23 Maggio Mag 2016 1011 23 maggio 2016

Referendum, la sinistra che perde sempre è tornata (e non impara mai)

C’è un solo modo in cui Renzi può vincere il referendum: fare del voto una questione di vita o di morte. Un compito, questo, in cui Bersani, Cuperlo e i sostenitori del No ce la stanno mettendo tutta per aiutare il Premier

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ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images

C’è un solo modo in cui Matteo Renzi può vincere il referendum del prossimo ottobre sulla riforma costituzionale: portare tutta Italia, o quasi, alle urne. Solo facendo dell’appuntamento referendario una sorta di Armageddon, può riuscire nell’impresa di minimizzare le percentuali di indecisi, tiepidi ed indifferenti. E più si alza il numero dei votanti, più aumentano le possibilità del premier di superare la coalizione per il No, ad oggi più motivata e “militarizzata”.

Se queste sono le premesse, i migliori alleati di Matteo Renzi sono i suoi avversari. Che, logica vuole, dovrebbero adottare una strategia di normalizzazione dell’appuntamento elettorale, che di argomenti fattuali per criticare la riforma ce n'è a iosa. Spiegando che non siamo di fronte al baratro. Che bocciata una riforma se ne può fare un’altra migliore. Che la sconfitta di Renzi non è un punto di non ritorno, ma solo la fine di una legislatura. Che tra le poche qualità della politica italiana, se non altro, c’è quella di sopravvivere a qualunque trauma.

Come i migliori topolini di Pavlov ecco gli acchiappafantasmi dell’antifascismo, capaci di vedere velleità totalitariste anche in un democristiano col mito di La Pira e di Tony Blair

E invece no. Come i migliori topolini di Pavlov ecco gli acchiappafantasmi dell’antifascismo, capaci di vedere velleità totalitariste anche in un democristiano col mito di La Pira e di Tony Blair. Ecco quelli che contro la riforma militarizzano i costituzionalisti e le associazioni di magistrati e partigiani prendersela col ministro Boschi - primo fra tutti Pier Luigi Bersani, che in teoria non è nemmeno per il No - per una battuta nemmeno troppo infelice sui partigiani «veri» - quelli che hanno fatto la Resistenza come il Comandante Diavolo, non quelli che si sono messi in tasca la tessera dell’Anpi a guerra finita - che voteranno sì.

Ancora, ecco quelli che incoronano sulle loro bacheche virtuali il giovane Alessio dell’Università di Catania che in un incontro col rettore e la Boschi si alza per una filippica contro Italicum e monocameralismo. Prima, alfiere della verità. Poi, una volta ascoltata la risposta del ministro - che a braccio e senza nemmeno troppa fatica rispedisce al mittente buona parte delle deboli argomentazioni dello studente - portabandiera, se non altro, della libertà e del dissenso contro il potere.

E infine - i capolavori li teniamo per ultimi - quelli come Gianni Cuperlo che - con un senso delle priorità quantomeno opinabile - ammettono candidamente che il referendum sarà una specie di conta interna del Partito Democratico, un’occasione per far fuori Renzi.

Intanto, mentre si consumano pagine e appelli e si svuota il magazzino delle iperboli distopiche e delle profezie di sventura, l’attenzione sale, i tiepidi si scaldano, gli indecisi si sentono chiamati a una decisione, gli indifferenti, anche loro malgrado, si informano. Una maggioranza silenziosa, se la memoria dell'ultimo ventennio non ci inganna, che tende a rivoltarsi contro chi l’ha evocata. Ma forse siamo noi che ricordiamo male.

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