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4 Giugno Giu 2016 1416 04 giugno 2016

“La storia insegna: quando si accolsero gli stranieri, tutti ne beneficiarono”

Il professor Adriano Prosperi, docente di Storia Moderna, parte dal caso di Livorno, nel 1500, quando aprendo le porte agli esuli ebrei dalla Spagna, fiorì fino a diventare uno dei porti principali del Mediterraneo. Una lezione che vale la pena considerare anche oggi

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Veduta del porto di Livorno (Getty Images)

Nel 1492, lo stesso anno in cui venne scoperta l’America, i due sovrani spagnoli Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona firmarono, il 31 marzo, l’editto dell’Alhambra, con cui veniva resa obbligatoria l’espulsione delle comunità ebraiche dai regni spagnoli. Un evento di portata capitale: da quel momento (dopo una serie di proroghe che raggiunsero le soglie dell’estate) una porzione della popolazione spagnola, quella ebraica, fu costretta ad allontanarsi dalla penisola iberica (non andò meglio in Portogallo) a dare inizio a una nuova diaspora. In quei mesi di trattative e scontri era possibile incontrare sulle strade e nei porti della Spagna, carovane e gruppi di esuli ebrei. Per fare un esempio, a Palos si incrociarono i loro destini con quelli, molto differenti, dei marinai che di lì a poco avrebbero scoperto l’America.

In questo periodo di sconvolgimenti, le peregrinazioni degli ebrei spagnoli raccontano una storia spesso poco battuta. Nelle città e negli stati dove trovarono accoglienza (in Italia, ma anche in altre zone del Mediterraneo), il loro arrivo determinò profonde trasformazioni dell’assetto sociale delle città e delle popolazioni, portando, però, a storie di successo importanti. Lo spiega a Trento, in occasione del Festival dell’Economia il professor Adriano Prosperi, luminare di Storia Moderna ed ex docente (tra le varie sedi) alla Scuola Normale Superiore di Pisa. «È una storia di popoli che scappano e dell’esito che ottengono nei luoghi in cui vengono accolti». In generale, «è un successo».

Può fare qualche esempio?
Se ne possono fare tanti, ma quello a mio avviso più significativo riguarda la città di Livorno. In un contesto europeo di generale ostilità agli ebrei, dove erano numerose le misure che ne limitavano la libertà, sia per gli spostamenti che per le attività che era loro lecito fare, a Livorno si fece tutto al contrario. Gli ebrei che fuggivano dalla Spagna vennero accolti, anzi invitati nell’area e in poco tempo riuscirono non solo a integrarsi, ma a trasformare il porto di Livorno, nato da poco, in uno degli snodi più importanti del commercio mondiale.

Come fu possibile?
Grazie a quello che la studiosa Francesca Trivellato definisce “la familiarità degli stranieri”. L’esplosione dei commerci internazionali, unito a una straordinaria capacità innovativa che gli ebrei sefarditi seppero portare con sé, apre a un sistema di scambi internazionali basato sul rapporto di fiducia tra stranieri. In un periodo di discriminazione religiosa molto forte, gli ebrei entravano in contatto con mondi e culture del tutto diverse, e contribuirono a saldare legami e rapporti altrimenti impensabili. Quella di Livorno fu un’operazione straordinaria. Ma se ne contano anche altre.

Ad esempio?
La Ferrara degli Estensi. Gli ebrei portavano, si diceva, “la maledizione di Dio”, e nessuno voleva ospitarli. A Ferrara vennero accolti e nel giro di poco tempo contribuirono al benessere e alla riorganizzazione dello stato. Sia Livorno che Ferrara sperimentarono epoche di grande apertura, anche culturale. Ma i casi sono tantissimi. I moriscos che fuggirono, decenni dopo, vennero rifiutati dall’Africa musulmana (erano troppo sospetti) ma trovarono asilo a Roma, Napoli e in Toscana, dove furono essenziali per il rinnovamento demografico. Superarono quella che fu, con il 1492, la barriera dell’identità.

Il professor Adriano Prosperi

Ci furono spostamenti interni all’Europa anche nei secoli successivi.
Senza dubbio. Dopo la pace di Augusta, nel 1555, in cui si sancì la regola del cuius regio eius religio, secondo cui gli abitanti di una regione dovevano conformarsi alla fede del loro sovrano, ci furono varie migrazioni. I Locarnesi luterani, ad esempio, si spostarono a Zurigo, e raggiunsero i più alti livelli della città. Gli ugonotti francesi andarono in Svizzera, e portarono con sé la cultura e la tecnica dell’orologio – che si sviluppò in modo florido, mentre in Francia andò in crisi. Ancora oggi ne vediamo i risultati e la tradizione.

Insomma, sembra di capire che, secondo lei, la lezione della storia sia chiara soprattutto nei confronti dell’attualità. Eppure le differenze sono evidenti. In primo luogo, le dimensioni di questi flussi.
Certo, si parla di cifre diverse. All’epoca ci furono spostamenti molto più piccoli, ma se si guarda alle proporzioni, siamo di fronte a fenomeni della stessa portata. Nel 1500 l’intera Germania contava la popolazione che ha la sola Berlino oggi. Per cui anche lo spostamento di piccoli gruppi aveva un impatto molto forte. E le cronache del periodo ce lo ricordano: erano descritti come un cataclisma, un disastro. Il loro passaggio provocava disordini, disagi, scontri e – non va dimenticato – anche malattie, molto gravi.

Non fu una passeggiata.
Non lo è neanche adesso. Ma ci sono vari argomenti da considerare. Chi ha più paura della cosiddetta “invasione”, sono gli Stati che, per paradosso, non la subiscono. Penso alla Danimarca. L’arrivo degli stranieri è più temuto quando è meno visto. Ma sono tutte facce della stessa medaglia: “aiutiamoli a casa loro”, o “devono cambiare la loro cultura”, come è stato detto più volte, anche di recente, traducono un senso di estraneità profondo nei confronti dello straniero. È la sua espressione più chiara. Ed è una costruzione culturale: nell’epoca moderna era una distinzione tracciata sul solco della religione, nel ’900 basandosi su teorie scientiste della razza. Ma è lo stesso motivo per cui i tedeschi non consideravano la Shoah qualcosa che li riguardasse: gli ebrei di allora erano persone diverse da loro, per natura. Erano umani difettivi. Non è cambiato molto: non c’è quella compassione necessaria, cioè l’etica per l’accoglienza del supplice che esiste nei poemi omerici, dove si ospita perché si deve ospitare, la si ritrova all’opera solo in pochi casi.

Ora la differenza vengono scavate non con la religione né con la scienza, ma con i diritti.
L’arma più semplice è quella: la limitazione dei diritti. Quello di cittadinanza, ad esempio. Sono fenomeni che si creano in situazioni di paura: si teme di elargire, con i diritti, i privilegi che hanno i cittadini. Come se, aggiungendo commensali a un pranzo, il cibo a disposizione diminuisse. “Ci sono troppe persone”, si diceva nella Francia del 1936, e si scatenavano paure di regressione, di collasso. Era un meccanismo molto semplice. A questo si oppone la compassione pensata da Papa Francesco, che è quella classica dei gesuiti: una forma di “aiuto” che prescinde dalle categorie “religiose”.

Tutto vero. Ma il problema dell’incontro, dell’integrazione rimane.
Sì. Ed è un problema serio. L’eventuale arrivo di masse umane con abitudini e convinzioni diverse non è una cosa semplice da gestire. Si può dire che, prima di tutto, bisogna lavorare sullla differenza. Le abitudini alimentari, ad esempio, sono uno dei punti di frizione più evidenti, ma ce ne sono altri. Da un lato, si richiede di piegarsi allo stile di vita di chi li accoglie, amalgamandosi. Ma dall’altro non si offrono strutture adeguate, e i Cie sono lì a testimoniarlo. Permettere un “atterraggio morbido” è il primo passo.

E poi? L’integrazione?
Per quella serve tempo. Non è vero che si tratta di culture diverse e lontane, inassimilabili come olio e acqua. Il risultato, al momento, è che i nuovi arrivati sono costretti ad andare a occupare i gradini più bassi della società, i livelli più infimi. E scalzano gli attuali paria per prenderne il posto. E manca una predisposizione ad accogliere il diverso. Un esempio per tutti è la questione della moschea: si cercano motivi per coprire il fatto che, in realtà, non gliela si vuole concedere. Ma serve a qualcosa questo?

Quale Paese europeo applica, a suo avviso, modelli di accoglienza migliori?
Ci sono divisioni nette. Il modello considerato più efficiente era quello scandinavo, ma è saltato di fronte alla minaccia islamista. Frau Merkel ha dimostrato molto coraggio a scegliere di accogliere i siriani, andando in controtendenza rispetto alla scelta dei partiti della maggior parte dell’Europa. Però il suo tentativo ha fallito: se avesse avuto imitatori sarebbe stato meglio. Forse è stato illusorio, e intanto si diffonde la paura del terrore, anche dove il terrore non c’è, con il rischio di un regresso dei diritti umani. I tedeschi, ai tempi, erano molto criticati per il modello di accoglienza dei turchi, giudicati inassimilabili. E non è stato così. Lo stesso valeva per gli italiani, emigrati nel primo dopoguerra, che erano di livello culturale bassissimo – io ne ho conosciuti alcuni – con differenze culturali enormi.

Tra Italia e Germania, Paesi cattolici e protestanti, latini e germanici.
Esatto. Rimane qualcosa di queste antiche separazioni. È inevitabile: la storia ci lascia una Germania più disciplinata, e un’Italia dove il rispetto della legge conta meno. Ma dove prevale, nel disordine, l’assistenza della rete e della carità. Sono modelli che si vedono all’opera, anche oggi, di fronte allo straniero.

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