19 Maggio Mag 2016 1400 19 maggio 2016

Belgio-Italia, modelli di debito pubblico a confronto

Molte le somiglianze fra i due Paesi, ma dagli anni Ottanta in poi le cose sono cambiate: taglio dei sussidi alle imprese, riforma delle pensioni e sforbiciate al settore pubblico valgono 30 anni di conti in attivo

Belgio
FILIP DE SMET/AFP/Getty Images

Chi ricorda l’Eurotassa introdotta il 30 dicembre 1996 dall’allora ministro del Tesoro Ciampi del governo Prodi? Era il tentativo di abbassare il deficit sul Pil dello 0,6% per centrare il principale dei parametri di Maastricht, il famoso 3%, fino a quel momento superato, e di molto, dalle nostre finanze. La mossa, naturalmente contestatissima, faceva parte della strategia messa in atto per ridurre l’enorme debito che si era accumulato nei decenni, il 124% del Pil, quel moloch che a giudizio di molti non solo è inamovibile, ma il cui tentativo di abbatterlo è anche nocivo per l’economia reale, per l’eccessiva austerità di cui vi sarebbe bisogno per il taglio de debito.

Eppure vi è stato un Paese che partendo da livelli peggiori dei nostri è riuscito a mettere a segno una diminuzione del rapporto debito/Pil senza precedenti, con uno sforzo di cui si vedono i frutti anche oggi. È il Belgio, Paese famoso tra gli anni ‘80 e ‘90 non solo per la birra e il cioccolato, ma anche per il debito, al 134% sul Pil nel 1993, superiore anche a quello italiano. Nel 2007 il livello era sceso all’84%, mentre l’Italia galleggiava tra il 104% e il 106%.

Con il nostro Paese il Belgio ha sempre avuto molte caratteristiche in comune: altissimo costo del lavoro (il secondo maggiore d’Europa dopo la Francia), alta imposizione fiscale, grande settore pubblico, welfare assistenziale, panorama politico instabile e fatto di molti partiti e molte crisi di governo. Cosa era accaduto allora? E cosa aveva fatto il Belgio di diverso dall’Italia? Innanzitutto aveva iniziato prima di noi quell’aggiustamento fiscale necessario dopo la sbornia, tipica di tutta l’Europa, di spesa pubblica e aumenti salariali degli anni ‘70 e dei primi anni ‘80.

Come mostra il prospetto dell'Fmi l’avanzo primario, ovvero la differenza tra entrate e uscite (al netto degli interessi sul debito), che sfiorava il -10% nel 1981, volava al 4% a fine decennio, diventando positivo nel 1986, cinque anni prima che nel nostro Paese. Taglio dei sussidi generosissimi alle imprese, riforma delle pensioni con allungamento dell’età pensionabile, sforbiciate al settore pubblico e ai sussidi di disoccupazione, in parte temi che si sono posti anche in Italia, sì, ma solo negli ultimi dieci anni. Queste alcune delle mosse che hanno portato il Belgio ad avere stabilmente più di 30 anni di conti in attivo, in media al 5,1%, non calcolando gli interessi.

L’Italia raggiunse invece il picco di avanzo primario (del 6,1%) nel 1997 per poi vederlo man mano azzerarsi fino al 2006. In particolare negli anni Duemila nonostante non fosse ancora giunta la grande crisi i governi pensarono che non vi era più urgenza di un risanamento e letteralmente si “mangiarono” questo margine.

Nel complesso, prima del 2008, il nostro avanzo primario medio fu del 2,7% del Pil, la metà di quello del Belgio. Cosa mancò nel nostro Paese? La coerenza innanzitutto. In pieno stile italico si agì sull’onda dell’emergenza, con un grande sforzo nel 1996 per non mancare l’incontro con la moneta unica, per poi dimenticarsi in fretta della reale ragione per cui un Paese con alto debito deve avere le uscite molto inferiori alle entrate, e già dai governi D’Alema e Amato nel 2000 e poi soprattutto con quelli Berlusconi finì tutto in cavalleria. Le ragioni erano sempre le stesse, quelle politiche, elezioni locali o nazionali sempre imminenti, equilibri interni, impopolarità di tagli neanche tentati in verità.

Un’altra differenza è appunto lo strumento usato per il risanamento, nel caso del Belgio una spending review negli anni ‘80 che renderà molto più graduale l’aggiustamento necessario negli anni ‘90 per entrare nell’euro. Al contrario dell’utilizzo quasi esclusivo dell’aumento delle imposte nel caso italiano, visto che la spesa primaria continuò ad aumentare allo stesso ritmo, quello del 3%.

Tra l’altro la strategia belga, graduale e coerente, in contrasto con quella italiana erratica e tassaiola, fu portata avanti da governi di colore differente, che seppur guidati in gran parte dai cristiano democratici includevano sia i liberali, negli anni ‘80, sia i socialisti, negli anni ‘90, e persino i verdi negli anni 2000. Ma perchè oggi dovrebbe essere importante questo excursus storico? Perchè quanto accaduto 20 e 30 anni fa ha conseguenze importantissime su quanto sta succedendo oggi.

Il Belgio, benintesi, è rimasto un Paese con moltissimi difetti, di quelli che noi conosciamo bene, con un costo del lavoro che è cresciuto dal 2005 più che nella media europea e anche più che in Francia, e una produttività totale dei fattori che negli anni Duemila è diminuita, al contrario della gran parte dei Paesi del centro-nord Europa, e tuttavia ha potuto vantare una crescita del Pil superiore alla media della zona euro, come vediamo grazie a Eurostat.

Il debito è risalito, certamente, ma grazie al calo precedente ora non supera il 94%, e di conseguenza la tensione sui titoli sovrani è stata certamente inferiore a quella che ha colpito Spagna e Italia, come mostrano i prezzi dei credit default swaps.

Ciò che forse è più importante, l’occupazione, è andata sempre meglio che nel resto della media europea.

Di fatto grazie al risanamento effettuato a partire da 30 anni or sono, e poi non gettato alle ortiche, l’austerità necessaria dopo la grande crisi del 2008-2009 è stata decisamente minore. Sarebbe banale scomodare la solita metafora della cicala e della formica, ma senz’altro se una lezione si può trarre dal caso belga per tutti i Paesi come il nostro con alto debito, alta tassazione e bassa produttività, è che è proprio nei momenti in cui sembra non ve ne sia bisogno che non si deve lasciar passare il treno del risanamento e della spending review, senza aspettare lo spread a 500 e lo spettro del default. E’ proprio in periodo di agognato “segno più” che più che agli zero virgola di flessibilità e spesa aggiuntiva i Paesi più responsabili pensano al destino delle generazioni future.

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