Dossier
Brexit!
2 Giugno Giu 2016 0700 02 giugno 2016

Brexit, gli italiani d'Inghilterra hanno paura di tornare stranieri

Viaggio a Bedford, un'ora di treno da Londra, dove vivono 20.000 italiani. I più vecchi arrivarono a produrre mattoni nel dopoguerra e non se ne sono mai andati. Per i più giovani il futuro è incerto

Unionjack
Ryan Pierse/Getty Images

Liberato Lionetti ha cinquant'anni tondi. E' nato da genitori italiani che si sono trasferiti nella città inglese di Bedford nel secondo dopoguerra. Al suo centralissimo chiosco-bar, che si chiama La Piazza, si fermano prima o poi tutti. Ma Liberato, che qui conoscono come Libby, è ormai un inglese. Ha anche il distintivo da poliziotto volontario: uno special constable. A Bedford, cittadina a nord di Londra che di abitanti ne conta ottantamila, Lionetti è uno dei ventimila residenti di origini italiane, molti ormai alla terza generazione. Un quarto del totale, anche se mettendoli in rapporto con l'area metropolitana, dove gli abitanti sono circa centosessantamila, la proporzione è meno impressionante.

Il 23 giugno chi ha la cittadinanza di Sua Maestà, o un qualsiasi residente da un Paese del Commonwealth, voterà anche qui per il referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell'Unione Europea. In metropoli globali come Londra, l'orientamento per rimanere dentro è prevalente. Altrove, no. E il Bedfordshire, che ospita la seconda comunità italiana dopo quella della Capitale, è fra le aree più euroscettiche di un Paese che i sondaggi danno spaccato a metà. Neanche a dirlo è proprio il tema dell'immigrazione, collegato maldestramente a quello della sicurezza, a spingere per l'uscita dall'Ue: se la Brexit vincerà, per gli italiani il rischio è tornare a sentirsi stranieri.

«Chiudendo le frontiere come fece Adriano, l'impero romano crollò», da dietro il bancone Libby azzarda un paragone storico. I resti del vallo di Adriano, uno dei più antichi muri eretti per fermare lo straniero che un tempo veniva da nord, distano appena quattro ore di macchina. «Diciamo che, senza la possibilità di muoverci, molti di noi non sarebbero qui o in altre parti d'Europa». Bedford è meno adrenalinica di Londra. «Londra non è l'Inghilterra», ti ripetono tutti in questa città che potrebbe essere Brescia o Terni. Un posto inglese come te lo aspetti, le case basse, il parco verdissimo e le nuvole capricciose. Ma anche una comunità cresciuta nella dura etica del lavoro, adottata nel tempo da un centinaio di gruppi etnici. A Bedford gli italiani arrivarono negli anni Cinquanta: serviva manodopera per produrre i mattoni necessari a ricostruire il Paese (la fabbrica per antonomasia era quella della London Brick Company) e l'acciaio. In dieci anni risposero quasi ottomila giovani disoccupati del sud, reclutati direttamente a Napoli dal 1951. Le donne si sarebbero ricongiunte dopo. I genitori di Lionetti hanno messo radici così.

Il Bedfordshire, che ospita la seconda comunità italiana dopo quella della Capitale, è fra le aree più euroscettiche di un Paese che i sondaggi danno spaccato a metà. Neanche a dirlo è proprio il tema dell'immigrazione, collegato maldestramente a quello della sicurezza, a spingere per l'uscita dall'Ue

Anche Pasquale, che ascolta la discussione sulla Brexit davanti al bancone del bar, arrivò in quegli anni da Campobasso. «Mi presero con un contratto di quattro anni, vivevamo nel campo di lavoro, ogni settimana veniva la polizia a controllarci», soppesa le parole, senza far menzione che spesso i campi coincidevano con quelli che erano stati usati per i prigionieri di guerra. «Non potevi fare nient'altro, in quei quattro anni - racconta - Né metterti nel commercio, né acquistare una casa, né cambiare lavoro. Dopo quattro anni, l'Home Office mi ha messo il timbro sul passaporto: libero! Ma sono rimasto qua. Tutti venivano per riportare i soldi a casa, invece molti sono rimasti».

«Mi raccontano che chiedevano di vedere soltanto le mani, se andavano bene partivi», spiega Carlo Ciccarello, da Agrigento, arrivato a Bedford per metter su famiglia con la figlia di uno di quei primi italiani. Oggi è il responsabile del locale ufficio delle Acli, punto di riferimento per i connazionali alle prese con la burocrazia. Nello stesso edificio c'è anche la sede di un consolato onorario, che ha sostituito la sede diplomatica chiusa dal Governo italiano (fra le proteste) nel 2008. «La prima generazione di italiani - racconta Ciccarello - è rimasta qua anche grazie alle politiche economiche del Governo britannico, che offrendo agli immigrati le stesse condizioni economiche dei locali evitava che i soldi venissero portati in Italia». Il risultato è che tutti quelli della prima generazione oggi, a Bedford, sono proprietari di case e negozi.

Due delle principali aziende della zona, inoltre, sono di italiani di seconda generazione, che danno lavoro ad altri italiani magari di terza, dopo che l'industria del mattone è stata dismessa e sostituita nell'offerta di un'occupazione dalla ristorazione, dalla grande distribuzione e anche da uno stabilimento di Amazon. «Quelli che vogliono l'uscita dall'Ue la stanno buttando soprattutto sull'immigrazione, e la gente così - argomenta l'uomo delle Acli - non capisce il vero significato di quello che potrebbe succedere. Se si dovesse uscire, non credo che ci sarebbe un impatto immediato. Ma se oggi la Gran Bretagna sta bene è grazie a tutta una serie di fattori: se ne togli uno, resterà in piedi tutto il resto?».

Un voto a favore o contro la Brexit lo potranno esprimere solo quelli che hanno la cittadinanza britannica o residenti originari dei Paesi del Commonwealth. Il premier conservatore David Cameron, che il referendum lo ha voluto, sta facendo campagna per rimanere nell'Ue, così come i Laburisti. Un'altra parte del partito conservatore, capeggiata da Boris Johnson, vuole uscire. Come i populisti dell'Ukip di Nigel Farage, che sostengono che la Brexit riporterà sovranità, quindi potere nel decidere chi fare entrare nel Paese, chi far uscire, chi ha diritto ai benefit sociali e chi no, quale sia la cultura tradizionale da difendere. Per la comunità italiana, schierarsi di qua o di là significherà comunque giudicare una lunga storia.

Gli anziani della prima generazione, di politica non parlano. Sentono di essersi ormai conquistati un posto, hanno un senso novecentesco del sacrificio e dell'ordine. Per loro, anche anagraficamente, la Brexit significherebbe poco. Li incontri al Club italiano che giocano a carte o a biliardo, il caffè lo bevono solo espresso. Sulle pareti, le foto della nazionale azzurra di calcio campione del mondo nel 1982 e nel 2006. Non vola una parola inglese, in questo angolo di Bedford, è un mix di dialetti campani, lucani, calabresi e siciliani. E sono tutti uomini, perché le loro donne badano alla casa, al massimo frequentano la missione cattolica (italiana) che sta dall'altra parte della strada.

I figli e i nipoti sono ormai inglesi a tutti gli effetti e fanno gli stessi lavori di tutti gli altri, puoi trovare l'imprenditore, il dentista, l'avvocato o il cameriere. Loro voteranno, il 23 giugno. Giuseppe, che fuma nel cortile, non è uno di questi. E' uno della generazione di mezzo ma è arrivato "solo" trent'anni fa in Inghilterra, da Caserta. Potesse votare al referendum, non escluderebbe di farlo per la Brexit. «La libertà è bella, ma troppo non è un bene», dice. Quelli come lui pensano infatti che la Babele etnica unita all'assenza di frontiere, ai benefit a pioggia e al calo del lavoro sarà la miscela esplosiva di una comunità che finora aveva funzionato. Con le nuove comunità di stranieri la concorrenza è in aumento, non solo per il lavoro ma anche per trovare un appartamento a buon mercato. Sono romeni, lituani, soprattutto polacchi, che stanno aprendo anche i loro supermercati.

Dietro al bancone del Club, Michele Laureti, 34 anni, fa il barista. È arrivato da pochi mesi a Bedford, dopo aver perso il lavoro nelle Marche. «Ci sono tanti nostri connazionali che vengono qua vengono spremuti come cacciaviti e poi devono cercarsi un altro lavoro - racconta - Siamo ormai come i romeni: c'è troppa concorrenza. Io mi sento fortunato, ma molti altri...». Rispetto alla vecchia generazione di migranti e a quella di mezzo, quest'ultima non riesce per il momento a mettere radici. Né in Inghilterra né in Italia. Spesso è costretta a fare la pendolare dall'Italia con i voli della Ryanair o della Easyjet che atterrano a Luton, a mezz'ora di treno. Con un paradosso: senza confini questi nuovi italiani possono cercare fortuna dove vogliono, ma i confini li aiuterebbero a difendere questa fortuna una volta trovata. Votassero al referendum sarebbe, per loro, una condanna comunque.


Al museo locale di Bedford, l'Higgins Museum, l'arrivo degli italiani è comunque già storia comune, fatta di vecchi macchinari e fotografie in bianco e nero della manodopera arrivata a metà del secolo scorso. Il ristorante del museo, 'The Pantry', è frequentatissimo, e il proprietario neanche a farlo apposta è un italiano che ha lasciato il suo lavoro in patria. Si chiama Vincenzo. Molti dei suoi avventori hanno fatto lo stesso percorso. «Se passerà la Brexit? Non cambierà niente per noi che siamo qui, ma il rischio - confessa Amilcare, 40 anni, informatico - è di sentirsi considerati più stranieri di prima». Ecco perché con l'avvicinarsi del voto anche diversi italiani sono costretti a fare campagna. «Gli italiani qui sono molto poco politicizzati e non si aprono facilmente nel parlare del loro orientamento su questioni politiche - conferma Luigi Reale, il primo consigliere di origine italiana eletto al Bedford Borough Council, una sorta di autorità regionale, insieme al Conservatore Giovanni Carofano - In questo, hanno assimilato un po' un aspetto tipico del carattere inglese, forse anche perchè tenuti sempre un po' al margine dalle questioni politiche».

Reale è nato in Molise nel 1967, insegna italiano e latino, ed è un laburista che fa campagna contro la Brexit. «La Gran Bretagna - dice - rischia una profonda crisi economica: il 44% di tutto quello che produce è esportato nei paesi dell'Unione e vi sono a rischio quasi 4 milioni di posti di lavoro legati a questo export. Allo stesso tempo, se si esce dalla Ue gli italiani che hanno acquisito diritti grazie alle direttive europee divengono immediatamente immigrati esposti a tutte le restrizioni che il Governo in carica vorrà. Faccio qualche esempio: l'esclusione dai benefit per molti anni; il blocco degli arrivi con un semplice provvedimento che elimina il riconoscimento automatico dei titoli di studio, anche quelli più basilari; l'esclusione dalle elezioni politiche locali. E poi saranno di certo i più colpiti da un'eventuale crisi economica, perché meno protetti».

«Mi sto impegnando perché io a Londra non mi sono mai sentito un "immigrato", Londra è una città molto aperta e cosmopolita, la considero la capitale d'Europa: con la Brexit, che considero insensata anche per l'economia inglese, mi sentirei improvvisamente, dopo vent'anni, almeno dal punto di vista psicologico, uno straniero nella mia città»

Giuseppe Di Filippo

Ai sostenitori del «no» alla Brexit toccherà convincere in queste settimane i compagni di lavoro, i vicini di casa, gli amici che invece sostengono le ragioni contrarie e che è meno facile far parlare. Bisogna scendere a Londra, un'ora scarsa di treno da Bedford, per vedere come molti italiani che vivono in Inghilterra si stiano impegnando a portare i volantini porta a porta, anche quando non hanno il diritto di votare al referendum. «L'immigrazione ha reso più ricco e competitivo questo Paese», afferma il segretario del circolo Pd di Londra, Roberto Stasi, impegnato a far campagna insieme ai laburisti, come alle recenti elezioni comunali che hanno eletto sindaco Sadiq Khan. Come il Pd, a Londra è attivo anche il Movimento 5 Stelle, che però non ha espresso una posizione ufficiale sul referendum. A Highbury Fields in mezzo ai londinesi che fanno il barbecue e ai tifosi dell'Arsenal che vanno allo stadio incontri persone con volantini alla mano come Giuseppe Di Filippo.

«Io sono un dentista - spiega Di Filippo - Subito dopo la laurea, oltre vent'anni fa, sono venuto a Londra a cercare lavoro. Volevo fare un'esperienza all'estero di qualche anno, ma poi la cosa è diventata permanente. All'epoca c'era carenza di dentisti e sono stato accolto benissimo e mi sono subito integrato. Qui ho conosciuto mia moglie, sudafricana, ed è nato mio figlio nove anni fa. Sinceramente a me e alla mia famiglia la situazione non cambierebbe in caso di Brexit, dato che avremmo diritto alla cittadinanza britannica, pur conservando quella italiana. Nel caso avremmo, come dicono qui, "the best of both worlds". Ma mi sto impegnando perché io a Londra non mi sono mai sentito un "immigrato", Londra è una città molto aperta e cosmopolita, la considero la capitale d'Europa: con la Brexit, che considero insensata anche per l'economia inglese, mi sentirei improvvisamente, dopo vent'anni, almeno dal punto di vista psicologico, uno straniero nella mia città».

Ma Londra non è l'Inghilterra. E il risultato finale non è ancora scontato.

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