Dossier
Elogio del fallimento
10 Giugno Giu 2016 1450 10 giugno 2016

“Io non voglio fallire”. Il dramma e il riscatto di un’imprenditrice del Nord Est

La crisi e la rivincita. La titolare di una piccola azienda veneta racconta come è difficile lavorare in Italia. «Quello che mi è successo accade tutti i giorni. Le aziende chiudono e le persone si uccidono. Ma non è normale». Una storia simbolo di centinaia di drammi sconosciuti

GABRIEL BOUYS/AFP/Getty Images
Gabriel Bouys/AFP/Getty Images

«Quello che è successo a me accade tutti giorni. Ormai è diventata un’abitudine. Intanto le aziende chiudono e le persone si uccidono. Ma è davvero tutto normale?». Serenella Antoniazzi ha la voce che trema. Eppure la sua è una storia di riscatto. Imprenditrice del veneziano, con la sua azienda ha rischiato di fallire. Oggi, con tenacia, ha deciso di andare avanti tra mille difficoltà. «Perché se non avessi deciso di lottare, sarei diventata complice di chi mi ha fatto tutto questo». Titolare di un’impresa familiare nel ricco Nord-Est, la sua vicenda è il simbolo di centinaia di drammi poco conosciuti. Qualche tempo fa l’ha raccontata nel libro “Io non voglio fallire”, pubblicato dalla casa editrice Nuova Dimensione. È la testimonianza che il lavoro, anche se duro e onesto, non sempre paga.

Concordia Sagittaria è un antico comune veneto, diecimila abitanti vicino Venezia. La storia di Aga, la piccola azienda di Serenella, nasce da queste parti nei primi anni Settanta. Sono il padre e lo zio a creare l’impresa. All’inizio nel capannone si puliscono i metalli dei componenti d’arredo degli ospedali. Con il tempo si apre una nuova attività e la società si specializza nella levigatura del legno. Del resto, il settore del mobile è una delle ricchezze del territorio.

Lavorare in un’azienda di famiglia non è facile. Non ci sono domeniche né festivi. Al mattino sai quando entri nel capannone, la sera mai quando esci. «Ma la vera fatica è quella mentale. Tenere il lavoro fuori dalla vita privata diventa impossibile»

Negli anni il lavoro aumenta, l’impresa cresce. I guadagni vengono investiti in nuovi macchinari e nel personale: una decina di dipendenti. Serenella entra a far parte della squadra a sedici anni. Per lei è quasi un dovere. Ma lavorare in un’azienda di famiglia non è facile. Non ci sono domeniche né festivi. Al mattino sai quando entri nel capannone, la sera mai quando esci. «Ma la vera fatica è quella mentale» racconta. «Tenere il lavoro fuori dalla vita privata diventa impossibile». Non si stacca mai. «Non è semplice vivere e lavorare in famiglia, anche la sera di Natale si finisce a parlare dell’azienda». E così il lavoro diventa parte di te. «Finisci per amare la tua impresa. Ti appartiene».

A metà degli anni Duemila inizia a sentirsi la crisi. Nel 2012 il dramma. Con cinismo, c’è chi si approfitta della situazione. A un certo punto il principale committente non paga i lavori già consegnati. L’azienda inizia ad andare in difficoltà. «Si innesca un meccanismo perverso di insoluti, posticipi, acrobazie bancarie». Intanto il credito maturato cresce. Si accumulano i debiti con le banche e con lo Stato. Fino a quando la situazione diventa insostenibile.

«Dentro queste quattro mura che puzzano di vernice io e i miei dipendenti siamo invecchiati. Ma qui si lavora per costruire il futuro dei nostri figli. Per queste cose vale sempre la pena lottare»

E poi ci sono i collaboratori. Il primo pensiero è per loro. «Nel 99 per cento delle piccole e medie imprese - racconta Serenella - gli imprenditori lavorano insieme agli altri dipendenti. Loro si fidano. Ti consegnano la loro stessa vita. Non sono solo lavoratori: dietro ciascuno sai che ci sono i figli da mantenere, gli affitti da pagare, le bollette, le banche». Una situazione terribile e incomprensibile. Quando le difficoltà economiche crescono, l’imprenditrice arriva al punto più drammatico. Pronta a farla finita. «Anche voi giornalisti spesso non capite - si sfoga - Si parla di gesti disperati causati dalla depressione, si fanno grandi titoli sui quotidiani, ma nessuno cerca mai di scavare cosa c’è dietro». Chi non vive la stessa situazione sulla propria pelle non può capire. «Quando viene a mancare la stabilità economica, si incrina tutto. Si rovinano i rapporti con la famiglia, si perde la stima dei dipendenti». E poi c’è la burocrazia. «Gli abusi di potere di impiegati e funzionari che non sanno nulla dei calli che hai sulle mani, ma si permettono di trattarti come un numero. E nessuno che ti chiede come stai»

Dopo la solitudine, il riscatto. La tenacia. Con l’aiuto di altri imprenditori e una gran forza d’animo, Serenella riesce ad andare avanti. Non è facile. «Ho perso dieci mesi di lavoro perché il mio cliente è fallito riaprendo l’indomani sotto mentite spoglie grazie a leggi su fallimenti e concordati che tutelano chi le usa, ma non chi le subisce. Lo Stato pretende ugualmente gli oneri pregressi che ho accumulato a causa dei mancati pagamenti, dove, cosciente delle scelte, davanti all’obbligo di versare i contributi o dare gli stipendi ai miei dipendenti, ho scelto i miei dipendenti». Ma la sfida continua. «Io amo la vita. Anche se mi ha riservato situazioni che non avrei mai pensato di dover affrontare, amo quello che faccio. Non sono solo una partita Iva, sono una persona e datrice di lavoro. Dentro queste quattro mura che puzzano di vernice io e i miei dipendenti siamo invecchiati. Ma qui si lavora per costruire il futuro dei nostri figli. Per queste cose vale sempre la pena lottare».

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