3 Giugno Giu 2016 1641 03 giugno 2016

Calenda: incentivi e ministero dello Sviluppo, tutto da rifare

Il neo ministro dello Sviluppo economico: «Rivediamo gli incentivi, non è possibile avere 4 fondi per le startup. Al Mise serve riorganizzazione e trasparenza. Finanziamo l’assistenza delle Pmi da parte di società di consulenza. L’industria 4.0 è un tasto delicato: si rischia di perdere molti soldi»

Carlo Calenda Mise
Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico (EMMANUEL DUNAND/AFP/Getty Images)

Poteva essere una passarella, è stata la tribuna per lanciare un programma di ribaltamento dell’organizzazione del ministero che guida e del sistema di incentivi alle imprese. Per annunciare un piano di assistenza alle Pmi da parte di società di consulenza, con finanziamento pubblico. Per dire che la gara per l’Ilva sarà assegnata non solo sulla base dell’offerta economica ma anche sulla base del piano ambientale. Per ribadire che il governo è favorevole al Ttip senza se e senza ma. Per fare pressione su sindacati e imprese per trovare un accorso sulla contrattazione salariale. E per esprimere la preoccupazione su come saranno disposti i soldi pubblici per favorire il piano sulla Manifattura 4.0. La presenza di Carlo Calenda, neo ministro dello Sviluppo economico, non è passata inosservata al Festival dell’Economia di Trento.

Si comincia con il dicastero. «Il problema numero uno è la separazione tra politica e burocrazia, che è causa dell’80% dei problemi del Paese. C’è un patto scellerato tra politici e burocrati: il politico lancia 3 o 4 proposte che lega al suo nome e poi dimentica tutto il resto. Il risultato? C’è un mare di iniziative di cui non frega niente a nessuno. È possibile che ci siano tre o quattro fondi per le startup, oltre a quelli delle regioni? Voglio intervenire. Io voglio essere responsabile della gestione, non solo della politica. L’execution è tutto». Il ministero dello Sviluppo economico, aggiunge, è in realtà fatto di quattro ministeri: energia, commercio, industria e telecomunicazioni. «Ma oggi le forze sono sproporzionate, pochissimi ad esempio si occupano di “front end”». Per una ristrutturazione - che dovrebbe seguire il modello di quanto fatto con l’Istituto per il commercio estero, Ice - la riforma Madia sulla Pubblica amministrazione avrà un ruolo chiave. «Oggi se ho 15 direzioni generali e ne voglio togliere una devo trovare un posto analogo per un direttore generale». Il Mise che illustra Calenda dovrebbe adottare le regole di trasparenza della Commissione europea: «Le aziende non solo possono, devono andare al Mise. Ma sul sito devono essere registrate tutte le visite. La trasparenza deve essere oggettiva, altrimenti sono chiacchiere». La chiamata di Enrico Bondi alla spending review del ministero, spiega, deve segnare un cambio di passo: passare dal taglio per centro di costo alla revisione dei processi, come si farebbe in un’impresa. In precedenza, sulla spending review, «abbiamo sempre fallito». Le imprese, rincara la dose, fallirebbero se avessero le rigidità che ha il ministero.

«Il problema numero uno è la separazione tra politica e burocrazia, che è causa dell’80% dei problemi del Paese. C’è un patto scellerato tra politici e burocrati: il politico lancia 3 o 4 proposte che lega al suo nome e poi dimentica tutto il resto. Il risultato? C’è un mare di iniziative di cui non frega niente a nessuno»

Il risvolto di questa idea di revisione si trova negli incentivi. «Sto controllando riga per riga la lista degli incentivi. Per settembre voglio fare un piano industriale del ministero, per dire quel che ci deve essere e quello che non ci deve essere». Alcuni incentivi potranno essere soppressi. «Chiudere un incentivo previsto per legge è difficilissimo, perché il Parlamento si mette di traverso o cerca di spostare le poste da un’altra parte. Ma è una sfida che dobbiamo affrontare». Gli incentivi interessati, aggiunge, dovrebbero ammontare attorno ai 3 miliardi di euro, tra quelli impiegati in bandi e non impiegati.

A proposito di incentivi, il responsabile del Mise non nasconde le preoccupazioni sul piano della Manifattura 4.0. «È un tema complesso, che si può prendere da punti di vista diversi. Si tratta (come accaduto in Germania, ndr) di mettere insieme aziende, università e centri di ricerca. Si possono usare i soldi in modo sbagliato. Non direi che sono preoccupato, ma bisogna costruire sistemi complessi», cosa su cui l’Italia non ha mai brillato. Sull’“advanced manufacturing” le aziende devono fare un «salto quantico nell’innovazione», ma «potremmo scoprire di essere più avanti di quanto pensiamo». Su come cambia il lavoro con l’Industria 4.0, spiega, il governo vede favorevolmente la richiesta della Cisl di studiare le conseguenze che ha sul lavoro.

«Sto controllando riga per riga la lista degli incentivi. Per settembre voglio fare un piano industriale del ministero, per dire quel che ci deve essere e quello che non ci deve essere»

Tra le altre novità c’è un test, «che potrebbe anche andare malissimo», ossia il “Piano output potenziale”. Si tratta di tratta di una sorta di assistenza che «società di consulenza top» forniranno alle medie imprese per realizzare dei business plan. Il precedente è un’esperienza britannica, la Ukti. «C’è disponibilità di capitale di rischio, ma non c’è grande preparazione nelle aziende medio-piccole per presentare il piano finanziario e il business plan». Potenziali finanziatori e aziende non parlano lo stesso linguaggio quando si siedono allo stesso tavolo, perché spesso i piani di business sono «fatti troppo di pancia».

Calenda ha poi ribadito il suo appoggio deciso al trattato commerciale Europa-Usa, Ttip, perché l’Italia ha «un potenziale maggiore di export di 10-20 miliardi» e le argomentazioni usate da chi è contrario si basano «su cose che non sono negoziabili dal Ttip: ogm, servizi pubblici, cultura, diritti». Sull’Ilva ha annunciato che quando a giugno arriveranno le manifestazioni di interesse per l’acquisto andrà pesato anche il piano ambientale. «Bisognerà capire se il piano industriale sarà compatibile», «non si può più avere un dilemma tra ambiente e sviluppo». Sul modello di contrattazione salariale, ha aggiungo, sindacati e Confindustria devono «fare presto».

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