La retorica del macho-boss

La figura del maschio nel panorama delle famiglie mafiose è sempre stata quella del macho. Uccidere a sangue freddo è lecito e doveroso, essere gay non è ammissibile. Eppure nel privato degli uomini d'onore le cose cambiano

Gangsters

William Lovelace/Getty Images

21 Maggio Mag 2016 0841 21 maggio 2016 21 Maggio 2016 - 08:41

L’onore e il “prestigio” della famiglia mafiosa è incompatibile con l’omosessualità. «Una cosa inaccettabile» dicono loro, per qualcuno addirittura «meglio “infame” che gay». Insomma, meglio spifferare qualcosa alla polizia che essere omosessuali. La pensava evidentemente così anche il falso pentito della strage di via D’Amelio, Vincenzo Scarantino, che a processo a cavallo tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000 ci tenne più volte a difendersi dall’accusa di essere omosessuale e di aver frequentato la transessuale “Giusi la sdillibrata”. Insomma il maschio mafioso non deve essere omosessuale.

Negli stessi anni, nel 1998, a fare i conti con mafia e omosessualità si ritrova un giovane di vent’anni che frequenta un 65enne parente di un affiliato alla ‘ndrangheta ad Africo. Una frequentazione che deve finire. È il ventenne a farne le spese: prima sequestrato, poi picchiato selvaggiamente con delle assi di legno e infine legato e appeso a un ponte penzolante nel vuoto. Un anno dopo gli autori della violenza vengono arrestati: uno dei due è il figlio del 65enne che si sta facendo strada in un potente clan calabrese. L’allora presidente dell’Arcigay Franco Grillini commentò così: «La vicenda è significativa di una ripugnante morale mafiosa per cui si possono commettere i delitti più efferati, ma non mettere in discussione la morale sessuale».

Eppure oggi questa visione del “maschio in tutto e per tutto” si incrina, sempre che sia stata una verità vera e non una di comodo. Lo confermano anche le indagini e le intercettazioni dell’antimafia. D’altronde a intervenire sul tema è stata la stessa legale di Bernardo Provenzano, Rosalba Di Gregorio: «non mi meraviglierei se sentissi che il capofamiglia, così nominato, della Sicilia o di Palermo, fosse iscritto all’Arcigay», salvo precisare subito che il tutto è ascrivibile a «nuovi fenomeni criminali presenti oggi sul territorio, che non hanno più molto da spartire con il concetto originario di cosa nostra».

«Per uno che nella sua vita ha scelto non solo di essere mafioso ma anche di essere capo, rinunciare a fare del figlio maschio la propria appendice all'esterno o a dare la figlia femmina in matrimonio al figlio dell'altro boss per rafforzarsi ulteriormente, come succede in Calabria, non è una cosa semplice»

Michele Prestipino, procuratore aggiunto di Roma

Il tema dell’omosessualità tra i ranghi delle famiglie mafiose resta dunque tabù, anche se più i un pm dell’antimafia conferma episodi di transessuali che «hanno avuto relazioni con boss della mafia e della ‘ndrangheta». Vizi privati, pubbliche virtù. Così per quelle “pubbliche virtù”, secondo i boss, di maschio etero e virile c’è da colpire anche i figli omosessuali.

Sul tema è andato anche il procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino, ex braccio di Giuseppe Pignatone alla procura di Reggio Calabria: «Sono a conoscenza - raccontava Prestipino nel 2015 in una intervista rilasciata a Klaus Davi - di una vicenda in Calabria in cui un boss con un figlio dall'orientamento sessuale diverso, dopo un momento molto critico, ha lasciato che il giovane continuasse a vivere la sua vita normalmente. E questo non grazie a un grado di emancipazione delle 'ndrine - spiega Prestipino - ma per un deciso intervento della madre. Se non fosse stato per lei il ragazzo sarebbe stato ucciso. Il figlio ora fa la sua vita, frequenta la scuola e nessuno l'ha mai toccato, nonostante tutti sappiano che è gay e frequenti chat per omosessuali. Quando si dice che c'è maschilismo, patriarcalità, la realtà è molto più complessa. Per uno che nella sua vita ha scelto non solo di essere mafioso ma anche di essere capo, rinunciare a fare del figlio maschio la propria appendice all'esterno o a dare la figlia femmina in matrimonio al figlio dell'altro boss per rafforzarsi ulteriormente, come succede in Calabria, non è una cosa semplice».

Insomma nel panorama mafioso le relazioni omosessuali sono ad alto rischio, nonostante baci ostentati in pubblico da parte dei boss e scambi di lettere in carcere in cui a fare da sfondo è proprio l’amore omosessuale. C’è chi si spinge a riconsiderare il discorso: «Credo che anche questo tabù alla fine l’organizzazione mafiosa non se lo ponga più», ha detto il pm di Palermo Lia Sava sempre nel corso di una intervista rilasciata a Klaus Davi commentando proprio alcune lettere scambiate tra detenuti. Altri andando più in profondità osservano invece come queste missive altro non siano che «messaggi ben cifrati».

D’altronde l’omofobia in cosa nostra è stata una presenza costante. «Non per moralismo - ha detto Girolamo Lo Verso, ordinario di psicologia clinica all’Università di Palermo - poiché la mafia non ha un’etica. L’omosessuale è ritenuto inaffidabile perché non ha una indennità certa. Non è come il “vero uomo” - puntualizza Lo Verso - che non parla, che di solito non tradisce la moglie, che uccide senza emozioni, che pensa solo agli affari».

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