Dossier
Innovazione, istruzioni per l’uso
13 Giugno Giu 2016 1438 13 giugno 2016

Le barriere più grandi? Quelle che ci costruiamo nella nostra testa

La testimonianza di Giulia Ghiretti, atleta paralimpica di Parma: «In certe situazioni non dici "non posso", ma trasformi quello che c’è in quello che puoi e in quello che vuoi»

Paralimpiadi
Alexandre Schneider/Getty Images

Ero abituata a stare in aria: saltavo sul trampolino elastico. E mi sentivo libera. Prima da bambina, poi da adolescente: lo sport era libertà, amicizia e divertimento. Un titolo italiano, a soli 15 anni, mi aveva anche fatto pensare di aver intrapreso la strada giusta per fare qualcosa di buono nello sport. Poi arriva il 4 gennaio 2010. Erano i primi allenamenti dell’anno. Un salto andato storto e sono caduta male: ricordo un dolore lancinante e non sentivo più le gambe. L’ospedale diventa la mia casa per sei mesi. Una volta uscita dalla sala operatoria, guardo mia madre e le dico: «Mamma, ho due domande per te. La prima: perderò l’anno scolastico? La seconda: tornerò a camminare?». Mia madre non usa giri di parole: «A camminare no. Per la scuola ti devi impegnare».

Avevo capito che, pur non potendo più camminare, la mia vita poteva proseguire. Non dico normalmente, anche perché la parola “normale” non mi appartiene. Cos’è la normalità? Un concetto relativo, credo addirittura inesistente. E ora vi spiego perché.

Prima saltavo sul trampolino elastico. E mi sentivo libera. Poi arriva il 4 gennaio 2010. Erano i primi allenamenti dell’anno. Un salto andato storto e sono caduta male: ricordo un dolore lancinante e non sentivo più le gambe. L’ospedale diventa la mia casa per sei mesi

Il secondo semestre della seconda superiore l’ho fatto dall’ospedale: lezioni e interrogazioni via Skype, verifiche via fax. Si può fare. Nel frattempo, i medici mi mettono in acqua per la riabilitazione. L’istruttrice mi dice: «due volte a settimana». E io: «te lo puoi scordare». Nel senso che per me, abituata a saltare tutti i giorni sul trampolino, due erano poche. Quindi vado in piscina più spesso, anche da sola, e in acqua mi accorgo che mi sento libera. Proprio come mi sentivo in aria, quando volteggiavo: da farfalla a delfino. Con un pensiero fisso: non dici «no, non posso», ma trasformi quello che c’è in quello che puoi e in quello che vuoi. Quindi inizio a far sul serio, a Parma, nella mia città, mentre porto a termine il liceo scientifico. E arrivano i primi risultati nel nuoto paralimpico: prima i titoli italiani, poi le medaglie europee e mondiali. Ora la qualificazione alle Paralimpiadi di Rio.

Continua a leggere su Centodieci

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook