programmi chavisti – 6 milioni di barili al giorno – è scesa ai livelli degli anni Cinquanta (poco più di due milioni).

Cancellerie ed investitori internazionali si interrogano sulla possibilità che il Paese faccia default. Il rapporto debito/Pil in realtà non è elevato, anche se è cresciuto parecchio negli ultimi anni, ma il deficit corre (20 per cento nel 2015) e l’economia si contrae (-5,7 per cento). Negli ultimi anni il Venezuela si è mantenuto grazie ai prestiti cinesi; Pechino è anche il principale acquirente di petrolio, assieme – paradosso - agli Stati Uniti. A Washington, dove il regime change è certamente visto di buon’occhio, si vagliano le possibilità, dal revocatorio all’idea che Maduro venga scaricato dai suoi. L’arena politica resta fortemente polarizzata, mentre le strade si riempiono: i sostenitori del presidente ricorrono a un plot classico, quello del complotto imperialista, l’opposizione chiede un referendum in tempi brevi e la liberazione dei prigionieri politici, a partire da Leopoldo Lopez e Antonio Ledezma. Se finale di partita sarà, l’auspicio è che non sia violento.

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