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28 Maggio Mag 2016 0601 28 maggio 2016

La ricerca italiana, una guerra (di qualità) fra poveri a tempo determinato

Le riforme Moratti e Gelmini hanno modificato la figura del ricercatore, ma iniziare una carriera universitaria rimane sempre difficile. Fra precariato, scarsi finanziamenti e concorrenza generazionale c'è chi non demorde perché la cosa più importante sono i risultati

Laboratorio
ALAIN JOCARD/AFP/Getty Images

«Avere di fronte a sé un orizzonte di ricerca a tempo determinato può dare una maggiore spinta per concludere i progetti, ma potrebbe penalizzare quelli più lunghi che sarebbero così trascurati», dice Virginia, che ha iniziato a fare ricerca nel 2006 con la propria tesi sperimentale in biotecnologia e poi non si è più fermata. Al quarto anno di postdoc, Virginia ha di fronte a sé una possibile carriera universitaria che dal ruolo di ricercatrice la potrebbe portare a quello di professoressa ordinaria. In quanto tempo? Sicuramente non meno di sei anni. Quelli previsti dalla nuova organizzazione accademica entrata in vigore dopo le leggi Moratti (2003) e Gelmini (2011) che hanno istitutito la figura del ricercatore a tempo determinato di tipo A e B e per converso hanno messo fine alla figura del ricercatore puro a tempo indeterminato. Al loro posto, un modello di reclutamento ad imbuto che passa attraverso bandi di ricerca, abilitazione nazionale e infine una cattedra attraverso un concorso. Il tutto, condividendo esperienze e percorsi con quei ricercatori a tempo indeterminato che ancora sono presenti all’interno delle università e scompariranno solamente con il raggiungimento della pensione o il passaggio al ruolo di professore associato.

«È una lotta generazionale tra coloro che sono entrati con il vecchio sistema, nel quale non esisteva nessuna verifica del lavoro svolto e le nuove generazioni che da subito devono dimostrare di poter produrre pubblicazioni e trovare fondi per pagare tanto i salri quanto la ricerca», afferma Leone, ricercatore di immunologia cellulare. Insomma, una competizione a volte sana a volte meno che non impedisce alla ricerca italiana di essere una delle più apprezzate a livello mondiale. Secondo i dati del report pubblicato da Anvur (l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) lo scorso 24 maggio, la quota di pubblicazioni italiane su riviste eccellenti (presenti nel top 5% a livello internazionale) è superiore alla media mondiale. In particolare, nel periodo 2011-2014, la quota italiana sul totale delle pubblicazioni mondiali si attesta complessivamente al 3,5% con la produzione scientifica nazionale che cresce ad un tasso medio annuo del 4%.

Le leggi Moratti (2003) e Gelmini (2011) hanno istitutito la figura del ricercatore a tempo determinato di tipo A e B e per converso hanno messo fine alla figura del ricercatore puro. Al loro posto, un modello di reclutamento ad imbuto che passa attraverso bandi di ricerca, abilitazione nazionale e infine una cattedra

Un attestato di qualità che deve tuttavia scontrarsi con le difficoltà croniche del mondo della ricerca messe in evidenza dallo stesso rapporto Anvur. In primo luogo, «la difficoltà ad affermarsi della figura del ricercatore a tempo determinato» da cui deriva una «maggiore incertezza associata alle prospettive di carriera accademica». Una panorama che finisce per favorire «il trasferimento all’estero in misura maggiore di quanto sarebbe fisiologico, senza un corrispondente flusso proveniente dagli altri paesi» e causa «la sofferenza di molti giovani di valore, che vivono con difficoltà gli anni migliori della loro vita scientifica». Come a dire che a fronte di numeri di qualità, c’è un certo malessere che pervade la base dell’Accademia e rischia di influire sulla qualità e la propensione alla ricerca.

«Innanzitutto bisogna dire che la finalità di un ricercatore è la pubblicazione dei dati» afferma Arbace, che assieme ad un équipe si occupa di biochimica nutrizionale. «Quando si ha un contratto a tempo determinato solitamente la durata del progetto di ricerca tende ad assumere quella del contratto di lavoro. Così facendo però, il ricercatore si trova a dover fronteggiare un lavoro disorganizzato, frettoloso, stancante e, molte volte, inconsistente che può anche terminare con la mancata pubblicazione. Una cosa da evitare per una categoria in cui la tua ricerca è anche il tuo biglietto da visita». Dello stesso avviso è anche Federico Forneris, membro del board di AIRIcerca, network di ricercatori italiani sparsi per il mondo (Italia compresa): «Soprattutto quando si è ricercatori determinati di tipo B (quelli che magari hanno già alle spalle un periodo di ricerca di tre anni e puntano a diventare professore associato, ndr) si è in una situazione stressante. In poco tempo è necessario ottenere risultati e l’abilitazione. Soprattutto se si lavora da soli». Il tutto all’interno di un contesto in cui lo Stato, in un periodi di crisi economica, è sì riuscito a mantenere stabili gli investimenti ma non è riuscito a schiodarsi dai posti più bassi della classifica dei Paesi Ocse. La quota del Pil italiano dedicato a questo settore è pari all'1,27%, una cifra che vale solo il 18° posto (a pari merito con la Spagna).

«Soprattutto quando si è ricercatori determinati di tipo B si è in una situazione stressante. In poco tempo è necessario ottenere risultati e l’abilitazione. Soprattutto se si lavora da soli»

Federico Forneris

Per chi oggi si avvicina alla ricerca e punta alla carriera universitaria il percorso non è semplice. «Dal punto di vista umano passare da un contratto a tempo determinato ad un altro elimina qualunque possibilita’ di programmare una vita che comprende una casa, una famiglia e spesso anche degli amici» confida Leone. Ma per fortuna, quando è fatta bene, la ricerca è prima di tutto sinonimo di collaborazione e la concorrenza non si riduce a una contrapposizione fra posizioni contrattuali, trattamenti economici e ambizioni personali. Come testimonia Elia, che in qualità di primo autore ha seguito due progetti di ricerca entrambi incentrati sullo studio dello sviluppo della neocorteccia nei mammiferi ed il ruolo dell'attività nervosa spontanea durante lo sviluppo: «Dal mio punto di vista ricercatori a tempo determinato ed indeterminato sono raramente in diretta competizione all'interno dello stesso laboratorio. Data la generale differenza di età e curriculum tra queste due categorie il tipo di responsabilità sono spesso complementari».

Un esempio? «Ricercatori a tempo determinato alla prima o seconda esperienza dopo il dottorato sono spesso in cerca di pubblicare articoli di ricerca come i principali e diretti fautori degli esperimenti svolti nel lavoro pubblicato. Dall’altro lato, i ricercatori a tempo indeterminato tendono a seguire più progetti all'interno dello stesso laboratorio e la loro maggiore preoccupazione è quella di costruire e mettere in atto progetti che espandano le attività del laboratorio, mettendo in atto nuove tecniche di investigazione e collaborazioni. Perché quello che conta è riuscire ad avere risultati e progetti sufficientemente interessanti da ottenere fondi che permettano di portarli a compimento».

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